Sergio Costanzo.
...
.
...
IL FIUME SI RISE.
...
.
...
2012. Linee Infinite Edizioni di Marco Ferrari e C., LODI.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Pisa  sottomessa a Firenze da quasi novanta anni, quando Carlo ottavo di Valois, re di Francia, scende in Italia reclamando il regno di Napoli e generando alleanze e opposizioni: Firenze si schiera contro il re.
8 novembre 1494, re Carlo ottavo entra in Pisa per farne sua alleata e il popolo si ribella all'usurpatore fiorentino.
La citt Alfea  di nuovo libera. Clemente Biccoli, esule pisano, rientra in citt con la propria famiglia. Desidera essere libero cittadino ed offrire a sua moglie Aureliana e ai suoi figli Beniamino e Setembrina un futuro migliore. Corruzione, intrighi di corte, tradimenti; ben presto Pisa  sola e accerchiata dai mercenari al soldo di Firenze. Durante i quindici anni di assedio, ognuno  al contempo cittadino e soldato. La cerchia delle mura sar il baluardo difensivo, ma anche il limite estremo dei sogni e dei progetti, il limite del mondo pisano. Beniamino e Setembrina, come tutti i loro coetanei, sapranno essere figli devoti e arditi combattenti, per meritarsi orizzonti pi ampi. Non basteranno a piegare Pisa il genio di Leonardo da Vinci, l'astuzia di Machiavelli e la soverchiante forza degli eserciti mercenari al soldo di Firenze. Pisa, militarmente imbattibile, ceder solo perch vittima degli intrighi e dei tradimenti orditi dal nemico. Vite spezzate, amori impossibili, sogni infranti, atti di eroismo. In ogni famiglia lutti e sofferenze. Ma Pisa e le sue genti non chineranno mai la testa di fronte all'usurpatore fiorentino.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Sergio Costanzo nasce nel 1963 a Pisa dove risiede e lavora. Laureato in Biologia ed impegnato nel campo della Microbiologia Clinica  sin dall'infanzia affascinato dalla storia medievale.
Coniuga nelle sue ricerche passione e metodo scientifico realizzando a partire dal 2004, la pubblicazione di alcuni saggi sull'architettura del medio evo. Ora torna al romanzo, celebrando l'universalit di Pisa e incastonando le intime vicende umane nella rigorosa e ineluttabile cronologia della storia.
Con Linee Infinite ha pubblicato: "Io busketo". Autore di racconti gialli, ha scritto reportage di missioni umanitarie e una pice teatrale, "Franco Stone", rivisitazione moderna del Frankenstein di Mary Shelley, in collaborazione con la compagnia Sacchi di Sabbia e il gruppo Gatti Mzzi.
...
.
...

Dedico questo libro, nel rispetto del loro sogno, ai caduti pisani di ogni epoca: quello di edificare la migliore Pisa.
...
.
...
"Ma il fiume si rise di chi gli volea dar legge e seguit a correr nel suo grand'alveo come prima."
Commento tratto da:
Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750.
Ludovico Antonio Muratori, Giuseppe Catalano
Tomo decimo - pagina 36 Ristampa in Firenze 1927.
...
.
...
Chi  incapace di vivere in societ, o non ne ha bisogno perch  sufficiente a se stesso, o  una bestia o  un dio.
ARISTOTELE - Politica.
...
.
...
PARTE PRIMA.
Ovvero di come Pisa, dopo quasi un secolo, si liber dalla tirannia fiorentina.
...
.
...
INTRODUZIONE STORICA.
...
.
...
Verso la fine del quattordicesimo secolo, molti stati e repubbliche italiane intravidero nel sistema della "signoria", una possibile e solida forma di governo. Visconti, Montefeltro, Malatesta, Gonzaga, Estensi furono solo alcune delle casate che ebbero alterne fortune alla guida dei rispettivi territori. Anche Pisa e Firenze furono interessate da queste mutazioni politiche: alla fine del secolo Gherardo d'Appiano governava in Pisa mentre Maso degli Albizzi era gonfaloniere di giustizia nella citt del giglio. La secolare lotta che Firenze aveva condotto contro Pisa durante tutto l'arco del Medioevo non aveva mutato la sorte delle due citt. Dal punto di vista militare Pisa era imprendibile e nessun nemico era mai riuscito ad infiltrarsi o aprire breccia nelle possenti mura. Nel febbraio del 1399 per Gian Galeazzo Visconti, che mirava ad avere possedimenti in Toscana ed uno sbocco al mare, compr Pisa ed il suo territorio versando al d'Appiano duecentomila fiorini. Gian Galeazzo mor di peste nel 1402 e a lui succedette il figlio Gabriele Maria che si insedi in Pisa nello stesso anno. Il Visconti govern malamente, imponendo tasse e imprigionando chi tentava di
opporsi. In questo clima di tensione il signore milanese chiese appoggio politico alla Francia, per tramite del governatore francese di Genova, Boucicaut. Il governatore Boucicaut a sua volta, essendo malvisto dal popolo genovese, tent di stringere alleanze con Firenze e per far questo indusse Gabriele Maria Visconti a vendere Pisa a Maso degli Albizzi. Decisi a non farsi sopraffare, i pisani scacciarono il Visconti ed insediarono un governo autonomo. Ma, compiendo atto da spergiuro, il Capitano e Difensore del Popolo Giovanni Gambacorta, a seguito di trattative e riscossione di ingenti somme, trad la citt che invece doveva tutelare e dopo aver intascato cinquantamila fiorini d'oro, fece aprire la porta di san Marco e permise alle milizie del fiorentino Gino Capponi di entrare in citt. All'alba del 9 ottobre del 1406 l'eroica Pisa cadeva in mano nemica a seguito di un turpe tradimento. Le truppe, eseguendo gli ordini dell'oligarchia fiorentina, deportarono gli appartenenti alle trecento famiglie pi facoltose e confiscarono i loro beni. Il primo atto del nuovo governo, fu quello di abolire il diritto d'approdo, ovvero nessuna imbarcazione avrebbe mai potuto entrare e trovare riparo nei porti pisani. Pisa, che aveva fatto dei commerci per mare il fondamento della propria esistenza, fu privata cos della vita stessa e fu lasciata agonizzante a contemplare la propria fine. Fu dato ordine di cessare immediatamente la produzione della lana, fughe e deportazioni fecero s che in pochissimi anni gli abitanti si riducessero alla met. Tutte le famiglie di commercianti ed armatori fuggirono verso Lucca, Genova, Palermo e venendo a mancare il lavoro, anche i cittadini di censo minore furono costretti a fuggire. Chi os ribellarsi fu passato a fil di spada o imprigionato e condotto ai lavori forzati. Violenze e stupri erano cosa giornaliera. Firenze non aveva ancora compiuto il suo disegno per intero; la fortezza di Livorno era ancora in possesso dei genovesi e i fiorentini riuscirono a comprarla nel 1421. Alla famiglia degli Albizzi che governava Firenze, succedette quella dei Medici ed il vecchio Cosimo prima, Piero poi e infine Lorenzo, mutarono di poco le esose tassazioni e gabelle. Intorno al 1450 i cittadini pisani si assommavano ad un migliaio, mentre la guarnigione militare era di tre volte pi numerosa. Pisa era stata ridotta ad un fortilizio di confine, con uno sbocco sul mare, mare che i fiorentini non conoscevano e non sapevano come sfruttare. Lorenzo dei Medici, sopravvissuto alla congiura dei Pazzi, govern Firenze fino al 1492 e durante la sua reggenza della Signoria, cerc di risollevare le sorti di Pisa. Fu riorganizzata l'Universit, fu compiuta qualche opera urbanistica, la citt torn a ripopolarsi, ma ormai i fasti dell'era repubblicana erano solo un ricordo. Alla sua morte sal al potere il figlio Pietro, inetto, pavido, incapace. Una nuova minaccia incombeva sull'Italia, molti sovrani d'oltralpe, reclamando diritti di successione, intravidero la possibilit di conquistare regni e territori: le guerre d'Italia stavano per cominciare.


Capitolo 1.
Porto di Livorno 22 ottobre 1494.

Il maestrale batteva la costa con onde nervose e frequenti che si infrangevano sui moli del porto, sulla fortezza e sui basamenti delle torri di guardia. Rarissimi gabbiani si avventuravano sopra il pelo dell'acqua remigando per contrastare la forza delle folate, ma dopo pochi colpi d'ala rinunciavano e andavano a posarsi sulla terraferma riunendosi agli altri. Il vento teso e freddo che spirava dalla Provenza si insinuava sotto le vesti madide di sudore e gelava la pelle, le labbra arse dalla sete erano secche e salate. Tre ragazzi stavano lavorando sin dal primo mattino sotto lo sguardo annoiato delle guardie fiorentine, l'ora del desinare era passata gi da molto e anche se non avevano mangiato niente, non si azzardavano ad interrompere il loro lavoro. Ognuno con la sua gerla sulle spalle scendeva e risaliva la tortuosa scala della torre del Magnale, portando ogni volta, un carico di legna destinata ad alimentare il fuoco notturno del faro del porto pisano. Gli spallacci segnavano la pelle uno dei ragazzi aveva una stria rosso vivo sulla spalla sinistra, ma senza lamentarsi continuava a caricare legna, salire, ordinare la catasta e poi con sollievo riscendere. Beniamino Biccoli, Ruffo Ammagliati, Corso Drovandi, in tre arrivavano s e no a sommare trent'anni, in tre dovevano rifornire la torre per tutta la settimana. Quel mercoled mattina i ragazzi si erano presentati di fronte al comando della guarnigione del porto prima dell'alba, infreddoliti, tutti amici o comunque conoscenti. Ormai da decenni, da quando era iniziata l'occupazione fiorentina, i ragazzi dai dieci anni fino ai dodici venivano obbligati dalle disposizioni militari a prestare servizio una volta alla settimana per le corve necessarie alla sopravvivenza del porto. Le famiglie li mandavano a malincuore, le guardie non erano mai tenere con gli abitanti delle terre occupate: quei soldati erano mercenari svizzeri, franchi o germanici, cambiavano spesso, ma erano sempre arroganti. Molti di quei bambini davano una mano nei campi, nelle stalle, nelle attivit delle famiglie del contado, nelle botteghe e, per quel giorno, la loro opera era persa.
La zona di porto pisano contava poche decine di case e un'altra manciata era dispersa sulle terre che emergevano fra le paludi e gli acquitrini di Stagno, terra faticosa, terra difficile da far fruttare, soprattutto perch tutti i guadagni venivano alla fine confiscati o versati per far fronte a tasse sempre nuove e sempre pi esose. Un tempo il porto brulicava di commercianti provenienti da ogni parte del mondo, di magazzini e di banchine, di navi imponenti e vele candide, ma ora i mercati si erano spostati su altre rotte e ai moli attraccavano prevalentemente navi che cercavano occasionale riparo. Nel bacino dell'antico porto pisano era iniziato da pi di cento anni un lento quanto inesorabile insabbiamento naturale e la nuova darsena, che i governanti fiorentini chiamavano il Pamiglione, scavata col lavoro dei carcerati e dei dissidenti, era piccola e angusta. I fiorentini avevano voluto in tutti i modi conquistarsi un accesso al mare, ma non conoscevano n il mare n le sue leggi. La darsena del porto antico non era pi utilizzata, ma tutto il sistema delle torri di avvistamento e della fortezza quadrata era stato mantenuto efficiente soprattutto a scopo difensivo. Anzi, all'imbocco del vecchio porto insabbiato avevano costruito una imponente torre ottagonale detta del Marzocco, cos infatti chiamavano l'odioso leone rampante simbolo della citt fiorentina. Quella torre era un vezzo, una presunta manifestazione di potenza e dominio, giacch il porto con le torri della Formica, della Fraschetta e soprattutto con la torre detta Fanale dei Pisani, era ampiamente difeso di giorno e segnalato di notte da pi di quattrocento anni. Tutto questo complesso difensivo vedeva assegnata una guarnigione ridotta e per i lavori di servizio si sfruttavano i giovani che arrivavano al porto che era ancora notte e se ne andavano di solito dopo il tramonto a meno che qualcuno non fosse reputato utile o che si ammalasse. In genere erano una ventina e la sorte poteva essere benigna o malevola perch c'erano lavori odiati da tutti, altri pi ambiti come in inverno al forno del pane; quello del rifornimento di legna era faticoso, ma non era il peggiore, a meno che toccasse il turno alla torre Maltarchiata quando il mare era mosso. Questa torre sorgeva in mare nel bacino del porto ed era collegata a terra da un pontile. Alle guardie non interessava la
condizione del tempo, la riserva di legna doveva essere sempre approvvigionata e fare il turno coi marosi alla Maltarchiata voleva dire ammalarsi di sicuro, tanto ci si bagnava fra schizzi delle ondate e il sudore della fatica. Quel giorno il maestrale era teso ma senza raffiche violente, non alzava onde immense ma conferiva alla superficie dell'acqua un aspetto irto e astioso, quasi il mare sconsigliasse di essere solcato, eppure quel vento, se preso in poppa, consentiva alle navi di ogni stazza di veleggiare veloci e sicure. Il vento maestro era una benedizione per le grosse navi da trasporto e da guerra, al contrario del libeccio che batteva le fiancate dei legni fino a spezzarle.
I ragazzi non avevano tempo per parlare e se anche qualche frase usciva dalle bocche ansimanti, il vento subito la rapiva e la portava con s, verso l'ignoto. Nessuno fece caso al primo richiamo che giunse dalla torre Maltarchiata, sembrava uno degli striduli versi dei gabbiani, ma al secondo grido le guardie alzarono la testa verso l'alto, verso la vedetta che sventolava un drappo rosso e si agitava come se avesse visto il demonio in persona. Le due guardie che sedevano in basso fuori della torre del Magnale imboccarono la rampa delle scale salendo i gradini tre a tre e nella furia travolsero i ragazzi e li fecero ruzzolare, strappandoli dal loro calibrato saliscendi. Ruffo aveva battuto la testa in uno spigolo e si teneva la fronte, Corso tremava per la paura perch aveva temuto di essere ucciso, Beniamino, il pi grande dei tre, coi suoi undici anni, era il pi vigile, ma si ritrovarono accoccolati sugli scalini, sudati, impauriti, col cuore che batteva impazzito. Sopra le loro teste, dalla botola aperta che immetteva sulla piattaforma di
osservazione della torre, filtravano refoli di aria gelida e grida. Una delle guardie scese dabbasso quasi volando e ad ogni balzo la spada emetteva suoni laceranti cozzando contro le pareti della torre. Ruffo si fece coraggio e riprese a salire, doveva ancora svuotare la gerla e gli altri due lo seguirono. Il vento gelido si aggrapp ai loro capelli e alle loro vesti, mentre lo sguardo correva sull'orizzonte. Ora s, ora no, come stracci scuri apparivano e scomparivano figure indistinte sul pelo dell'acqua, lontano, molto lontano, verso il profilo netto dei monti genovesi che si stagliavano a Nord sull'orizzonte. Quell'alternarsi di presenza e assenza di forme indefinite poteva far pensare ad un branco di delfini che si immergevano ed emergevano sincroni, o ad una balena di grosse dimensioni che inarcava il suo dorso possente fuoriuscendo per respirare, ma non era necessario essere marinai esperti per capire cosa stesse succedendo. La guardia rimasta in alto si iss sul parapetto della torre e, tenendosi a due merli contigui, cercava di spiare l'ignoto. Aveva messo mano alla bandiera di segnalazione degli allarmi e ogni tanto alzava l'asta per poi riabbassarla con fare indeciso, mentre dabbasso erano stati sellati in fretta e furia quattro nervosi e scalpitanti cavalli. Tutta la zona del porto era in allarme, sia le guardie che gli operai, i pescatori e tutti i marinai si interrogavano alla ricerca di certezze. Da terra i volti tesi puntavano verso le torri: si temeva un attacco,  vero, ma si era in un periodo di pace e i territori fiorentini non avevano nemici. Beniamino e i suoi amici si avvicinarono al parapetto, i merli della cinta erano alti quasi come loro e impedivano la vista, ma dalle feritoie si poteva scrutare il
mare. Gli sguardi vagavano dall'orizzonte alla torre del Marzocco, che era la pi settentrionale e anche se per meno di mezzo miglio, godeva di una visuale migliore. La macchia lontana e omogenea cominci a disgregarsi, il color piombo fuso di quei profili lontani cominci a mutare e porpora e neve punteggiarono il grigiore del mare. Il vento teso accompagnava sottili schizzi di spuma marina che si appiccicavano alla pelle e bruciavano gli occhi. Le gole riarse dal lavoro e dalla tensione faticavano a emettere suono e in quella sospensione irreale i brividi causati dal freddo vento di maestrale scomparvero. Beniamino sent salire un calore dal profondo, un'ossessionante pulsione proprio in mezzo al petto, il suo cuore prese a battere all'impazzata e la fronte si imperl di sudore come se stesse compiendo immani fatiche. Era il segnale inconfondibile, l'odioso presagio, l'aprirsi della porta pi buia, quella della paura. Voleva urlare ma non ne aveva il potere e l'autorit, cerc gli occhi di Corso e Ruffo e li trov imperlati di lacrime, spost lo sguardo sulla guardia straniera che respirava con fatica, quasi caricasse d'aria i polmoni per emettere un grido, un segnale, per cristallizzare il terrore in una sola parola...Navi!
Il tempo si arrest, il fluire stesso della vita scomparve, anche il vento non emetteva pi suoni, tutta l'attenzione era rivolta a quella frastagliata schiera che spinta dal vento s'avanzava sottocosta, veloce, imperiosa, inarrestabile. L'ultimo pensiero di Beniamino fu rivolto a casa, dove suo padre e sua madre stavano lavorando e a sua sorella Setembrina, un po' invidiosa di quella parvenza di libert che lui aveva andando al porto e che lo aspettava ogni volta a
sera per farsi raccontare com'era il mare. Poi per fu rapito da quella visione e, come gli altri sulla torre, rimase immobile e impotente a fissare le acque burrascose. La macchia compatta si allarg e si dispose a ventaglio, dietro le masse scure ne comparvero delle altre e con esse vele, quadrate, triangolari, un mare di vele, un oceano di stoffa sull'oceano d'acqua. La guarnigione era in allerta e messaggeri erano stati spediti a Pisa e nelle stazioni della posta, sicuramente cavalli veloci stavano imboccando la via pi breve per giungere a Firenze. Pass un tempo incalcolabile, poco o tanto nessuno si prese la briga a contarlo, tutti erano impietriti, stregati e abbagliati da tanta potenza. Dalla via Maestra, dalla carraia Guelfa, da quella di sant'Antonio, dai vicoli del Leone, dai Bozzellai del Chiasso d'oro, perfino dallo Spedale di sant'Antonio, tutti gli abitanti di Livorno erano accalcati davanti all'imponente mole della Quadratura dei Pisani, la Fortezza Vecchia, quasi cercassero in lei aiuto e protezione, ma l'orizzonte amico era mutato. Proveniente da Nord Ovest e illuminata di sbieco da un sole arrossato che stava per tuffarsi in acqua, la flotta si dispose a meno di un miglio dal porto e tutte le imbarcazioni gettarono l'ancora in mare aperto mentre le vele, sincrone, venivano ammainate. Il vento Maestro che sulla sera si andava placando, lasciava un mare ancora mosso ma con onde morbide e senza spuma. La corrente e la brezza residua fecero ruotare tutte le imbarcazioni e le prue si disposero verso la direzione dalle quali erano giunte, quasi se ne volessero subito ripartire. Quella manovra rasseren gli animi, se le bocche da fuoco di una sola nave avessero sputato morte dalle loro fiancate, del porto non sarebbe rimasto niente, invece le navi beccheggianti alla fonda, seppur maestose, parevano meno minacciose. Venti galee sottili, quattordici galeoni da combattimento e undici galee grosse, un'intera foresta di legname curvato e armato, stazionava davanti al porto. Dall'albero maestro del galeone pi vicino a terra fu ammainata la bandiera di manovra e fu issata quella con lo stemma dell'armatore della flotta un drappo azzurro con tre gigli d'oro, due pi in alto ed uno pi in basso e centrale rispetto agli altri, la folla ondeggiava e le teste si piegavano, Beniamino, sempre ancorato al parapetto, immobile, quasi paralizzato da quello spettacolo, sent una voce che si faceva sempre pi nitida e saliva fino al culmine della torre, una voce che ora era diventato grido frammisto a stupore e spavento, una voce, due parole: Le roi!
Il soldato sulla torre del Magnale si pieg in due come se l'energia che lo sosteneva fosse svanita, tutta la sua baldanza di uomo d'armi era scomparsa e ai tre ragazzi faceva ora meno paura. Beniamino lentamente prese ad arretrare, gli altri due lo videro e fecero altrettanto, un passo indietro e poi un altro sempre col volto proteso al mare, ma dopo un attimo saltarono nella botola e presero a scendere le scale pi veloci che potevano. Si aspettavano il richiamo della guardia, ma dall'alto giungeva solo il soffio del vento. Ai piedi della torre la folla accalcata su lungomare impediva il passaggio, i tre si dispersero e ognuno scelse la propria via di ritorno. Beniamino riusc a superare quella barriera di corpi vocianti prendendo e distribuendo spintoni, imbocc la Via di Mezzo, deserta come non l'aveva mai vista. Il sole si era ormai tuffato in mare e gli ultimi riflessi rossastri tingevano le facciate delle poche case dentro le mura. Il ragazzo pass la porta Pisana, volse verso la campagna sempre correndo pi veloce che poteva, con nella mente un unico pensiero, avvisare suo padre. Pass davanti alla cappella di santa Lucia, ma appena che l'ebbe superata si arrest di colpo e torn sui suoi passi, poche falcate fino al portone si segn frettolosamente e riprese a correre, ma per poco, perch pi avanti scorreva l'acqua sorgiva dalla Gronda dei Lupi. Beniamino bevve e poi si tolse le scarpe, poteva continuare sulla via che conduceva a casa ma questa compiva un grande arco e tagliando per i campi avrebbe fatto prima. Era quasi buio se decideva di abbandonare la strada doveva passare davanti al cimitero, ma tanto s'era fatto il segno della croce e si sentiva a posto. Seguit nella sua marcia, attravers con due salti il piccolo rio Cigna e si trov davanti al cimitero. Ormai le ombre avevano colmato lo spazio lasciato vuoto dalla luce e Beniamino assunse un'aria guardinga, come se le anime dei morti lo osservassero e invece di scappare via veloce, procedeva chino e furtivo come per nascondersi ai loro sguardi. Appena le tombe e i tumuli disordinati furono distanti, riprese a correre con vigore dato che aveva anche ripreso fiato ed energia. Quel tratto percorso tenendo le scarpe sottobraccio sembrava non finire mai, ma finalmente risal la ripa e si ritrov sulla via. Casa sua era in vista, paura e liberazione si fusero in un groppo pesante che gli serrava la gola e gli impediva di urlare. Al posto della voce sgorgarono le lacrime e con la vista appannata pass il ponte sull'Ugione e risal l'erta che conduceva all'aia di casa, la Locanda di Pontugione.
Clemente Biccoli era in cantina ad infiascare vino da una damigiana, ne vers un poco e maledisse la sorte, si era distratto guardando oltre la grata, notando che ormai era buio e che Beniamino non si era fatto vivo. Sua moglie Aureliana, della famiglia dei Cairn, preparava cena volgendo ora uno sguardo, ora un sospiro alla finestra che dava verso il ponte, solo Setembrina era tranquilla, suo fratello era un eroe e ai suoi occhi era invincibile. In pi doveva tornare per forza, era certa che sarebbe tornato, senn, chi le avrebbe raccontato com'era il mare? Beniamino, incapace di urlare, ma anche di parlare, entr come un fulmine dentro casa, spalancando l'uscio con una spinta e and a sbattere in una cosa calda e morbida. Con il viso piantato in grembo alla madre che gli accarezzava la schiena e la nuca, prese a singhiozzare. Suo padre sentito il frastuono, corse in casa posando il fiasco sul tavolo e si accucci strappando il figlio dall'abbraccio della madre. Che t'hanno fatto, perch piangi, cos' questo sangue sulla spalla?
Spogli il figlio con rabbia e timore, lo tocc, pass le sue ruvide mani sul corpo sudato e sudicio del bimbo, poi, verificato che era tutto a posto e che non era stato frustato, lo strinse fra le braccia e lo baci fra i capelli. Aureliana prese dal paiolo un po' di brodo di pollo che stava bollendo e glielo porse in una ciotola, sapeva che non gli avevano dato da mangiare, era sempre cos. Beniamino si calm un poco e trasse un respiro. Al porto sono entrate navi, tante navi, babbo!
Che navi, dove, dimmi!
Clemente aveva l'abitudine di parlare d'un fiato senza lasciare il tempo di rispondere. Beniamino si attacc alla ciotola e senza usare il cucchiaio prov
a bere un po' di brodo, ma suo padre lo blocc. Parla.
Navi, babbo, grandi come case, no, come castelli, tutto il mare era pieno e colorato, una  grande come la chiesa di san Piero e armata di cannoni, no, tutte sono armate di cannoni e portano la bandiera del re di Francia.
Ridimmelo!
Babbo, ve l'ho detto, navi grandi come... Clemente lo interruppe. Dimmi di chi sono, che bandiera portano.
 una bandiera color della vinca e con tre gigli d'oro,  del re di Francia v'ho detto, la guardia della torre era morta di paura!
Setembrina si avvicin al fratello e lo abbracci, la madre si asciug le lacrime col dorso della mano e riprese a preparare: col ritorno di Beniamino sembrava che fosse tornata anche la normalit, ma Clemente aveva volto il suo sguardo lontano. La serata prosegu come sempre, Beniamino nudo coi piedi in un catino di legno veniva lavato davanti al fuoco dalle mani amorevoli della madre, Setembrina apparecchiava canticchiando e pensava che se c'erano le navi del re, allora c'erano anche quelle della regina e si muoveva nella cucina come se stesse danzando. Venne l'ora di cena, alla locanda non c'era nessun cliente e forse nessuno sarebbe arrivato, quelli erano tempi duri ed era difficile che la gente si mettesse in viaggio. Andava bene quando riparavano in porto certe navi di gran signori che poi dovevano andare a Pisa e allora capitava che qualcuno si fermasse, altrimenti, la sera dopo cena, venivano a scaldarsi al fuoco e a bere un bicchiere di vino i vicini di casa dagli altri poderi, ma accadeva soprattutto in estate, mai in autunno e da molte sere ormai nessuno faceva loro visita. Il cibo era in tavola, i bambini seduti; Aureliana chiam
Clemente ma non giunse risposta. Chiam ancora, poi si alz dando un'occhiataccia ai figli come a dire: Guai a voi se iniziate a mangiare! Si diresse fuori e poi in cantina e infine sal le scale per accedere alle camere. Dalla porta del loro alloggio filtrava il barlume della lucerna, Aureliana si accost silenziosa e spi Clemente che stava seduto sul letto e le dava la schiena, la testa dell'uomo era incassata fra le spalle, forse guardava qualcosa in basso sul pavimento, forse piangeva o stava male? Aureliana si fece coraggio ed entr, gir intorno al letto notando che il baule della biancheria era aperto, fece ancora un passo e poggi una mano sul collo del marito. Clemente non si mosse: a terra stava un drappo rosso sbiadito e sdrucito, ma al centro, ricamata con cura, ancora si stagliava una bianca croce pisana. Aureliana si sedette accanto al marito affossando il saccone ripieno di vegetale. Clemente, per favore, non ricominciamo con questa storia, ora abbiamo due figli, dobbiamo pensare a loro, abbiamo gi pagato a caro prezzo per le nostre azioni.
La vedi quella bandiera, era del nonno di mio nonno,  di quando Pisa era libera e torner libera! Io non ho pagato nulla, ho fatto una libera scelta, abbiamo fatto una libera scelta, tu avessi dato retta ai tuoi genitori a quest'ora avresti sposato quel capitano fiorentino e io mi sarei dovuto accontentare per tutta la vita d'averti amato di nascosto.
Appunto,  per averti amato che siamo finiti a Pontugione, che ti hanno incendiato la locanda che avevi in san Frediano e che a me m'hanno tolto la dote!
Hai sempre detto che andava bene cos, ma ogni volta mi devi ricordare che cosa abbiamo perso invece di apprezzare quello che abbiamo.
Clemente, abbiamo poco  vero, questa locanda dove non si ferma mai nessuno e un po' di terra, ma anche due figlioli meravigliosi e la salute, non sciupare tutto questo, te ne prego. Clemente, per favore.
L'uomo si alz mesto, raccolse la bandiera da terra, la scosse dolcemente e la pieg con delicatezza quasi fosse sacra, poi la ripose nel baule, prese la lampada a olio e raggiunse gli altri in cucina. Cenarono; Beniamino aveva ripreso colore e raccontava ancora delle navi e ogni volta ne aggiungeva qualcuna in pi, parlava di vele e di cannoni e la sorella si beveva tutto guardandolo con occhi innocenti, fra ammirazione e invidia. Ogni tanto lo interrompeva e chiedeva qualcosa: Beniamino, dimmi ancora dei gabbiani.
Te l'ho detto, dietro ai galeoni veleggiavano dei gabbiani enormi che qui non si sono mai visti, al porto dicevano che erano i gabbiani del re!
Clemente e Aureliana sorridevano pi distesi. Lui, figlio di locandieri, si era innamorato di lei appena l'aveva vista, lei, figlia di un notaio, di una famiglia che vantava natali vagamente nobili quanto spudoratamente ostentati da sua madre, era stata promessa al capitano della guardia fiorentina e quando erano fuggiti insieme giurandosi eterno amore, lo scorno e la malasorte avevano colpito le due famiglie. Il padre di Clemente era morto tentando di spengere l'incendio che le guardie fiorentine avevano appiccato alla sua abitazione e la madre era morta poco dopo di crepacuore, mentre i genitori di Aureliana erano stati costretti a cambiare citt e non se ne era saputo pi niente. La loro storia d'amore per era stata presa come emblema della lotta contro l'invasore. A Pisa li conoscevano tutti, almeno di fama: loro erano quelli che dopo molti, troppi anni, avevano apertamente sfidato l'oppressore e le consuetudini e ne avevano pagato le conseguenze. Per i cittadini pisani Clemente e Aureliana erano un esempio, ma anche un monito e nessuno aveva osato pi alzare la testa. Ora la coppia era a Pontugione e conduceva una vita umile, quasi anonima, lontano dalla citt, lontano dai pericoli, ma la loro locanda era comunque un crocevia di informazioni, luogo di riunioni accalorate e fucina di idee. Clemente non aveva mai rinunciato alla sua lotta, ai sogni di libert, al desiderio di vivere nuovamente in Pisa, anche se si era assoggettato per amore e per dovere a quella umile esistenza. Aureliana sopportava tutti quei discorsi, sapeva che Clemente era un uomo responsabile e che mai si sarebbe infilato nei pericoli mettendo a repentaglio la vita dei suoi figli, quindi sopportava quelle lunghe chiacchierate estive al chiaro di luna o invernali davanti al camino e proprio come un fuoco di paglia, tutto quel parlare di libert e indipendenza durava un attimo e poi svaniva. Ora un nuovo timore aveva assalito la donna, il pericolo di un sovvertimento era pi concreto con tutte quelle navi in porto. Nella sua mente pratica e tendente a controllare tutto, l'inquietudine si era infiltrata sin dal ritorno di Beniamino. Clemente era riottoso ma anche battuto dalle vicende della vita, Aureliana non sapeva se apprezzare di pi in lui il suo senso di responsabilit, o dispiacersi per quell'orgoglio ferito e la veemenza giovanile ormai scomparsa. Quando a tavola lo spiava mentre mangiavano, vedeva in lui una belva colma di risentimento ma quieta e mesta, chiusa in una gabbia; non sapeva mai, in quei momenti, se fosse stato meglio rompere le catene della sua prigionia interiore o tenerlo incatenato per sempre. Dopo cena i bambini aiutarono a sparecchiare, poi salirono le scale augurando la buonanotte e si misero a dormire nello stesso lettone, uno da capo uno da piedi. Aureliana sal a controllare e a dare un bacio ai suoi figlioli.
Mamma, il re  bello come Lanciotto, il cavaliere bianco delle storie che ci racconti?
No, Setembrina, quello  il pi bello di tutti e poi si chiama Lancillotto.
No, mamma, si chiama Lanciotto perch porta la lancia e il principe, il figlio del re che ha visto Beniamino,  pi bello di sicuro.
Io ho visto le navi e i gabbiani del re, ma non il re, sei la solita zuccona!
Basta, basta! Ora dormite e guai a voi se sento confusione! Qua, un bacio.
Notte, mamma.
Notte, bimbi miei.
Clemente, seduto accanto al fuoco, si era perso di nuovo osservando le fiamme, quando qualcuno buss alla porta. Aureliana sbirci dalla finestra e nella notte fonda cont quattro figure incappucciate. L'uscio non era serrato, tuttavia quelle persone non erano entrate, o erano clienti o amici; Clemente soppes bene le parole e poi decise. Falli entrare.
La donna apr la porta e quattro uomini avanzarono con fare deferente ma furtivo. Clemente in piedi al camino teneva un ferro rovente tra le mani, ma nascosto dietro il suo corpo solido. Uno dei quattro si tolse il cappuccio e Aureliana si mise a ridere. Gosto di Riseccoli e i suoi fratelli torreggiavano in mezzo alla stanza, i compagni di bevute in molte afose sere estive, si atteggiavano ora in modo del tutto nuovo. Clemente, hai saputo delle navi? Noi andiamo a Pisa.
Lo sguardo di Aureliana si fece di pietra. A fare cosa? Le navi saranno di passaggio, Beniamino ha detto che non sono nemmeno entrate in porto.
Da ogni nave  scesa una scialuppa e sono giunti a terra per rifornirsi d'acqua, un doganiere che conosce il provenzale ha parlato coi francesi, il re  a Genova e passer da Pisa, ma non da Firenze.
Clemente si perse di nuovo guardando le fiamme, il silenzio che si era creato non era complice, ma denso di impazienza. Fu Aureliana a parlare di nuovo. Se il re di Francia  a Genova e le sue navi sono fuori dal porto, cosa c'entra tutto questo con la vostra vita? Gosto, cosa hai detto a tua moglie prima di uscire?
Quell'uomo grande e grosso chin il capo arrossendo, si dondol un po' sui due piedi in cerca di qualcosa di sensato da dire, per convincersi che l'essere fuggito da casa di notte senza dare spiegazioni, fosse normale e giusto, ma sapeva bene che non era cos. Clemente, senza voltarsi e continuando a guardare il fuoco, sussurr poche parole: Io resto, domani vedremo cosa accade.
I quattro fratelli del podere di Riseccoli uscirono senza emettere un suono. Aureliana si sent liberata ed esaudita e per un attimo benedisse il Signore di averle dato un marito ragionevole, ma nel tempo di un battito di ciglia mut atteggiamento, si avvicin lesta ad una mensola di cucina, scost un panno di lino infarinato, prese un pane sfornato il giorno prima e corse fuori. Raggiunse gli uomini in fondo al lieve pendio che menava al ponte: Tenete, e non mettetevi nei guai!
Al piano superiore della locanda, Beniamino e la sorella avevano spiato la discussione sbirciando dal largo commento fra due tavole del pavimento. Se domani babbo va a Pisa ci vado anch'io.
Setembrina, non dire stupidaggini e andiamo a letto, non sono cose da donne.
Lo dici te e poi io devo vedere il re e sposare il principe!
Dormi ho detto o babbo ci brontola!
Va bene, 'notte Tato.
Notte, Sete.


Capitolo 2.
Pisa 7 novembre 1494.

I rintocchi delle campane che segnalavano l'ora del coprifuoco, echeggiavano ancora nell'aria della fredda notte pisana; gli ultimi sparuti passanti di rientro dalle taverne si stavano affrettando a rincasare. Sugli spalti delle mura e alle porte i soldati della guarnigione fiorentina montavano la guardia contro un invisibile, quanto tangibile nemico. Il re di Francia, Carlo ottavo, si era insediato a Lucca il giorno prima e tutto il suo imponente esercito lo seguiva dappresso. Da pi di trecento anni, da quando il console Cocco Griffi nel 1156 aveva ordinato la costruzione della nuova cinta difensiva, Pisa era circondata da mura alte e solide e numerose porte si aprivano verso i punti cardinali. Negli anni gloriosi della Repubblica all'impianto difensivo originario erano state apposte fortificazioni accessorie ed ora si contavano vari bastioni e ventitr torri di guardia che rendevano la citt, imprendibile. La zona dei cantieri navali, gli Arsenali della Repubblica, era sorta e si era sviluppata nel tempo, fuori dal perimetro delle mura e quindi i pisani avevano ampliato la cerchia muraria a partire dal 1261, edificando una cittadella, che proteggeva le maestranze del mare. All'inizio del dominio fiorentino tutta l'attivit dei cantieri era per stata soppressa dall'invasore. Quella zona fortificata, baluardo verso ponente, era conosciuta come Fortezza di Terzanaia o Fortezza Vecchia, per distinguerla da un nuovo sistema di torri e mura eretto invece nella parte che guardava verso levante e che tutti, chiamavano Fortezza Nuova. Questa fortificazione era stata edificata, per volont dell'occupante fiorentino, fra la porta san Marco e il lungarno dove aggettava il ponte di Spina Alba, ponte che collegava la parte a mezzogiorno con quella di tramontana. La Fortezza Nuova, nelle intenzioni dell'occupante fiorentino, non serviva a difendere Pisa dai nemici, ma a tenere sotto controllo la citt, in caso di rivolta o insurrezione. Infatti, tutte le bocche da fuoco dell'artiglieria non erano indirizzate verso l'esterno delle mura, ma traguardavano verso la citt. Comunque le mura, tanto a Nord quanto a Sud, avevano sempre costituito una barriera inespugnabile, tant' che i fiorentini mai avevano conquistato Pisa, ma se ne erano impossessati con l'inganno e con la forza dell'oro. Ora, quell'alto guscio merlato, sicuro e protettivo, sembrava nulla al cospetto dell'imponente esercito francese. Per le famiglie pisane che anelavano alla libert, la presenza del re a Lucca rappresentava una speranza, una possibilit di riscatto e di insurrezione. In citt non si parlava d'altro, sempre sommessamente e sempre di nascosto e le poche volte che qualcuno alzava la voce sull'argomento, lo faceva quando era al sicuro, in casa propria. Le severe leggi di guerra impedivano ai pisani di armar navi, di trattare in modo indipendente commerci e transazioni, di produrre manufatti: la citt si era impoverita e tutto era diventato grigio e mesto. Era stato addirittura abolito il diritto di approdo e di sbarco, prerogativa che aveva fatto di Pisa la regina dei mari per molti secoli. Firenze aveva dato ordine che le donne non mostrassero gioielli e che tutti si vestissero umilmente e con colori poco appariscenti; era sufficiente indossare un capo vermiglio per essere notati, arrestati e condannati. Ovviamente, in questo clima di terrore, dove il vento della putrescenza sembrava aver permeato l'aria, qualche spia al servizio degli occupanti faceva affari d'oro denunciando ora il vero, ora il falso pur di arricchirsi. Anche i palazzi avevano cambiato volto: nel 1430 un editto aveva imposto di abbattere la sommit delle case torri, di intonacare le belle pietre dei muri, di dipingere ovunque lo stemma degli invasori, l'odiato giglio. I soldati delle milizie fiorentine avevano occupato le case delle famiglie deportate e costringevano comunque i proprietari a pagare le tasse sui loro beni, anche se non ne usufruivano. Negli anni, i cittadini esuli, stufi di pagare gabella, avevano segretamente comandato di incendiare le loro stesse case, al fine di non dover sottostare agli oneri gravosi. Pisa si era ridotta ad una scacchiera di case annerite dagli incendi e case in parte abbattute e ribassate: la citt aveva mutato aspetto impoverendosi ogni giorno di pi. Rabbia e risentimento covavano ovunque, anche perch la guarnigione fiorentina, composta da mercenari, contava pi di duemila armati che in citt si comportavano prepotentemente: insidiavano tanto il ricco quanto il povero, si acquartieravano nelle case migliori e spesso e volentieri attentavano all'onore delle donne, fossero esse ammogliate oppure no.
Se in quella notte fredda i pisani guardavano con apprensione e speranza verso i monti che li separavano da Lucca, tutta la guarnigione fiorentina viveva momenti di folle agitazione. Dalla citt dei Medici erano giunte truppe a rinforzo, messaggeri partivano e arrivavano sui loro destrieri veloci. Sul lungarno di tramontana, proprio a fianco dell'antico monastero di san Matteo, sorgeva il palazzo della signoria fiorentina. Il gran signore Lorenzo, che tanto aveva fatto per Firenze, era morto due anni prima lasciando il potere in mano al figlio Pietro. Questi, che aveva appena vent'anni e fino a quel momento era vissuto uscendo ed entrando da feste ed avventure galanti, si era ritrovato ad amministrare una citt complessa e potente e chiaramente aveva palesato tutti i suoi limiti, di uomo impreparato ed incapace. A Firenze lo chiamavano Pietro il fatuo e lui non faceva nulla per smentire tale fama. Da quando, pochi giorni prima, alla signoria fiorentina era giunta la voce che la flotta francese era alla fonda davanti al porto di Livorno e che re Carlo aveva lasciato Genova per scendere in Tuscia, Pietro pareva avesse perso il senno. Firenze temeva seriamente che Carlo ottavo muovesse guerra alla citt e qualunque compromesso era necessario, pur di evitare la disfatta. Il figlio del grande Lorenzo si era allora recato a Sarzana giorni prima per parlamentare col re e ora, a Pisa, circolava ogni tipo di voce relativa a quell'incontro e ognuna smentiva l'altra. Ora il sovrano di Francia era a Lucca e cos erano partiti da Pisa cavalieri e messi per cercare di verificare gli eventi, di reperire notizie sicure, di capire quali fossero le reali intenzioni del sovrano francese. In quella notte fredda di ottobre, in ogni casa si sussurravano notizie, talora vere oppure presunte, su ci che era successo tra il re di Francia e Pietro il fatuo.
Quel venerd notte, favoriti dal buio e ognuno proveniente dalla propria casa, Gianbernardino dell'Agnello e Pietro Griffi Dottore si stavano recando all'appuntamento prefissato presso l'abitazione di messer Giovanni d'Avane, a met della carraia di san Gilio. Tre colpi di nocche sul legno del portone, poi silenzio e poi ancora tre, il segnale stabilito per annunciarsi al proprietario fu rispettato e dalla notte nera i due convenuti passarono all'interno. Salirono
una rampa di scale ed ebbero accesso ad una stanza molto ampia, rischiarata appena da una flebile fiammella prodotta da una lucerna ad olio e dalle braci nel camino, che mandavano, ogni tanto, residui bagliori. Messer Giovanni sistem quattro sedie davanti al focolare, potevano stare anche al buio ma non al freddo. Gli ospiti si allentarono i mantelli e le cappe, ma nessuno si tolse le vesti: il timore di dover fuggire all'improvviso rendeva i gesti ed i pensieri sempre attenti e pronti ad una eventuale azione. Una sedia era rimasta vuota e gli uomini, impazienti quanto silenziosi, puntavano lo sguardo e l'orecchio alla stanza di sotto, con l'animo intriso di speranza e di tensione. Bussarono; tre colpi, silenzio e ancora tre colpi. Il padrone di casa and ad aprire: passi veloci e poi il cavaliere Simon Francesco Orlandi fece il suo ingresso nella stanza. Messer Giovanni vers del vino in quattro bicchieri di coccio. A Pisa! disse alzando in alto il braccio.
A Pisa! risposero gli altri con una sola voce.
Gli occhi dei presenti, gi abituati al buio esterno, vedevano quanto era necessario ed ognuno scrutava il volto dell'altro. Messer Giovanni ruppe il silenzio, pur parlando sottovoce; di sopra, sua moglie e i suoi tre figli dormivano o facevano finta di farlo, perch in quelle notti l'agitazione impediva a chiunque di riposare tranquillo.
Forza Simone, parlate!
Vengo ora, sono riuscito ad entrare in citt da porta san Zeno prima che chiudessero per il coprifuoco. Il re  alloggiato a Lucca nella canonica di san Martino presso il vescovo e tutto intorno, in citt e fuori, armati, cavalli e bombarde.
Diteci del fiorentino, cosa ci dobbiamo aspettare?
Si sono incontrati due giorni fa a Sarzana, i loro discorsi me li ha riferiti Galeazzo di san Severino, il
genero di Ludovico il Moro.
E cosa ci faceva col re?
 suo consigliere, i milanesi e i francesi sono alleati; ma state buoni, vado per ordine.
Va bene, andate avanti.
Si sono incontrati a Sarzana, il Medici ha parlamentato a nome di Firenze, ma poi altri ambasciatori fiorentini che non riconoscono il potere politico di Pietro hanno cercato ieri di incontrare il re. Erano Pier Capponi, Girolamo Savonarola, Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai e Giovanni Cavalcanti, tutti signori di gran prestigio, ma re Carlo si  rifiutato d'incontrarli. A Firenze ci deve essere un bel po' di confusione!
Simon Francesco Orlandi, cavaliere e uomo al servizio del duca di Piombino Iacopo quarto degli Appiani era al corrente delle mire del re di Francia e dei legami con la casata di Ludovico il Moro, col quale la famiglia Appiani aveva rapporti di parentela. Simone era uno dei pochi ai quali fosse concesso di portare una spada, vantava natali nobili ed un cavalierato che neanche i fiorentini potevano cancellare; per la famiglia Appiani, legata storicamente a Pisa, aveva sempre svolto attivit di ambasciatore o portavoce. Era persona colta e le residue ricchezze di famiglia lo aiutavano a campare; godeva di simpatie presso la guarnigione degli occupanti, ma tutto il suo vivere era proiettato alla riconquista della libert pisana e all'accumulo di ricchezze.
Simone narr di come il re di Francia avesse messo mano all'impresa di conquistare il regno di Napoli. Forse, voleva arrivare fino in Sicilia e ristabilire un dominio territoriale che gli consentisse di muover guerra contro gli arabi ed indire nuove crociate. Per far questo era sceso in Italia, aveva armato una potente flotta che lo precedeva e intendeva stringere alleanze che lo favorissero. Se una volta giunto a Napoli le cose si fossero messe male e fosse stato necessario ritirarsi, doveva poter contare su alcune citt amiche che gli favorissero il ritorno. Aveva stretto un patto con Genova e poi, per chiarire ai fiorentini chi fosse il pi potente, appena l'esercito d'oltralpe era entrato in Toscana, aveva dato ordine alle proprie milizie di assalire la fortezza di Sarzanello: i francesi avevano trucidato l'intera guarnigione fiorentina. Il re non aveva agito per superbia o violenta cattiveria: prima di scendere in Italia, aveva mandato a chiedere a Pietro de' Medici il permesso di transitare per quelle terre e il permesso gli era stato negato. La cosa si era risaputa e Simon Francesco, sempre nell'ottica di favorire gli interessi pisani, era andato incontro al re, prima ad Asti e poi a Parma, per gettare legna sul fuoco dello sdegno, visto l'oltraggio che il re francese aveva patito ad opera di Pietro de' Medici. Carlo ottavo aveva quindi messo le cose in chiaro appena entrato in terra fiorentina, sterminando la guarnigione di Sarzanello; Pietro il fatuo, terrorizzato da questo evento, si era recato a Sarzana per ingraziarsi Carlo ottavo ed aveva concesso al re francese terre e fortezze.
Il cavaliere Orlandi riprese: Mi  stato riferito, che Pietro fiorentino ha concesso le fortezze di Sarzana, Sarzanello, Motrone, Ripafratta e anche Pietrasanta e Livorno, a patto di avere immunit. Savonarola e gli altri lo hanno considerato un tradimento, per questo volevano riparlare col francese, ma lui ha negato udienza. Pare che vogliano togliere il potere ai Medici e fare un governo di balia.
Buon per Pisa se Firenze perde il suo signore. Dunque il francese si  preso tutte le fortezze della costa, ma di Pisa hanno parlato?
Non so se hanno parlato, ma di certo  intenzionato a venire in citt. Io ho avuto modo di trattare coi suoi consiglieri, ho raccontato loro quanta sofferenza ci abbia dato Firenze in tutti questi anni, pi dei turchi. Credo di averli convinti e ne parleranno al re. A Lucca  in corso una grande festa, lo hanno accolto con tutti gli onori, ma quando sono tornato verso casa, ho visto che la strada era invasa da contadini e abitanti dei paesi del lungo monte che, per paura delle ruberie dell'esercito, sono intenzionati ad entrare a Pisa per essere protetti.
Non ora!
No di certo, ma domattina presto, secondo me, fuori dalle mura ci sar un popolo intero a spingere alle porte.
La discussione and avanti ancora per molto: Simone Orlandi parlava assai bene il francese e a Lucca aveva conversato anche col vescovo di san Malo, gran consigliere del re. Quella notte si progettarono strategie, si fecero ipotesi, si vuot il fiasco del vino anche per riscaldare le membra infreddolite, poi, quando ormai la notte era nel suo pieno, ognuno furtivamente torn alla propria casa. Il giorno dopo il re era atteso a Pisa. Ufficialmente la citt era ancora in mano fiorentina, ma le concessioni fatte da Pietro dei Medici alimentavano ora una nuova speranza.
Alla stessa ora della notte, a Pontugione, Clemente Biccoli aveva caricato il carro con tutti i suoi beni materiali: la cassapanca coi vestiti e la bandiera, pochi utensili di casa e delle stalle, una cesta con tre polli e dei conigli. Aveva poi preparato parecchi mazzi di foglie di bietola e ceste di rape che aveva sistemato davanti a casa. Infine, aveva raggiunto la moglie e si era coricato immerso in un oceano di pensieri, che gli impedirono di prendere subito sonno. Quel carico notturno si era reso necessario per non far scoprire a nessuno le sue mosse: gli abitanti dei poderi vicini lo conoscevano e lo stimavano, ma la paura di essere denunciato era tanta. In cuor suo Clemente sapeva che non stava facendo niente di male, ma in quei giorni agitati seguiti alla venuta della flotta francese, tutto era al contempo possibile e inimmaginabile. Aureliana aveva acconsentito a malincuore al progetto del marito, ma una voce nella sua mente le diceva che Clemente aveva ragione e che agiva assennatamente. Quelli di Riseccoli e altri uomini del podere dei Lupi erano a Pisa da giorni; Clemente aveva mantenuto fede all'impegno ed era rimasto a casa, ma ora le cose erano cambiate. Si mormorava che il giorno dopo il re sarebbe entrato in Pisa e, se fosse successo, quell'enorme flotta ancorata davanti al porto avrebbe fatto il suo ingresso nel bacino livornese. Centinaia, migliaia di soldati sarebbero scesi a terra in cerca d'acqua, provviste, ristoro, ma anche di vino, donne e baruffe. Clemente aveva valutato la possibilit di tenere aperta la locanda e di fare buoni affari, ma i soldati, semplicemente puntando un moschetto, avrebbero potuto prendersi gratuitamente quello che invece esigeva un compenso e se le cose si fossero messe male, poteva rimetterci l'onore e persino la vita.
Prima che il sole fosse sorto, si sarebbero messi in marcia per il convento di santa Maria della Sambuca. I frati dell'ordine dei Gesuati avrebbero ospitato le donne, lui e Beniamino sarebbero corsi a Pisa per seguire gli eventi da vicino, ma sarebbero entrati come semplici venditori di ortaggi. Aureliana avrebbe voluto trattenere Beniamino ed aveva anche provato a parlarne, ma il marito l'aveva convinta che un uomo ed un ragazzo avrebbero destato meno sospetti di un uomo da solo. Setembrina aveva capito dai discorsi dei genitori e dalle mezze frasi dette durante il giorno, che il suo destino stava per cambiare e, mentre si preparava per andare a letto, era scoppiata a piangere. Cosa piangi a fare l'aveva apostrofata il fratello, sei piccina e ti devi rassegnare, non puoi venire con noi.
La bambina aveva risposto con un mugolio; avevano affrontato il discorso a tavola, ma suo padre era stato inflessibile e sua madre se ne era rimasta zitta, senza prendere le sue difese. Setembrina aveva un animo dolce quanto ribelle; a parte il fatto che non avrebbe potuto vedere il re, quello che le bruciava di pi era la disparit di trattamento, tra lei ed il fratello. Va bene, lui aveva quattro anni di pi, ma quante volte suo padre l'aveva mandata da sola agli altri poderi a portare le uova, oppure messaggi? Se era grande per quelle cose, allora era grande per tutto! Aveva smesso di piangere e dopo aver tirato su col naso, si era infilata nel letto di malavoglia e non aveva dato la mano a Beniamino come faceva sempre; non ne aveva bisogno, non serviva pi, aveva preso la sua decisione, ormai era grande.
Il sole non era ancora comparso dietro i monti calcesani ed il profilo della Verruca, il picco fortificato che visto da Pisa sembrava il cono di un vulcano, si stagliava nel cielo freddo e limpido del mattino. All'alba dell'ottavo giorno di novembre, agli occhi delle guardie di stanza alle porte a Nord di Pisa, si present uno spettacolo inconsueto. Una torma di persone, uomini e donne, vecchi e bambini, si era accalcata sotto alle mura ed attendeva che le pesanti ante si aprissero, permettendo loro di trovare riparo in citt. Dal comando, non era arrivato nessun ordine contrario all'apertura e, a malincuore, i soldati fecero ruotare i possenti cardini. Dalla porta del Leone, porta santo Stefano, porta del Parlascio e porta san Zeno, la processione dei civili entr, mesta e silenziosa; qua e l si accendevano zuffe per una precedenza non concessa, per un cavallo che scartando di lato aveva fatto rovesciare un carro o travolto qualcuno, ma il bisogno comune era quello di entrare il pi velocemente possibile, per sottrarsi alle armate del re. Il dubbio aleggiava su tutti: Carlo ottavo sarebbe entrato in Pisa come amico ed alleato o avrebbe condotto una manovra militare come a Sarzanello? La disparit numerica dei due eserciti avrebbe portato all'annientamento della milizia fiorentina in un attimo, timori e tensione serpeggiavano ovunque. La moltitudine schierata fuori le mura prese ad entrare: quel fiume fatto di stracci, esseri umani ed animali, si disperse per le vie della citt ed ogni nucleo familiare si scelse un posto, una tettoia, un archivolto, dove poter sostare e attendere, dove sopravvivere. Quasi senza interruzione, al seguito dei civili che scappavano dal contado, arrivarono in vista delle mura le milizie francesi. L'avanguardia dell'esercito si era mossa da Lucca nel cuore della notte, per mettere in sicurezza il tracciato che avrebbe seguito il re ed ora i ranghi andavano formandosi e schierandosi nella campagna oltre l'Auser, il fiume che fiancheggiava le mura dal lato a Nord di Pisa. Fanti e cavalieri, moschetti e spade, bombarde leggere e pesanti erano puntate verso le mura.
Clemente Biccoli, prima che l'alba rischiarasse la mattina del sabato, si era destato, aveva messo i finimenti al mulo ed aveva attaccato il carro. Il convento dei Gesuati era vicino, avrebbero fatto prima a piedi, ma dovevano spostare e mettere in salvo anche le loro cose. Aureliana, col cuore gonfio di tristezza, aveva rassettato la casa, aveva ordinato la camera come se quello fosse un giorno normale ed ogni volta che entrava e usciva da una stanza, si soffermava ad osservare i particolari, quasi volesse fissarli nella memoria o tentasse, invece, di esorcizzare la paura della partenza. Beniamino e Setembrina dormivano abbracciati l'uno all'altra, la sorella durante la notte, forse intenzionalmente forse inconsapevole, aveva mutato posizione e si era rannicchiata accanto al fratello. I due visi angelici, che dormivano senza pensieri, strapparono una lacrima alla madre apprensiva. Clemente accaldato e pronto a partire sal le scale. Ma dormono ancora? Forza,  tardi, svegliali!
La voce imperiosa dest i ragazzi, Beniamino si alz di scatto, ma la sorella si volt dall'altra parte. Mentre Aureliana aiutava il figlio a vestirsi, Clemente prese in braccio Setembrina traendola a s con tutte e due le coperte che la coprivano e, mentre questa ancora dormiva, scese in fretta le scale. Clemente a cassetta, gli altri sul pianale, dopo aver serrato la porta nella speranza che nessuno profanasse la loro casa, partirono alla volta del convento. Non ci volle molto, la strada era breve anche se in lieve salita. Albeggiava, i monaci avevano gi pregato per l'ora delle lodi e il portone del recinto claustrale era aperto. Moglie e marito scaricarono le masserizie aiutati da Beniamino, mentre Setembrina, dopo aver ricevuto un bacio dal padre e dal fratello, fu condotta da uno dei frati in cucina per mangiare qualcosa. Gli averi della famiglia Biccoli furono sistemati sotto una loggia del chiostro e Clemente abbracci distratto, quasi fuggisse, la moglie. Aureliana voleva trattenerli, ma sapeva che tutto era inutile; era stizzita dall'aria da conquistatore che aveva assunto il marito e arrabbiata per il radioso sorriso di Beniamino, che viveva tutto come una meravigliosa avventura, alla quale era chiamato per la prima volta a partecipare, inconsapevole di ci che sarebbe potuto accadere. Il frate
addetto alla foresteria richiam la donna all'interno del convento, mentre la sagoma del carro trainato dal mulo spariva alla vista, dopo aver imboccato la prima curva in discesa. Clemente e il figlio erano ritornati sui propri passi. Sostarono davanti alla loro casa e caricarono, in modo ordinato, le ceste con le rape e tutte le verdure che erano state preparate. Poi ripartirono, passando il ponte sull'Ugione e imboccando la via pisana, l'antica via del porto: entro un paio d'ore sarebbero entrati in citt. Alla loro sinistra, la folta pineta impediva di vedere il mare, mentre a destra la grande palude di Stagno era velata da una foschia che nasceva a pelo d'acqua. Beniamino, ormai del tutto sveglio e vigile, masticava morsi di una pera durissima, quando un fagotto lontano, proprio in mezzo alla strada, attir la sua attenzione. Guardate babbo, cos'?
Clemente serr le redini al petto e spingendo sulle gambe butt il corpo all'indietro, il mulo rallent di colpo e poi riprese a muoversi al passo lento. Nella tenue luce dell'alba, confuso negli impalpabili sbuffi di nebbia, quell'ammasso di stracci in mezzo alla strada alz un braccio. Vengo anch'io a Pisa!
Setembrina Biccoli era piantata a gambe larghe in mezzo alla carraia, una coperta le faceva da mantello, i capelli arruffati erano appiccicati alla fronte sudata. Appena entrata nel convento per fare colazione, era scappata scavalcando il basso muro dal lato monte e si era messa a correre, per prendere pi distanza che poteva. Scendendo il sentiero lungo il corso del torrente, aveva guadagnato tempo e terreno; si era ripromessa di vedere il re ed aveva mantenuto fede al suo proposito. Clemente tir le redini e le affid a Beniamino che, incredulo, guardava la sorella. L'uomo scese dal carro, si avvicin alla figlia che non si era mossa di un passo e le affibbi un manrovescio
che la fece cadere a terra. Poi torn sui suoi passi, risal sul carro e incit il mulo. L'animale si mosse al passo, arriv davanti a Setembrina che piangeva sdraiata nella polvere ancora avvolta nella coperta di casa. Il mulo si ferm e pieg il collo espirando vapore dalle froge umide, il muso sfior la bimba. Un fiotto acido inaspr la gola di Clemente: quella figliola disubbidiente e sfacciata lo aveva ingannato ancora una volta, chiss che pena provava Aureliana che sicuramente la stava cercando dentro e fuori dal convento.
Tornare e riportarla al monastero? Era gi tardi e il suo scopo era arrivare a Pisa prima possibile. Mandarla indietro da sua madre? Sarebbe stata capace di andare a Pisa da sola. In un attimo l'uomo analizz tutte le possibilit, ma poi decise: Monta!
Setembrina si mosse piano, come destandosi da un sonno; col viso sporco di polvere impastata dalle lacrime guard di sottecchi il padre e sfior beffarda lo sguardo del fratello. Si sedette tra le rape, sul pianale, con le gambe ciondoloni e tirando su col naso, ma col sorriso sulle labbra, tanto non la potevano vedere. Il mulo trottava lento, Beniamino non osava fiatare, Clemente rimuginava e masticava fiele dispiaciuto per la pena della moglie e soprattutto per lo schiaffo rifilato alla figliola. Avrebbe voluto chiederle scusa ed abbracciarla, apr bocca per dire qualcosa, ma le parole che uscirono furono solo di biasimo. Non sei mia figlia, t'ha portato il serpente, fallo ancora e ti mando in convento, te non sei Setembrina, sei una selvaggia!
Poi si volt d'improvviso verso il figlio, seduto alla sua destra e gli assest una gomitata nel fianco. Te lo sapevi e non ha detto nulla!
A Beniamino scese una lacrima, mentre a Setembrina scapp un sorriso.
Nell'arcivescovado di Pisa c'era un gran fermento. Il vescovo Raffaele Riario, che per volere di Firenze era in carica dal 1479, non aveva mai abitato in citt e governava le faccende della Chiesa pisana, evidentemente ritenute senza importanza, vivendo altrove. La reggenza dell'arcivescovado era affidata al vescovo di Calcedonia, Zaccaria Palmieri, che vantava comunque un'origine pisana. Dato che Raffaele Riario, assoggettato alla politica di Firenze non si fidava del collega Palmieri, inviava a Pisa i suoi vicari e frequenti erano le visite dei prelati filofiorentini, che arrivavano d'improvviso a controllare la situazione. In quel sabato mattina, con l'esercito francese alle porte e una torma di sfollati entro le mura, ognuno nelle sue stanze, Zaccaria Palmieri e il vicario controllore di turno, il fiorentino Baldassarre Carducci, si stavano preparando. Di l a poco il corteo guidato dai governanti fiorentini sarebbe passato per recuperare i prelati e poi avrebbero proseguito fuori dalle mura, per andare incontro al re. Era da poco passata l'ora sesta e in un giorno normale, dopo lo scampanio del mezzod, l'attenzione si sarebbe rivolta alla preparazione del pranzo per i vescovi presenti, ma quel giorno nessuno osava pensare al cibo. Uno scalpiccio di zoccoli sul selciato del cortile quadrato dell'arcivescovato annunci l'arrivo delle truppe gigliate e inservienti e prelati si affacciarono alle finestre. In alta uniforme e in perfetto assetto da combattimento, il commissario fiorentino Pierfilippo Pandolfini, i magistrati Francesco Secco, Annibale Bentivoglio e Francesco Cibo e il comandante della guardia Serristoro dei Serristori guidavano il drappello degli armati. I due vescovi scesero e si unirono con gli altri prelati al corteo di accoglienza, ognuno montando il proprio cavallo. Gli stallieri dell'arcivescovato avevano lustrato i finimenti, strigliato i cavalli, ingrassato le corregge, e
se non fosse stato un momento tanto drammatico, lo spettacolo di tutti quegli uomini a cavallo sarebbe stato degno di essere visto, ma quei particolari e quegli scrupoli non servivano a niente e tutti ne erano consapevoli. Cavalli e cavalieri, prelati in sella e a piedi uscirono dal portone e piegarono a sinistra. Rasentando il muro dell'imponente palazzo girarono ancora a mancina e passarono sotto l'archivolto della condotta d'acqua. Ai lati della strada, addossati al muro dell'arcivescovato, famiglie intere di rifugiati provenienti dalla campagna avevano ammassato le loro cose, tirato tramezzi e coperture di fortuna: il corteo dei notabili e del clero si dovette disporre in fila indiana, tanto era l'ingombro. Nessuno fiatava, non si andava ad una festa, non era permesso prendersela con i derelitti che occupavano impunemente la strada, la morte o la vita erano in arrivo, incarnate nella stessa persona, il re di Francia che si avvicinava a Pisa. Occhi negli occhi, chi sfilava a cavallo fissava i profughi e questi penetravano le pupille dei prelati ponendo silenziosamente mille domande e riponendo nei loro sacri paramenti tutte le speranze. Il corteo aggir il muro di cinta degli orti di propriet della curia e pieg a sinistra. Davanti alla chiesa di san Tommaso delle Convertite un giovane baciava ardentemente la sua donna; quale sarebbe stato il loro destino di l a poco? Vita, morte? Un gabbiano lanci beffardo il suo grido, tutti alzarono gli occhi, tutti tranne i due che amoreggiavano. Il vescovo Zaccaria Palmieri ebbe un moto d'impazienza, era pur sempre il vicario di Cristo e il detentore del potere sulle anime, ma non ci fu nessun biasimo, nessun fiato, nessun inno alla decenza; il destino di ognuno si poteva compiere di l a poco e tutta la baldanza dovuta al suo rango era svanita. Il corteo sfil, raggiungendo la possente costruzione di mattoni rossi
che testimoniava l'antica gloria: le terme di Adriano. L dappresso, addossate al lato interno delle mura cittadine, molte fascine di una frettolosa potatura degli olivi venivano benedette da un sacerdote che le aspergeva con acqua santa; un ramoscello d'olivo, guarnito con qualche tardivo fiore di prato, veniva consegnato ad ogni soldato, ad ogni prelato, ad ogni guardia, ai vescovi e ai magistrati, a tutti quelli che uscivano verso l'ignoto. Porta Parlascio, il confine fra le certezze e l'angoscioso futuro fu oltrepassata, cos come il ponte che aggettava sull'Auser. Gli uomini del corteo furono fuori dalle mura, pronti a tutto pur di vivere.
Clemente e i suoi figli arrivarono in vista della porta san Paolo, poco dopo l'ora sesta. Il loro viaggio era durato molto pi del previsto: avanguardie militari francesi, provenienti da Lucca e dalla costa, si erano allargate a ventaglio ed avevano iniziato a pattugliare le terre che dividevano Pisa da Livorno. La strada era invasa da cavalli e salmerie e toccava rispettare l'ordine delle cose. Di fronte alla porta era scoppiato un tumulto, le guardie fiorentine stavano ricacciando indietro un carro e si era formata una folla rumorosa; Clemente pieg alla sua destra e costeggiando le mura si diresse verso porta sant'Antonio. L'accesso alla citt pareva sguarnito, il mulo rallent ed entr al passo, il rumore degli zoccoli sovrastava a fatica quello del cuore di Clemente, che da anni non tornava in citt e pure quello dei ragazzi batteva impazzito, perch per loro, era la prima volta. Tre guardie erano salite al cammino di ronda sulle mura, ma invece di controllare la porta, volgevano il loro sguardo verso Nord, verso l'interno della citt, evidentemente pi preoccupati di ci che avveniva da quella parte, che non di chi si potesse intrufolare
in Pisa. Gli orti della zona di Spazzavento erano in abbandono, la strada un tempo lastricata era sconnessa e poco pi avanti, un cumulo di macerie sbarrava il cammino. Col cuore in gola Clemente invert la marcia, fece tornare il mulo sui propri passi, poi, quando fu vicino alla porta pieg a sinistra e costeggi le mura dal lato interno, percorrendo la via che le fiancheggiava. Non un'anima in giro; avanzarono fino ad incontrare a destra la porta di san Martino: da l voltarono a sinistra e provarono a rientrare in citt. Incontrando le prime case, il cuore di Clemente mut ritmo e pensieri, ma all'eccitazione subentr lo sconforto e poi l'angoscia. Porte serrate, molte case annerite dal fumo degli incendi, gli orti in gran parte lasciati incolti e incustoditi; man mano che si avvicinavano al convento delle Domenicane, Pisa si faceva spettrale. Giunsero all'imbocco della carraia di san Gilio, passarono davanti alla chiesa di san Domenico e pi avanti a quella di santa Maria dei Carmelitani. L iniziarono a notare visi sparuti, addossati alle case, far guardia a madie, materassi e suppellettili. Pi si addentravano nella carraia san Gilio, pi quella folla di fantasmi silenziosi andava aumentando, fino a ridurre la larghezza della strada. Il mulo al passo train il carro fino alla loggia dei Catellani, pieg a sinistra in via dell'Olmo e le redini tese lo fermarono davanti alla facciata della chiesa di santa Cristina. Clemente salt gi dal carro, con un cenno intim a Beniamino e Setembrina di non muoversi, oltrepass la facciata del grande palazzo ove risiedevano i Provveditori di Sorveglianza e con passi cauti e misurati, volt a sinistra, imboccando la via delle Belle Donne. Beniamino, impaurito, teneva la testa bassa: intorno a lui, ammassata davanti alla chiesa, una mesta moltitudine di fuggitivi attendeva il proprio destino. La mole dell'imponente palazzo, dietro il quale era scomparso Clemente, incombeva sul ragazzo e quell'enorme portone serrato, con le ante irte di aculei difensivi, gli ferm il respiro. Suo padre si era allontanato da un attimo, ma a lui sembrava di essere stato abbandonato da un'eternit. Anche Setembrina, che per tutto il viaggio era rimasta seduta sul pianale, ora aveva paura, si avvicin al fratello e gli sedette accanto. Chi sono?
Non lo so, zitta, ci guardano.
Beniamino, ti prego, andiamo via, ho paura.
Se ti muovi, questa volta babbo t'ammazza!
Clemente riapparve, prese in mano le redini e condusse il mulo, il carro e i figlioli nella via dove era sparito un istante prima; dopo pochi passi, passando sotto una volta, entr nel cortile posteriore del palazzo dei Provveditori, dove una donna anziana, li attendeva.
Dervina, questi sono i miei figlioli, Beniamino e Setembrina.
Buon giorno, signora.
La donna, una lontana parente rimasta in citt dopo gli episodi luttuosi occorsi alla famiglia, li abbracci e li fece entrare in casa: lavorava come cuoca al servizio dei fiorentini, in qualche modo si doveva pur sopravvivere.
Dervina, tutto quello che  sul carro  per te, mi fermo a Pisa solo oggi e stanotte ci accontentiamo di stare nella stalla.
Dervina tagli due fette di pane scuro e le porse ai ragazzi. Stai tranquillo, Clemente, ma sei il solito scellerato, che bisogno c'era in questi giorni difficili di portare in questo posto di diavoli le due creature!
Setembrina avvamp e chin il capo, Clemente dette un'occhiata torva ai figli e poi riprese: Lascia stare, non mi fare domande. Allora noi andiamo; torno Prima di cena e vedo di portarti qualcosa.
Dervina fece un cenno e gli intim di aspettare, apr il cassetto di un mobile di cucina e ne trasse un nastro azzurro lungo un braccio. Si avvicin alla bimba, con le mani le ravvi i capelli e li riun in una coda alta fermata col nastro. Setembrina sembr scoppiare di gioia, il suo stato d'animo e la sua giornata ora erano completamente dipinti d'azzurro. I tre uscirono, Clemente prese i figli per mano e lentamente, osservando tutto sin nei minimi dettagli, si mosse per la citt. Imbocc il lungarno, poi superando i cancelli, entr nello slargo davanti alla Loggia dei Catellani, volt a sinistra e prese a salire il ponte di Mezzo. Sempre tenendo per mano i suoi figli, si ferm al centro della campata. Le pigne sotto di loro facevano schiumare l'acqua che passava veloce. Verso monte si vedeva benissimo il ponte di Spina presidiato dalle guardie: a nessun cittadino era permesso attraversarlo, solo i soldati ne avevano il privilegio. Verso il mare, invece, i resti del ponte Nuovo (distrutto molti anni prima da una piena), che univa via santa Maria a Nord con via sant'Antonio a Mezzogiorno, apparivano come fantasmi che uscivano dalle acque. I fiorentini non avevano reputato utile di ripararlo e cos l'unico altro ponte da poter usare era quello che aggettava dalla Fortezza Vecchia dal lato destro del fiume, fino allo spalto della chiesa di san Paolo a Ripa d'Arno, il ponte della Cittadella. Clemente si commosse, la sua bella Pisa era ferita, sembrava implorasse aiuto. I tre proseguirono e si ritrovarono a tramontana. La citt aveva un aspetto spettrale, ma quello che rendeva tutto simile ai racconti che si facevano sull'inferno era la moltitudine di gente di ogni et, che si era ammassata sotto le gronde e le logge delle case. I Biccoli entrarono nel vicolo di Porta Rossa, poi attraverso le strette vie della citt vecchia si diressero verso la chiesa di san Frediano, di fronte alla quale, Clemente
era nato e vissuto coi genitori. Prov una stretta al cuore sostando davanti alle mura incenerite e una lacrima si affacci, ma non se ne fece accorgere e lesto, sempre tenendo i figli per mano si diresse in piazza del Castelletto. Si sedettero sulla soglia di tuia casa: anche in quella zona gente affastellata come le fascine di legna preparate per il fuoco. Da una borsa che aveva a tracolla Clemente tir fuori pane e formaggio: mangiarono. Ogni tanto Setembrina scuoteva la testa e faceva ondeggiare la sua coda. Era immensamente felice.
Il re era ormai in vista della citt. Lo precedevano duecento cavalieri e i loro cavalli mantenendo un maestoso ed elegante passo in ambio, occupavano in file di quattro la via delle Prata che conduceva a Pisa. Seguiva dappresso un immenso esercito, che contava sedicimila uomini a cavallo e undicimila a piedi, pi una coda di mercenari, donne e mendicanti. Tutta la pianura pisana brulicava di armati. Il corteo si ferm a Strappacarnaio, nell'ampio spiazzo di solito occupato da greggi e armenti e ora, deserto; la guardia personale del re si allarg a ventaglio e agli occhi di Carlo ottavo comparve Pisa. Le mura distavano poco pi di un miglio; fuori dalla cinta, il campanile di Santo Stefano extra moenia era comunque troppo basso per costituire ostacolo alla vista del sovrano. Il corteo era giunto da Nord mentre il sole era all'apice della sua traiettoria: la citt, ma soprattutto i monumenti della piazza del Duomo risultavano controsole. Per osservare quelle meraviglie re Carlo e tutto il suo seguito dovettero stringere un poco gli occhi: come se si fosse trovato sul mare al tramonto, il riverbero lo costrinse ad intuire pi che ad osservare. La mole della cattedrale di santa Maria, della torre e del battistero di san Giovanni che emergevano dalla
linea delle mura e si proiettavano nel cielo, gli parvero come l'incastellatura di poppa di un immenso galeone, il pi grande mai visto, mai immaginato, mai costruito. Il mesto e sparuto corteo dei notabili e del clero uscito da Pisa si avvicin al luogo deputato all'incontro. Nel cielo volteggiavano aironi e pittime disturbati da tutto quel muoversi di uomini e cavalli, dal clangore del metallo delle armature, dalla polvere alzata ad ogni passo. Ad un tratto il drappello pisano e l'esercito francese furono di fronte. Serristoro dei Serristori smont da cavallo, si port davanti al re e sguainata la spada, con gesto di sottomissione, la porse al sovrano tenendola orizzontale sul palmo delle mani e chinando il capo. Contemporaneamente, il commissario Pierfilippo Pandolfini avanz a cavallo recando un cuscino che sosteneva le chiavi della citt. Re Carlo fece un cenno ed uno dei suoi uomini si avvicin, afferr la chiave d'oro che apriva simbolicamente le porte di Pisa e la porse al suo re. I fiorentini a guardia di Pisa si erano arresi; Carlo ottavo sorrise e quel sorriso valse a tutti la vita. Ci furono convenevoli, furono prese decisioni, date disposizioni, poi il corteo reale mosse alla volta di Pisa: in tremila sarebbero entrati nella cinta muraria, tutto il resto dell'esercito si sarebbe disposto intorno alla citt, anche nelle campagne verso Est, verso Firenze.
Carlo ottavo fece il suo ingresso a Pisa in sella al suo maestoso cavallo tenuto al passo. Quattro valletti a piedi sostenevano un baldacchino di stoffa azzurra ornato da gigli d'oro riuniti tre a tre, cos che il re cavalcava costantemente riparato dal sole. Entr da porta Parlascio verso l'ora ottava, aggir le antiche terme e prese a risalire la carraia di Borgo, poi via delle Colonne ed infine, nella piazza antistante al Ponte di Mezzo, gli si apr lo spettacolo dell'Arno e dei suoi argini cesellati con fini palazzi. Le guardie fiorentine che guidavano il corteo piegarono a sinistra verso san Matteo. Per tutto il percorso pochi sparuti cittadini avevano osato osservare il Re; pisani e profughi delle campagne avevano preferito nascondersi in casa o dietro gli angoli dei palazzi, avevano preferito fingere di non esistere. Le guardie a piedi e a cavallo, che conducevano il re al palazzo dei Medici, sorridevano e cercavano negli occhi dei pochi che incontravano sulla loro via benevolenza e condivisione. Un soldato camminando si avvicin ad un uomo che teneva due bimbi per mano e regal il suo mazzolino di fiori ed olivo benedetto ad una bambina con la coda legata da un nastro azzurro. Setembrina afferr il mazzolino raggiante, aveva ricevuto un dono e stava arrivando il re: fra poco avrebbe visto lui e pure il bellissimo principe. Clemente serr la mano nella quale teneva quella della figlia, che alz lo sguardo inquisitorio ed incroci gli occhi del padre. Non ci fu bisogno di parole o commenti, la bimba cap e con la morte nel cuore gett il mazzolino in mezzo alla strada: il dono di un fiorentino a sua figlia, non era cosa gradita a Clemente. Il primo cavallo che stava arrivando chin il collo a terra ed afferr tra i denti quella verdura appena gettata. Pass il re ed il corteo continu verso san Matteo. Era bello? Era elegante? Forse era passato anche il principe, ma qual era fra tutti quegli uomini a cavallo? Setembrina non riusc a capire, il suo sguardo umido di lacrime era velato e amareggiato, tutto le appariva confuso e inutile e la colpa era di suo padre.
Aureliana pregava nella cappella del convento all' ora nona. Fu un salmodiare veloce e distratto, scapp fuori appena suon la campanella di fine funzione, corse nel cortile e tolse il chiavistello al portone del convento sotto gli occhi esterrefatti dei due frati
ortolani. Corse e si inerpic sul pendio boscoso sul quale era adagiato il romitorio; pochi passi fra sterpi e pruni e sulla sommit del colle le si apr un mondo che ben conosceva. Remi ordinati e sincroni battevano l'acqua, una ad una le galee francesi entravano in porto, mentre quelle pi distanti si mettevano in coda. Le navi al sicuro nel bacino del porto erano il segnale che il re era a Pisa e non c'era stata battaglia. Fu sollevata, ma fu un attimo: Clemente e Beniamino dove erano? E quella scellerata figliola, era con loro? Pianse Aureliana alla sommit del colle, pianse tutte le lacrime che poteva.


Capitolo 3.
Pisa 8 novembre 1494.

Quella notte a Pisa nessuno dorm. Il podest fiorentino, con un provvedimento d'urgenza, aveva emesso un bando, imponendo alle famiglie cittadine di dare asilo per la notte agli ufficiali francesi. Re Carlo ed il suo seguito, i suoi consiglieri ed il personale che attendeva alla sua persona si erano insediati lungarno, nel palazzo dei Medici. Il podest e i magistrati si erano ritirati ai piani inferiori, accomodandosi alla meglio per la notte. Dopo l'ingresso pacifico del re in citt, molti di quelli che al mattino avevano cercato rifugio se ne erano tornati alle proprie case, ma altrettanti erano rimasti con la speranza di concludere affari e rifornire i mercati e le locande. Oltre tremila ufficiali e soldati dovevano mangiare, dormire, vivere in una Pisa che non era preparata a tale evento. Il buon animo dei cittadini fece s che nessun francese avesse da lamentarsi, anzi, fu forse vero il contrario. Nonostante ordini precisi e severi, la tracotanza dei soldati urt la benevolenza dei pisani: ci furono litgi, si accesero dispute, ma non si arriv mai a far correre il sangue. I mercenari al soldo di Firenze sembravano scomparsi; anche quelli di guardia alle porte, per non urtare la suscettibilit dei francesi, se ne stavano acquattati nelle loro postazioni. Per la prima volta dopo molti decenni, Pisa viveva una notte nuova, agitata, folle. Molti ufficiali di rango elevato e alcuni consiglieri non avevano trovato alloggio al palazzo dei Medici e cos le famiglie pi facoltose avevano fatto a gara nel contendersi questo o quello, cercando di ospitare coloro che vantavano pi credito. Galeazzo di san Severino fu invitato nel palazzo dei Casapieri, che sorgeva dove la carraia di san Gilio si apriva sulla rampa del ponte di Mezzo. Jean Rabot, consigliere del re, trov posto a casa dei Mosca, che si affacciava sull'Arno, cos come Don Alfonso da Ferrara si era insediato nel vicino palazzo della famiglia Alliata. In ogni casa dove un francese era ospitato si era ripetuta la stessa scena: i proprietari avevano spiegato quanta sofferenza il governo fiorentino avesse arrecato alla citt, quanto dura fosse la dominazione e, come se non bastasse, alcuni pisani pi in vista e pi titolati avevano girato diverse case per parlare con capitani, ufficiali e consiglieri del re. Simon Francesco Orlandi, forte dei colloqui avuti a Lucca, aveva cenato con Galeazzo di san Severino a palazzo Casapieri: per tutta la sera non s'era parlato d'altro che del vantaggio che anche Milano avrebbe avuto a veder ridotta la forza di Firenze ed avere alleata una citt come Pisa, col suo porto e le sue navi. Dopo cena l'Orlandi aveva fatto visita a diversi notabili francesi e come lui altri imbonitori avevano corso in citt per tutta la notte. Ognuno nel suo piccolo tentava di partecipare attivamente a quel momento: le guardie fiorentine non facevano pi tanta paura e la speranza di tornare liberi, o comunque di lenire il giogo degli oppressori, si era accresciuta nel cuore di tutti, o quasi. Fra i diecimila che vivevano in Pisa c'erano anche dei fiorentini e moltissimi pisani che, con loro, avevano in essere affari e commerci. Lo spettro di una rivolta e l'idea della libert accendeva
i cuori, ma in quella notte nuova molti paventarono per la loro sorte, per i propri averi, per i propri cari. Clemente Biccoli verso sera aveva riportato i figli a casa della Dervina, poi era uscito di nuovo. I patti erano chiari: i bambini avrebbero dormito in casa e lui, una volta rientrato, si sarebbe accomodato nella stalla, dove il mulo riposava quieto. In ogni locanda anche dopo l'orario del coprifuoco si continuava a discutere e a bere; guardie in giro non ce n'erano e quella sensazione di nuova, quanto proibita libert si insinuava sotto la pelle e rendeva tutti animati e focosi. In via delle Belle Donne cos come nella zona del Porton Rosso e al vicolo delle Donzelle, i postriboli erano aperti ed i soldati francesi facevano la fila. La mattina della domenica riport calma e quiete. Almeno in apparenza, la citt si era risvegliata come sempre: nessuno lavorava e per le strade regnava l'irreale silenzio dei giorni di festa.
In via delle Conce, a casa di Luca del Lante, aveva preso alloggio il capitano Franois d'Azay, originario d'Entraigues sur Sorgue in Provenza. Si era presentato la sera prima sotto casa, con un cavallo ed un mulo al seguito; la sua preoccupazione pi grande era stata quella di far scaricare senza danneggiarlo un grande baule. I proprietari della casa erano riusciti a far entrare dalla porta la grande cassa, ma non a farla salire per le anguste scale al piano superiore. Il capitano allora aveva preferito dormire dabbasso, senza separarsi dalle sue cose e si era sistemato alla meglio dormendo per terra. Luca del Lante ne era stato ben felice: aveva due figlie, Luisa(1) di diciotto anni e Caterina che ne aveva appena dieci ed una moglie ancora molto piacente. Quella separazione di locali gli era opportuna e lo aveva rassicurato. All'alba della domenica il capitano si era alzato e, cercando di non fare rumore, era salito in cucina, aveva versato dell'acqua da una brocca ad un pentolino che aveva portato con s e si era avvicinato alla finestra, dalla quale filtrava un tenue chiarore. Aveva indosso solo un paio di brache e a torso nudo aveva iniziato a radersi con il suo tonsorius militare. Luisa del Lante non aveva chiuso occhio per tutta la notte: la sera precedente il capitano non era salito e lei non aveva potuto vederlo, ma dai discorsi dei genitori che parlavano a voce bassa, ma non troppo, aveva arguito che era elegante e di bell'aspetto. La sua fantasia di giovane donna aveva galoppato senza posa, impedendole di farle prendere sonno. Non solo in Pisa si inneggiava alla libert, ma di sotto dormiva un capitano bello e misterioso. Alle prime luci anche Luisa si era alzata, aveva sceso una rampa delle scale in pietra ed ora, dietro la tenda che la separava dalla cucina, spiava il francese. Le spalle larghe dell'uomo, la sua pelle chiara e i capelli dorati che coprivano il collo, furono tutto ci che riusc a vedere prima che il padre l'afferrasse per un orecchio e, intimandole il silenzio, la rispedisse di sopra
In Pisa la vita sembrava essere sospesa, dalle lodi all'ora nona, nessuno si era avventurato per strada: all'euforia della notte amplificata dal vino si era sostituita la cautela ed il sospetto. Quali erano i piani del re? Sarebbe rimasto o sarebbe partito? Tutto sarebbe tornato come prima o la vita avrebbe preso una nuova piega?
Nell'umile casa i ragazzi dormivano ancora; Clemente e l'anziana Dervina mangiavano pane secco inzuppato nel latte di capra. La donna aveva dipinto
sul volto uno sguardo inquisitorio, ma non proferiva parola. Smettila di guardarmi cos, non sono mica un criminale.
Criminale no, ma scellerato s, spiegami cosa sei venuto a fare e soprattutto perch ti sei tirato dietro quelle due creature.
Dervina, te c'eri al tempo della mia fuga, sai che ho giurato di tornare, rifarmi una casa, vivere una vita alla luce del sole senza dover rispettare la legge fiorentina. Sono venuto a Pisa perch volevo capire e volevo dare a Beniamino l'opportunit di vedere la citt, di crescere, di diventare uomo senza marcire a Pontugione. Quanto a Setembrina, quella... ci  venuta dietro e non la potevo lasciare per strada,  ribelle e selvatica!
Mi ricorda qualcuno disse sorridendo Dervina. ma ora, cosa conti di fare?
Aspetto, come tutti. Non possiamo decidere niente, aspetter che il re faccia la sua scelta e ci salvi, o ci lasci annegare nel fango. Devo tornare da Aureliana il pi presto possibile, chiss come sar in pena.
Clemente si alz e si avvicin alla finestra che dava sul cortile. Da l poteva vedere solo un chiostro chiuso ed una stalla malmessa, ma era come se i suoi occhi sfiorassero il paradiso. Domani potremmo essere liberi, domani potrei tornare a vivere a Pisa!
Carlo ottavo si era alzato con calma ed era stato servito in camera. I notabili fiorentini si erano trasformati in ossequiosi servi, persino un po' viscidi ed untuosi. Al re piaceva quella casa: dalle ampie finestre si poteva osservare il fiume che scorreva calmo proprio ad un passo. Tanto verso monte che verso valle, la visuale era splendida ed anche se qualche casa sul lungarno appariva diroccata, nel suo insieme la vista risultava grata al re, ed il suo umore era allietato. Cera poi la candida facciata della chiesa di san Matteo in Soarta: era cos vicina, che pareva possibile sfiorarla sporgendosi dalla finestra. Allo scampanio dell'ora quarta, il re francese dette disposizione di partire. Furono sellati i cavalli, lucidate le finiture e il corteo mosse dal palazzo dei Medici percorrendo la riva destra dell'Arno. Al seguito personale del re, si univano ad ogni passo gli ufficiali e i notabili che avevano pernottato nelle varie case pisane e, poco a poco, l'intero lungarno fu invaso dagli oltre tremila francesi. Quando il corteo militare col re in testa era giunto all'altezza di via santa Maria, gli ultimi cavalli dovevano ancora muovere dalla zona di Soarta. Le campane della torre pendente nella piazza del Duomo suonavano a festa l'ora quinta: da l a poco sarebbe iniziata la messa. Il corteo regale giunse in quella piazza ed il re con un cenno fece arrestare ed ammutolire l'intera carovana. Si mosse da solo; il cavallo bianco, al passo, si inoltr sull'erba dirigendosi verso l'abside del transetto Sud, poi ripart al trotto leggero piegando a sinistra quasi a voler fiancheggiare la cattedrale e, giunto che fu in prossimit dello spigolo, scart di lato ed entr nello spazio fra la facciata ed il battistero. Sulla porta centrale della cattedrale di santa Maria, i due vescovi attendevano il sovrano con uno stuolo di prelati e l'aria era impregnata d'incenso. Il re inspir a pieni polmoni quell'odore penetrante e fresco di terra rivoltata dagli zoccoli del cavallo, erba e pietra umida del mattino, mischiato all'aroma del sacro fumo che usciva dal turibolo. Non era facile che un re si emozionasse e per sua fortuna era distante da tutto il suo seguito, ma quei monumenti finemente cesellati gli causarono una forte pressione al torace, un'emozione come mai aveva provato. Con un cenno del capo salut il clero pisano e con una mano dette ordine al suo seguito di raggiungerlo. Nella piazza stavano tutti i fiorentini d'origine, fossero essi militari, funzionari o commercianti e pochi ardimentosi pisani, esponenti di famiglie nobili o facoltose; tutti attendevano che il re varcasse la soglia, ma del popolo nessuna traccia.
La messa ebbe inizio e Carlo ottavo si sedette nello scranno pi alto posto nel transetto Nord, detto del santissimo Sacramento, quello destinato, sin dai tempi della fondazione della cattedrale, agli esponenti reali o imperiali.
Clemente, tenendo i figli per mano, si era fatto strada nella calca di cavalli e soldati attraverso la piazza e si era avvicinato alla facciata della cattedrale. Non gli importava niente della messa, ma voleva scrutare i fatti da vicino, guardare di nuovo il re negli occhi come il giorno prima e cercare di scovare risposte a tutte le sue domande. Setembrina, ancora adirata per i fatti del giorno precedente, era di malumore: non erano riusciti ad entrare in chiesa e quindi non poteva vedere il re. I tre erano seduti a terra, con le spalle poggiate al muro del camposanto Vecchio, ed un tiepido sole scaldava le loro membra. Beniamino era incuriosito ed estasiato da quel grande battistero che si ergeva davanti ai suoi occhi. Clemente, un po' per distrarsi un po' perch amava farlo, trasse vicino a s i ragazzi e, tenendoli abbracciati, raccont loro di come l'architetto Deotisalvi aveva progettato quella meraviglia e di come Nicola e Giovanni Pisano, padre e figlio, avessero contribuito ad arricchirlo di sculture e a portare l'opera a compimento. Beniamino beveva le parole del padre, che dal canto suo fu preso da nostalgia. Quando ancora viveva a Pisa e la locanda di famiglia faceva buoni affari, suo padre intratteneva gli ospiti durante la cena raccontando le storie della gloria pisana, di come i monumenti della
piazza fossero stati progettati ed abbelliti. Ora, toccava a lui tramandare quella tradizione che fluiva da bocca a orecchio, ma era costretto a farlo sul prato del Duomo, senza locanda, senza ospiti, senza casa. Setembrina ascoltava e intrecciava gli steli di tre fiorellini di tarassaco nati tardivi nel prato.
Ma Nicola Pisano era pisano?
No, Beniamino, pare che venisse dall'Apulia e che fosse stato comandato dal grande imperatore Federico secondo che lo fece venire a Pisa per abbellire il battistero. Ma neanche Deotisalvi era pisano, forse veniva da oriente e sicuramente aveva visitato Gerusalemme, cos almeno diceva tuo nonno.
Setembrina parve svegliarsi dal suo isolamento. Ma  pi importante il re Carlo o l'imperatore Federico?
Forse era pi importante Federico, ma  morto molti anni fa e ora invece abbiamo re Carlo che ci deve aiutare, lui  molto importante; Setembrina dammi un bacio che dopo ti faccio vedere il re!
In chiesa re Carlo sedeva vicino ai suoi consiglieri e ai comandanti dell'esercito. Nel transetto opposto, quello che si estendeva verso Sud, stava tutto il clero pisano e lucchese, riunito in segno di omaggio al sovrano francese. Nell'immensa navata, gremita dai quasi tremila soldati, si erano fatti largo a spintoni, gli ambasciatori fiorentini, che due giorni prima avevano tentato di incontrare Carlo ottavo, ma che a Lucca erano stati respinti. Il loro intento era quello di far passare Pietro dei Medici per folle e inetto e riprendere dal re le fortezze che quello aveva concesso. Pier Capponi, Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai e Giovanni Cavalcanti avevano trovato posto nelle prime panche, mentre Girolamo Savonarola, frate domenicano, era insieme agli altri uomini di chiesa, nel transetto dirimpetto a quello del re. Tutti e cinque comunque si disinteressavano della celebrazione e spiavano le mosse del sovrano, perch il loro bisogno d'incontrarlo prima che altri accadimenti infausti per Firenze arrivassero, era grande. La messa volgeva al termine e quando solennemente l'Ite missa Est fu declamato, ci fu un rapido spostamento di uomini da una parte all'altra della chiesa. Gli ambasciatori fiorentini tentarono di avvicinarsi al re, ma un cordone dei suoi soldati faceva barriera proprio sotto la grande e maestosa cupola. Don Tommaso di Boncino, rettore di san Cristoforo in Kinzica e padre Piero Crecco cappellano di san Martino, avevano concelebrato la messa e ora si erano avvicinati al re: parlavano sommessamente ma il sorriso brillava sul loro volto come su quello di una quarta persona, un uomo anziano che stava al loro fianco. Il re fece ampi gesti con le mani e chiam uno dei suoi ambasciatori; ai due preti pisani luccicavano gli occhi e all'anziano che era con loro spuntarono due lacrime. Girolamo Savonarola, visto che indossava la scura tonaca dei domenicani, pass oltre il cordone di guardia al re e cerc di avvicinarsi. I quattro continuavano a parlare amabilmente e il frate riusc a carpire solo qualche parola pronunciata da Carlo ottavo in uno stentato italiano.
Tutto ci che  stato comandato di cucinare al palazzo dei Medici, sar portato in casa vostra in tempo breve. Non vi dovete preoccupare di niente. E ora usciamo!
I rintocchi gioiosi dell'ora sesta, modulata da tutti i campanili della citt, nelle note grevi del bronzo, riempirono l'aria. Davanti alla facciata ci fu movimento e, dalle tre porte della cattedrale, cominciarono ad uscire quelli che avevano assistito alla messa. Clemente, che non aveva mai smesso di studiare le mosse dei soldati francesi, non aveva scorto davanti alla facciata il drappello a guardia della cavalcatura del re e alzatosi di scatto, prese Setembrina fra le braccia e la iss a cavalluccio sulle sue spalle. Andiamo!
Solcando il prato a passo svelto, col muro del camposanto alla sua sinistra e la fiancata della chiesa alla sua destra, Clemente arriv all'apice del transetto Nord e, appena voltato l'angolo, vide il corteo regale pronto a muovere. Da quel lato non c'erano guardie a sbarrare il passo e i tre si avvicinarono sotto l'occhio bonario dei soldati, che non dettero peso alla presenza di un padre con due figli. Re Carlo usc tenendo sottobraccio un uomo anziano col quale parlava amabilmente. Dietro venivano i due preti pisani e gli uomini del seguito.
Guarda, Setembrina, il Re!
A pochi passi da loro camminava Carlo ottavo di Valois: basso, brutto e sgraziato, sembrava quasi zoppicasse; il suo naso pronunciato fendeva l'aria e puntava verso terra rimarcando il flaccido doppio mento, ma il mantello rosso scarlatto bordato di pelliccia ed una collana fatta da grani d'oro a foggia di conchiglia lo rendevano mirabile. L'urlo le usc spontaneo dalla bocca, aveva atteso e sognato quel momento per giorni e notti e ora, davanti a lei, si parava il sovrano.
Evviva il Re! url Setembrina e gett il mazzolino di tarassaco intrecciato, verso il corteo.
Quando tutti i presenti si voltarono nella loro direzione, Clemente arross vergognandosi e Beniamino si nascose dietro il corpo del padre, ma fu un attimo: i fiorellini furono calpestati dal corteo e il re spar nel palazzo dell'Opera Primaziale che sorgeva l dappresso. Clemente e i figli si incamminarono verso casa della Dervina, non prima di aver sentito dire
che il re era a pranzo e che, fino al pomeriggio, non avrebbe dato udienza a chicchessia. In via santa Maria Setembrina e Beniamino sembravano le ali aperte di quell'uomo grande e grosso che per la prima volta dopo tanto tempo sorrideva. Al loro fianco, mentre per mano risalivano verso l'Arno, quattro uomini benvestiti e un frate accigliato camminavano cupi e silenziosi verso il convento di san Nicola.
Re Carlo sedeva alla tavola di messer Giovanni Mariani, primo operaio dell'Opera del Duomo, la Primaziale. Si era invitato da solo e messer Giovanni per poco non era stato colto da malore: il re in persona voleva desinare con lui e con la sua famiglia! Il primo operaio, ovvero il capo assoluto della fabbrica del Duomo e responsabile di tutti i monumenti, aveva opposto una flebile resistenza: di certo le sue finanze non permettevano di apparecchiare ad un sovrano, ma re Carlo non si era perso d'animo ed aveva fatto portare in fretta e furia i cibi preparati per lui ed il seguito, dal palazzo dei Medici fino alla casa della Primaziale. Il re era rimasto incantato dalla bellezza del Duomo, dai fini ricami di marmo che ornavano le guglie del battistero, dalla foresta di colonne riunite a formarne una immensa, la torre campanaria che pendeva in modo sinistro e fascinoso. Per questo aveva voluto desinare col primo operaio: voleva sapere tutto di quelle pietre che trasudavano storia ed armonia. Per questo, dopo la messa, era entrato tenendo sotto braccio il padrone di casa nell'elegante palazzo dell'Opera, alto solo un piano, ma con nove bellissime finestre ornate a bifora ed impreziosite da colonnine di candido marmo. A fine pranzo, grato Per le molte storie narrate, aveva donato all'Opera cento ducati d'oro e tutto il festone del suo baldacchino di seta azzurra e gigli ricamati d'oro zecchino,
sotto il quale aveva fatto l'ingresso in citt. Ancora il re e i commensali sedevano a tavola, quando dabbasso qualcuno buss alla porta. Ci fu un'ambasceria, sottili bisbigli; poi la moglie e i figli di messer Giovanni si ritirarono e nella sala da pranzo entrarono cinque uomini. Come si preparassero ad un duello, da una parte stavano schierati re Carlo, Filippo di Savoia e Guglielmo di Briconnette, francesi, messer Giovanni, don Tommaso di Boncino e padre Piero Crecco, pisani. Dall'altra parte della sala, genuflessi e in attesa di un cenno, gli ambasciatori fiorentini Pier Capponi, Tanai de' Nerli, Pandolfo Rucellai, Giovanni Cavalcanti e Girolamo Savonarola. Quest'ultimo, con fare arrogante e senza attendere che il re concedesse udienza, si alz in piedi e si par avanti con fare minaccioso. Carlo ottavo lesto si alz e lo fronteggi: lo fiss dritto negli occhi e poi allung una mano verso quella protesa e minacciosa del frate. Il Valois prese fra l'indice e il pollice della sua mano destra il dito grosso del Savonarola e, come se menasse un cavallo per le briglie, lo trasse a s e lo condusse in una stanza attigua. Il domenicano, colto alla sprovvista, aveva seguito il re, docile come un cucciolo: dietro di loro si chiuse la pesante porta. Mentre nella sala il silenzio imbarazzato fra consiglieri del re e ambasciatori fiorentini cresceva ad ogni respiro, Carlo e Girolamo parlamentavano nell'altra stanza. Ne uscirono dopo un'ora, il frate stava muto. Il re sorridente si confid con Guglielmo di Briconnette che, solerte, espose ai fiorentini: Questo  deciso, le fortezze donate da Pietro dei Medici restano a noi e pretendiamo anche Pisa e Livorno e questo per forza o per amore.
Fu il momento del congedo, chi usc con l'animo in pezzi e l'orgoglio annientato, chi, come messer Giovanni, rest estasiato e chi, come re Carlo, soddisfatto, tanto che chiese la sua cavalcatura per andare a visitare Pisa.
Nella piazza antistante al palazzo dei Medici s'era riunita una folla agitata. La voce che il re aveva respinto le istanze dei fiorentini era circolata in tutta fretta e, come per incanto, le vie della citt si erano riempite di gente. Il corteo regale era ancora fuori, ma se ne attendeva il rientro da un momento all'altro; quella domenica volgeva al termine e la breve giornata novembrina si stava tingendo di nero. Staffette a cavallo andavano e venivano: avevano seguito da lontano il sire francese e ne riportavano i movimenti. Il re aveva visitato la cerchia delle mura e si era soffermato per lungo tempo alla Cittadella Vecchia e anche a quella Nuova; aveva passeggiato sul ponte di Spina ed era salito dall'altra parte dell'Arno fino in cima al bastione del Barbagianni. Ora si attendeva il suo ritorno.

Note.
Nel 1871 Felice Tribolati scrisse intorno a questa vicenda traendone una favola romantica a sfondo patriottico. La coraggiosa fanciulla fu chiamata Camilla in onore dell'omonima eroina dell'Eneide. La tradizione cittadina riporta erroneamente Camilla del Lante.


Capitolo 4.
Pisa 9 novembre 1494.

Quella domenica pomeriggio Clemente Biccoli, nonostante tutti i buoni propositi di tornare a casa, aveva nuovamente lasciato i figli alla Dervina ed era uscito per le strade. A Pisa aveva cercato di riannodare fili spezzati dal tempo, aveva incontrato vecchi amici mentre di altri non aveva avuto notizie, ma soprattutto si era intruppato in una compagnia abbastanza chiassosa che chiedeva a gran voce la libert dal giogo fiorentino. I suoi anni di matrimonio nell'esilio di Pontugione e qualche capello bianco non avevano mutato il suo animo e, come per incanto, come se il tempo non fosse trascorso, saltava repentinamente dall'essere un padre affettuoso ad inneggiare alla libert per la strada, con l'ardore di un giovane cui sia sconosciuta la saggezza. In altri momenti, per molto meno, le guardie fiorentine avevano incarcerato i cittadini pisani: qualcuno era poi tornato in libert, di molti non si era pi saputo niente.
La luce stava scemando e i riflessi sull'Arno erano plumbei anzich rossastri: l'indomani, forse, avrebbe piovuto. Clemente si era attardato con altri nel piazzale del palazzo dei Medici: si attendeva il re. Ognuno faceva la spola tra un crocchio e l'altro, si elaboravano teorie, si pianificavano strategie, ma in tutto quel far conti senza l'oste, nessuno aveva veramente idea di dove la sorte avrebbe condotto i cittadini pisani.
Re Carlo, alla Fortezza Nuova, si era soffermato lungamente ad osservare le bombarde e si era stupito di come quelle cannoniere fossero orientate verso la citt, piuttosto che verso l'esterno delle mura. Interrogando il comandante della milizia Serristoro dei Serristori, venne a sapere che i fiorentini temevano di pi una rivolta di popolo che i nemici esterni, ed avevano fatto modificare la Fortezza per difendersi da un'eventuale insurrezione. La cosa aveva impressionato molto il re e nel suo percorso di rientro, cavalcando a fianco dei suoi consiglieri, ne aveva parlato lungamente. Quando Carlo ottavo arriv dal ponte di Spina lungo la sponda dell'Arno ed entr con la cavalcatura direttamente al pianterreno del palazzo dei Medici, la folla riunita trov il coraggio di inneggiare alla Francia e alla libert.
Simon Francesco Orlandi giunse alla residenza dei Medici a piedi tenendo per le briglie il cavallo di Galeazzo di san Severino; dietro di loro cavalcava il capitano Franois d'Azay d'Entraigues e un manipolo di cavalieri. Mentre i francesi smontavano ed entravano a palazzo, l'Orlandi url a gran voce e chiese aiuto per assicurare i cavalli. Clemente Biccoli si fece avanti, afferr le redini di una delle bestie e mentre legava la cavezza ad uno degli anelli murati fra le pietre della facciata, si ritrov spalla a spalla con Simon Francesco. Perdonatemi cavaliere, ma tutti si chiedono cosa pensi il re riguardo alla nostra libert.
L'uomo si volt e i due si fissarono negli occhi. Ardore, incertezza, volont si scrutarono entrando 1 uno nell'animo dell'altro, non servivano altre parole, la verit nessuno la conosceva, ma la menzogna in quel dialogo non era ammessa. Augurami la buona sorte, vado a parlare col re.
Clemente rimase a guardarlo, mentre il lembo del mantello scompariva dentro il portone; col groppo in gola gli usc solo un sussurro e a fatica riusc a dire: Buona sorte, cavaliere!
La sala era gremita; dalle vetrate che davano sul lungarno ormai non entrava pi luce: il sole era scomparso e nuvole minacciose oscuravano anche un pallido quarto di luna. Nella parete opposta alla grande vetrata sedeva re Carlo davanti ad un imponente tavolo pieno di carte e strumenti di misura. Dal soffitto pendevano due grandi lampadari ed una selva di candele rischiarava il centro della stanza, lasciando in ombra gli angoli pi distanti. Ai lati della sala stavano frammisti gli uni agli altri, francesi e notabili pisani, magistrati fiorentini e capitani in armi, un improbabile coacervo di persone che sarebbe esploso, se di colpo fosse venuto a mancare il re. Chi faceva di tutto per stare in prima fila, chi ci teneva ad esser presente ma non gradiva d'esser visto, chi doveva starci per forza ma avrebbe preferito sprofondare. L'ora della resa dei conti era prossima ed i fiorentini sudavano pi degli altri. Un sommesso mormorio accompagnava i convenevoli e le manovre per spostarsi, senza urtarsi. Galeazzo di san Severino in piedi alla destra del sovrano si chin a bisbigliare all'orecchio del re, poi si drizz. Simon Francesco Orlandi, vi  concessa la facolt di appellarvi a sua maest!
Il brusio cess di colpo, un rapido quanto elegante inchino e poi quell'uomo dal volto impavido inizi a parlare rivolgendosi al sire nella sua lingua. Re Carlo sorrise ed il suo sguardo si fece pi interessato: chi
era mai questo pisano quasi sfacciato che si rivolgeva a lui da pari a pari? E dove aveva imparato il francese cos bene? Ad onta di tutti i presenti, le parole del cavaliere risultarono incomprensibili e gi fra i fiorentini serpeggiava il dubbio: quel lungo discorso era forse foriero d'inganno? Fra i pisani presenti solo Gianbernardino dell'Agnello e Pietro Griffi intendevano l'Orlandi, non gi perch conoscessero il francese, ma perch insieme avevano preparato tutta l'orazione. Il re ascolt con estrema attenzione e soprattutto apprezz quando l'Orlandi dipinse con toni enfatici la gloria passata di Pisa e la mirabilia delle sue imprese. Ora, giunto quasi al termine del suo appello, Simon Francesco si inginocchi. E quindi sire, giacch solo una volta Davide ha vinto Golia, noi, senza esercito e senza averi, non intendiamo di muover guerra a chi  pi forte, ma il nostro desiderio  di esser liberi di decidere da soli con chi legare e con chi sciogliere. Liberateci dal servaggio, se alla vostra signoria possa parer bene; la citt di Pisa giura fedelt alla Francia e senza lotta, da oggi, torna a respirare un'aria che sa di mare e vele e che si chiama libert!
Il re rimase un attimo pensoso, poi gir lo sguardo a destra e a sinistra. I suoi consiglieri si strinsero intorno a lui ed ognuno espose la sua visione: Jean Rabot capeggiava il partito di coloro che vedevano volentieri Pisa libera, ma soprattutto intendevano ridurre il potere di Firenze; qualcun altro propendeva timidamente per non modificare la situazione. Carlo ottavo alz di scatto la mano destra; chi si era parato innanzi a lui si fece di lato e di nuovo lo sguardo del re pot scrutare tutta la stanza. Parl in italiano, poche brevi parole. Non sono proprietario di questa terra e non posso io elargire concessioni, ma l'animo mio sarebbe felice di vedere Pisa vivere in libert.
Non ci fu un'acclamazione, non ci fu neanche un brusio. Le bocche dei magistrati fiorentini rimasero serrate o senza fiato, dei pisani fu dato di udire solo il rumore delle vesti che frusciavano e del correre e saltar di passi sulla scalinata che menava di sotto. Il chiacchiericcio sommesso riprese solo nei fedelissimi del re. Il commissario e il resto dei notabili di Firenze restarono muti e inanimati come statue d'ornamento, nessuno osava muovere un passo o proferire parola. Il re aveva parlato e, dopo ci che aveva detto anche al Savonarola qualche ora prima, sul peso di quei pensieri non v'era pi ombra di dubbio. Dalla strada si lev un grido altissimo che fece balzare tutti verso le finestre: Viva la Francia! Viva la libert!
Se fosse stato tutto preparato oppure improvvisato non  dato sapere, ma dopo poco si alz nel cortile un grande fuoco di legni vecchi e rami spezzati: era il segnale della rivolta. I notabili pisani, che avevano assistito alle richieste di Simon Francesco, risalirono le scale del palazzo e in virt di una nuova autorit, che nessuno aveva conferito loro, ma che donava l'ardire di intraprendere azioni, catturarono il commissario fiorentino e tutti i funzionari, compreso il comandante della guardia Serristoro dei Serristori. Il re ed il suo seguito non posero obiezioni e quindi, delegittimati del loro potere, i fiorentini non opposero resistenza. Come un'onda levata dal libeccio e spinta con forza verso riva, l'adunanza dei pisani mosse dal palazzo e si rec verso il centro citt percorrendo il lungarno. E come gli sbuffi di schiuma sulla cresta dell'onda possente si distaccano e si muovono pi veloci dell'onda stessa sospinti dal vento, cos alcuni pi animosi precedevano come avanguardia quella marea umana. Ad ogni attimo la fiumana si ingrossava, dalle case in molti inneggiavano, ma molte altre imposte venivano chiuse e serrate. Famiglie di fiorentini e famiglie pisane che avevano commerci con questi, se ne contavano parecchie. Che sarebbe successo ora? In molte case un nuovo e sconosciuto ospite pareva bussasse: era il terrore. Clemente Biccoli, spinto da un ardore mai provato negli ultimi anni, correva con gli altri, giunse in piazza e pieg a sinistra salendo la rampa del ponte di Mezzo. Dall'altro lato, al comando della guardia alla Loggia dei Catellani, nessuno si aspettava tale veemenza e i mercenari al soldo di Firenze, quasi inebetiti ed impauriti, invece di usare le armi, le deposero in fretta. Qualcuno pass una corda intorno alla statua del marzocco, il leone rampante simbolo di Firenze, collocata all'ingresso della loggia. Come in una gara, decine di mani si avventarono sul canapo ed iniziarono a tirare, il leone fece resistenza, ma poi vacill e cadde a terra con uno schianto. Quella selva di mani non smise di tirare e il leone, scheggiato e umiliato, fu tratto fino sul ponte. Gli uomini di Pisa fecero a gara per innalzarlo al cielo e con un grido di gioia, lo precipitarono oltre la balaustra. Un tonfo nell'acqua dell'Arno e la bestia fu inghiottita dal buio, mentre la luce della libert splendeva sul volto di tutti. Una met del popolo, ormai radunato dalla parte di mezzogiorno, si lanci verso la chiesa di santa Cristina per dare l'assalto al palazzo dei Provveditori di Sorveglianza. Nel giro di un'ora tutti gli uffici delle gabelle, le poste di guardia alle porte della citt, tutti i centri del comando fiorentino, furono presi d'assalto e conquistati. Tutti i marzocchi vennero abbattuti e gettati in Arno: in un attimo scomparvero i simboli dell'oppressore. Re Carlo ottavo alla finestra del palazzo dove alloggiava vide comparire fuochi nelle strade in tutte le direzioni ove lo sguardo poteva arrivare e, preoccupato per la piega che la situazione stava prendendo, decise in modo repentino. Jean Rabot fu nominato
commissario e rappresentante della corte per la citt di Pisa, Jean Fleard fu nominato magistrato e il capitano Franois d'Azay d'Entraigues ebbe il titolo di comandante della milizia e gli fu affidata una guarnigione di trecento uomini, ma doveva immediatamente prendere possesso della Fortezza Nuova e di tutte le armi in essa contenute. Il re dette anche ordine che l'indomani all'alba quattromila uomini avrebbero marciato verso Livorno e si sarebbero impadroniti del porto e di tutte le strutture difensive. Le voci si rincorrevano, i francesi erano dunque al fianco di Pisa, era imperativo conquistare i baluardi e le torri ancora in mano ai fiorentini.
Nel momento del pericolo, quando la rivolta  alla sua nascita, quando nessuno sa cosa la sorte pu riservare e dopo un alito, dopo un respiro, ci che sembrava il bene pu tramutarsi in male, uno solo guida l'assalto: o  un eroe o uno scellerato. Messer Federico operaio di san Giovanni, responsabile del battistero in Piazza del Duomo, non era certo un folle, ma anzi in citt era stimato come uomo accorto e di fiducia. Per questo nessuno si oppose quando entrando per primo nella Fortezza Vecchia, la Cittadella degli arsenali, si proclam capo dell'esercito pisano. Tutte le armi furono requisite, le guardie messe in catene, i locali occupati. Dopo quasi cento anni, un esercito di popolo, uomini, donne, ragazzi si era riappropriato, col benestare del re di Francia, della propria citt. Clemente era corso col gruppo di quelli che avevano dato l'assalto al palazzo dei Provveditori, ma giunto che fu davanti alla chiesa di santa Cristina, una voce interiore lo trasse dalla folla e proseguendo la sua corsa, lo guid alla casa della Dervina. Il cancello era serrato cos come l'uscio al pianterreno. Url, url forte finch la porta si apr e comparve la vecchia con dietro i suoi due figli. Ci fu un lungo abbraccio,
Clemente piangeva, tremava, continuava a baciare i ragazzi sulla fronte e sulle guance, in ginocchio nel cortile di una casa pisana, una casa libera.
Dobbiamo tornare da mamma,  ora di partire.
Dervina lo apostrof malamente: Scriteriato eri e scriteriato sei rimasto, dove pensi di andare? Anch'io ho inteso della rivolta, si accendono fuochi, si arrestano i fiorentini, pensa a queste due creature. Aspetta domani, che la lotta si calmi, tanto Aureliana te le suona lo stesso.
Rimorsi, sensi di colpa, paura: sua moglie era al convento, ma quanto era in pena il suo cuore? Clemente, egoista e folle, aveva voluto essere a Pisa nel momento decisivo, ma ora un castello di pentimenti franava su di lui. L'anziana donna continuava ad inveire contro Clemente. E poi, voi uomini con tutto questo chiasso cosa credete di fare? Chi ci dar lavoro d'ora in avanti? Prendi me, da dieci anni al servizio dei Provveditori, chi mi dar di che mangiare? Sono vecchia e sola, ma qualcuno di voi ha pensato prima di aprire bocca ed urlare viva Francia, cosa aveva da offrire questo re brutto e zoppo?
La libert, Dervina.
La libert non  pane!
 vero,  molto di pi,  companatico,  sale,  olio. Finora sei sopravvissuta, ora possiamo incominciare a vivere!
Clemente si alz in piedi e baci la vecchia fra i capelli, lei si dimen tentando di scacciarlo, ma sorrise. Non era cambiato per niente da quando ancora ragazzo, da quando parlava di nascosto di ideali e d'indipendenza. Erano passati anni e anni, ma Clemente aveva le sue leggi scritte nel cuore e non erano mutate. Giunse la notte, Dervina si impunt e non permise al Biccoli di uscire di nuovo. Si chiusero in casa, cenarono e poi si coricarono con l'intento di
partire per Pontugione l'indomani mattina, magari a fianco dei quattromila cavalieri del re, che andavano a conquistare Livorno. Anche quella notte in pochi dormirono: il coprifuoco non fu rispettato da nessuno. I prigionieri fiorentini erano i gabellieri, i funzionari, i magistrati compresi il commissario e il capo delle guardie, ma i soldati mercenari, tanto quelli di guardia alle porte quanto quelli di stanza nelle due fortezze, si erano arresi ed erano stati accompagnati fuori citt. Un combattimento non era pensabile: a Pisa c'erano duecento soldati francesi per ogni guardia fiorentina, chi aveva pi forza non intese usarla e chi non ne aveva cerc il modo migliore per salvarsi la vita. Come se non fosse mai esistita, la milizia di Firenze scomparve nella notte nera, tutti i prigionieri furono spogliati dei loro abiti ed accompagnati a porta san Marco: Pisa non ne voleva neanche pi sentire l'odore. Nessuno mise fuoco alle case fiorentini e nemmeno si pens di aizzare la folla contro di loro. Molti dei rivoltosi pisani avevano amici, avevano dipendenti o erano dipendenti, intessevano da anni rapporti anche cordiali. La rivolta non era di un popolo contro un altro popolo, ma di popolo contro un potere che negava ogni diritto ad esistere liberamente. Dietro le imposte e gli scuri intere famiglie vegliarono raccolte in preghiera; altre case invece, con le finestre e le porte spalancate, vedevano entrare ed uscire i cittadini in festa. Al pianterreno del palazzo dell'Opera, a casa di messer Giovanni Mariani, era tutto un fervore di gente. Il primo operaio aveva messo dei denari di sua tasca per comprare sale ammoniaco e zucchero per fare il mordente per l'oro da mettere alle bandiere, tela, spago, bollette e gesso per fare l'arme al re, per metterle alle porte della citt, frange, nappe e una colonna da mettere sul ponte vecchio con l'arme del re. Il progetto di messer Giovanni era quello di confezionare quante pi copie possibili dello stemma del re e bandiere con l'arme dei Valois, perch al mattino dopo Carlo ottavo trovasse la citt ornata dei colori e dei vessilli francesi. Furono aperti magazzini, recuperati materiali, un vero esercito di carpentieri e falegnami si mise a ritagliare ovali; gli stuccatori crearono i gigli di Francia in rilievo col gesso e poi i tintori, usando tutta l'essenza di indaco e di solfato di rame che c'era in citt, completarono il lavoro. I follatori della zona di porta santa Marta non vollero compensi per i pigmenti azzurri, cos come i due potatori che sfrondarono vari cipressi e costruirono con i rami un arco che posizionarono fuori dal palazzo dei Medici dove il re dormiva, in modo che all'indomani potesse avere il suo simbolo di trionfo.
All'alba del luned venne a piovere, prima timidamente, poi sempre con maggiore intensit. Carlo ottavo era di pessimo umore, aveva dormito poco e male. La faccenda pisana era risolta: si era assicurato la collaborazione di una importante citt e non chiedeva di meglio, anche se in cuor suo non aveva apprezzato tutto quel rumore e la sommossa della notte. Quando aveva espresso il suo parere, aveva pensato di intercedere a favore di Pisa con i governanti di Firenze affinch la citt avesse pi autonomia e mai avrebbe immaginato una tale ribellione. Ormai era cosa fatta e prima se ne partiva e meglio era: il suo scopo
lo aveva raggiunto e con la facile presa di Livorno reputava assicurato il supporto delle fortezze toscane al suo progetto di conquistare il regno di Napoli. Anche l'invio dei quattromila cavalieri a Livorno era stato un atto dimostrativo, al porto si contavano s e no quaranta guardie armate al soldo di Firenze e forse, a quell'ora, erano gi scomparse anche loro.
Il malumore del re fu attenuato da una notizia che, come diluita nella pioggia, si sparse velocemente per tutta la citt. Una staffetta proveniente da Firenze aveva cavalcato per tutta la notte e annunciava che il giorno prima Pietro il fatuo era stato scacciato dalla citt. I fiorentini avevano affidato il potere al monaco Girolamo Savonarola, che secondo le voci, si era opposto al sovrano francese, riscuotendo cos la fiducia del popolo. Carlo ottavo sorrise a quelle parole: la lusinga del potere era davvero forte e nell'ora di dialogo avuta col monaco il giorno prima, era riuscito ad intravedere in quello cupidigia e bramosia. Ora poteva partire per Firenze confidando di trovare una citt senza un vero capo. Appena dopo l'ora seconda, il re, pronto alla partenza, montava a cavallo al pianterreno del palazzo. Il portone si apr e un mesto scenario lo rattrist pi di quanto non dovesse. Sotto una pioggia battente, un arco di trionfo fatto di rami di cipresso e nastri azzurri si era piegato di lato sotto il peso dell'acqua. Issati su alte pertiche, tre scudi azzurri recavano i gigli d'oro dei Valois, ma la tinta color vinca gocciolava a terra e lo stucco sbiadito dava l'idea del vecchio e del logoro; decine di bandiere pendevano flosce e inermi da altrettanti pennoni. Malamente riparati da vesti inadeguate, i pisani che volevano tributare un saluto al loro liberatore stavano con lo sguardo a terra anzich al cielo, ch le gocce battenti facevano male agli occhi. Carlo ottavo dette ordine di muovere,  doveva e voleva arrivare a Firenze il prima possibile e spron il suo cavallo. Nella campagna intorno a Pisa la notte aveva visto prepararsi l'intero esercito ed ora, nel fango e sotto l'acqua, migliaia di anime muovevano verso Est. Capitani, cavalieri, fanti appiedati, fabbri, sellai, mestieranti d'ogni sorta e in coda alla forte schiera, ottocento donne giovani e meno giovani chi a dorso di mulo, chi rinserrato sui carri, chi a piedi, seguivano gli uomini in arme. Donne di postribolo, meretrici d'ogni paese, un enorme bordello ambulante seguiva la propria clientela ovunque, in attesa di sfamare le bramosie e le voglie di uomini desiderosi di gioire la sera, senza sapere se sarebbero arrivati vivi alla mattina. Quello del soldato era un mestiere dove tutto andava messo in conto, anche la morte. Da porta san Marco uscirono i quasi tremila francesi; i trecento che sarebbero rimasti asserragliati nella Fortezza Nuova al comando del capitano Franois d'Azay d'Entraigues, stavano a spade levate al cielo per salutare la partenza del loro re. Quando anche l'ultimo di Francia fu uscito, il capitano dette l'ordine alla guardia pisana di serrare le porte. Per quel primo giorno di comando non voleva sorprese. Mentre tutti i soldati di Francia si ritiravano nella Fortezza che il re aveva comandato di presidiare, il capitano Franois menava lentamente il suo cavallo ed un mulo col basto vuoto, sul lungarno. 
A  casa di Luca del Lante aveva lasciato il suo prezioso baule.
Al mattino, quando erano usciti per legare il carro al mulo, Clemente e i ragazzi avevano sentito guaire nella stalla e, nascosto fra la paglia, avevano trovato un cucciolo di cane col pelo rosso e bianco che la Dervina riconobbe: I Provveditori avevano una muta di cani di bretagna per la caccia, questo qui  nato verso settembre,  un maschio. Non capisco perch sia qui e non con la madre.
Forse  morta sentenzi Setembrina, quindi  solo, vero Beniamino?
Il fratello balbett un assenso, ma Setembrina, lesta, aveva gi preso il cucciolo in collo e questo le leccava le mani. Non ci furono altre parole: Clemente, che ancora aveva negli occhi le lacrime della figlia quando le aveva fatto buttare il mazzolino di fiori e olivo in mezzo alla strada, accenn ad un s col capo, anche se nessuno gli aveva chiesto niente. Setembrina si sent felice. Lo chiamer Lanciotto come il cavaliere bianco!
Si chiama Lancillotto, te l'ha detto mamma!
Setembrina reag ostentando autorevolezza. Che ne sai te Beniamino di cavalieri, sar Lanciotto!
Ora, mentre il re usciva dalla citt, Clemente sul carro coi suoi figli, transitava sotto l'arco di porta a Mare. Aveva improvvisato un riparo del pianale usando un telo che gli aveva ceduto la Dervina, ma l'acqua impietosa entrava di lato ed inzuppava le vesti. Setembrina, accoccolata fra il padre ed il fratello, batteva i denti, anche se Lanciotto le scaldava un poco il grembo. In quei due giorni, in cuor suo si era pentita amaramente di essere scappata per vedere il re. Aveva gioito,  vero, alla vista di quell'uomo biondo e bellissimo ai suoi occhi, ma era durato un attimo. La casa della Dervina era umida e il pavimento di terra battuta puzzava; la vecchia aveva mani sporche e unghie nere. Quella prigionia forzata, in quella casa dalla quale non si poteva vedere n il colle n il mare, l'aveva abbattuta. Com'era bello Pontugione col sole davanti a casa e il mare che faceva da specchio al cielo! Tremava di freddo, ma un nuovo pensiero la rendeva felice, l'abbraccio di mamma Aureliana. Beniamino invece si sentiva un uomo, in pratica non aveva visto niente di ci che era successo la notte precedente, ma i racconti del padre, le descrizioni dei notabili di Francia e quella parola, libert, che in ogni pensiero ritornava, lo facevano stare bene. Durante la notte, svegliato da uno dei tanti rumori, prima di riprendere sonno aveva mentalmente ripetuto la parola libert decine di volte e, alla fine, gli era risultata sconosciuta e banale. Eppure suo padre sosteneva che aveva il profumo dei fiori di pesco a primavera, il colore d'oro dell'uva matura e il sapore del pane.


Capitolo 5.
Pisa 10 novembre 1494.

La pioggia battente rallentava l'avanzata delle truppe francesi, sia verso Firenze, che verso Livorno. Clemente e i suoi ragazzi col cucciolo Lanciotto raggiunsero la retroguardia dei quattromila cavalieri quando questa, ormai, era nelle vicinanze del grande stagno. La strada era accidentata dal passaggio contemporaneo di tanti zoccoli e carri e, ad ogni scossone, i ragazzi rischiavano di venire sbalzati. Uno dei soldati rivolse il saluto ai tre del carro e si mise a parlare con loro in italiano. Era un provenzale, aveva il volto e le mani ancora scuriti dal sole estivo o forse dalla sporcizia degli accampamenti. Beniamino lo osservava ammirato, i suoi occhi si posavano soprattutto sulla strana asta di legno che teneva sottobraccio e che finiva con un' elaborata lama. Il cavaliere se ne avvide. Ti piace?
Beniamino spalanc gli occhi e fece un cenno affermativo col capo. Noi la chiamiamo bec de chorbin: vedi, ha una parte a forma di becco per spaccare l'armatura del nemico, dall'altro lato c' il martello per spaccare l'elmo e, in punta, una lancia tagliente.
Beniamino prese il coraggio a due mani e anche se pioveva a dirotto e il freddo lo torturava da ore, avvamp di calore. Avete ucciso molti uomini?
Clemente non fece in tempo a rimproverarlo per aver importunato il cavaliere, che questi replic: Non molti per ora, ma dobbiamo scacciare il re spagnolo e allora capiter, s, capiter ancora.
Clemente si scus per Beniamino ed incominci a parlare della sua locanda a Pontugione. Era piccola,  vero, non poteva ospitare tutto l'esercito, ma era pulita, ci si poteva lavare ed il cibo era il migliore della zona. Quando era partito aveva serrato le porte di casa, ora intravedeva la possibilit di riaprirle. Quei francesi avevano dato libert a Pisa, ci si poteva parlare, erano uomini come lui e in citt nessuno aveva avuto problemi. Una parte di suoi pensieri intimi lo richiamava in patria, ma molti anni di lavoro alla locanda lo guidavano verso la possibilit di guadagnare, di fare un po' di denari. Era quasi l'ora di pranzo, tutta quella pioggia aveva ingrossato le fosse ed i canaletti e i francesi, per non bagnarsi oltre, si erano assiepati sulla strada per passare il ponte anzich traversare per i campi infangati ed infidi. Cos Clemente ed i ragazzi, sotto il telo della Dervina che non li riparava da niente, attesero in coda ai soldati il loro turno.
Il cavallo del capitano Franois d'Azay procedeva al passo, il mulo, legato alla sella seguiva mesto. La pioggia era solo un inconveniente fastidioso, quel primo giorno di comando non prevedeva distrazioni. Il pomeriggio precedente re Carlo aveva voluto visitare la citt e lui aveva colto l'occasione, per fare una ricognizione delle strutture militari, dei rischi e delle possibilit difensive che aveva. Era gi stato messo sul preavviso che, invece di proseguire verso Napoli, sarebbe potuto rimanere in quelle zone a presidiare una citt o una fortezza alleata. Meglio: a lui la guerra non piaceva e il mestiere del soldato gli
era stato imposto. Tanto valeva starsene tranquillo in una citt facilmente difendibile e sicura. Era uscito dalla Fortezza Nuova per la porta che aggettava direttamente dentro la citt, porta san Marco, serrata e solida, era l ad un passo. Prosegu il suo cammino lungo le mura che scorrevano alla sua sinistra. La via adiacente la barriera difensiva non era lastricata e dal lato verso la citt scorreva un melmoso canalicolo di scolo. Sembrava che l'unica strada per arrivare sull'Arno fosse la carraia di san Gilio, ma per esplorare meglio la citt incit il cavallo e pieg a destra. Si ritrov a procedere in un dedalo di orti, staccionate, piccole baracche di legno. Alcuni appezzamenti erano in ordine, gli alberi da frutto avevano vangature al piede; in altre zone l'abbandono era completo. Le mura dal lato Sud chiudevano la citt, ma le prime case erano distanti e spostate verso l'Arno. Il capitano pens che difendere case e campi contemporaneamente era una buona cosa e se tutti i terreni fossero stati produttivi, la citt avrebbe potuto anche reggere un lungo assedio. Procedendo in linea retta incontr le prime case, intorno alla chiesa di san Bernardo; il rumore degli zoccoli delle due bestie rimbombava ora nel plumbeo silenzio e, dalle finestre e dalle porte, qualcuno si affacciava cauto per vedere chi passava. Non alz la testa, non salut nessuno, pioveva fortissimo e per quanto la cosa non lo preoccupasse non era certo una sensazione piacevole. Sbuc in una via traversa, larga ed ordinata, pieg a sinistra e dopo poco si ritrov nello slargo dinnanzi alla chiesa del santissimo Sepolcro. Un elegante loggiato con archi a sesto ribassato e colonne di pietra cingeva la chiesa e l'edificio a cui era adesa; il cavallo scart dolcemente a destra e si ferm al riparo delle volte. Franois lo lasci fare, smont e scosse il mantello dall'acqua: la piazza era deserta e anche verso l'Arno
non si vedeva nessuno. Leg gli animali ad una delle colonne e alz gli occhi. Dinnanzi a lui, il portale era sorvegliato da due teste di leone. Guardiani pens, da oggi c' un guardiano in pi.
La porta di legno era chiusa: gir intorno alla chiesa, sfiorando nel suo incedere le pietre della costruzione con la mano destra. Il tempio ottagonale aveva un'altra apertura, socchiusa, ma il capitano continu a camminare e di fronte all'Arno trov ancora un'altra porta. Qui, ai lati degli stipiti, montavano la guardia due teste di bue o forse di animali sconosciuti, come sconosciuti erano i simboli solari scolpiti nell'arco formato da pietre di marmo. Franois sorrise: pi in alto in bassorilievo, una croce patente, il simbolo dei cavalieri del tempio, lo fece sentire meno estraneo. Torn indietro, la pioggia non dava tregua; decise di entrare, in fondo non aveva fretta. Lo spazio interno era ottagonale e, al centro, otto pilastri delimitavano un presbiterio circolare e sopraelevato: l'altare era disposto proprio in mezzo alla chiesa. Su di un piedistallo addossato alla parete, poche candele consunte emanavano una luce fioca. Franois si sedette su una panca: aveva sentito narrare molte storie sulla chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme e ora gli pareva che in quello spazio tutte le fantasie e le idee riguardo a quel tempio fossero l, dinnanzi a lui e lui, in loro. Quando era ragazzo, sua madre ad Entraigues, ed il suo precettore gli avevano fatto recitare le preghiere ogni giorno. Il suo mondo era stato di gioia, serenit e preghiera, ma poi aveva scoperto che essere fratello minore imponeva una vita diversa, di maggior sacrificio e impegno, quasi a dover riscattare la serenit della prima parte dell'esistenza. Lo avevano messo di fronte ad una scelta, o prendere i voti o la spada e cos, addio alle feste, agli studi tanto amati e pure alle preghiere. Starsene in chiesa gli piaceva e quella
chiesa gli dava pace, ma da un certo punto della sua vita troppi occhi sbarrati, troppe bocche senza respiro, troppe ferite insanguinate avevano riempito quello spazio che in un altro tempo, era stato dedicato alla fede e alla preghiera. Qualche volta aveva provato a definirsi un senza Dio, ma aveva avuto paura delle sue stesse parole. Dio c'era, nella sua mente o in cielo, da qualunque parte, purch lo sostenesse mentre partiva la carica e lui, coi suoi fidati cavalieri, iniziava a dispensare morte e lacrime. Dalla porta a Nord, quella verso l'Arno, entr un monaco, si fece il segno della croce e si genuflesse, poi and verso le candele accese, le spense soffiando e riusc per la porta Ovest. Nemmeno si avvide della presenza del capitano, che dal canto suo rest immobile, come di pietra. La chiesa piomb nel buio pi totale, il battere della pioggia ritmava sui conci di cotto della copertura, una monotona e devastante cantilena e, solo, solo al comando di una guarnigione, solo in quella citt malinconica e sconosciuta, solo in quella chiesa, si sent solo anche nel profondo del cuore.
Clemente pass il ponte sull'Ugione e pieg a sinistra, verso casa. Appena la strada cominci a salire lievemente, serr le briglie e volse lo sguardo verso il porto. Dalla leggera altura, anche se la pioggia formava un muro quasi impenetrabile, si scorgevano le navi in manovra fuoriuscire dal porto. Il re ormai aveva ottenuto quello che voleva: una piccola guarnigione francese sarebbe rimasta a guardia di Livorno e anche i quattromila cavalieri, che avevano marciato davanti a lui quel mattino, si sarebbero riuniti all'esercito per scendere verso Napoli. Incit il mulo, era tempo di tornare a casa, ma prima dovevano recuperare Aureliana al convento. Il carro riprese a muoversi, la loro casa era a pochi passi, ma dalla
strada non si poteva vedere n il cortile n la costruzione e quindi proseguirono verso santa Maria della Sambuca. Setembrina rideva, il colle e il mare erano tornati a colorarle la vita, anche se quel giorno la tinta di quel mondo era diluita nella pioggia incessante che cadeva fitta e di sbieco. I ragazzi erano tremanti e fradici e i loro corpi producevano vapore, come il loro respiro. Ormai verso l'ora nona Clemente balz gi dal carro e buss al portone. Pass tempo, si apr solo la feritoia protetta da una robusta grata. Chi siete, in nome di Dio?
Sono Clemente Biccoli, aprite padre guardiano, vi supplico!
Aureliana era accorsa appena la notizia si era diffusa velocemente in quelle mura. Incurante della pioggia e del fango del cortile, corse incontro ai figli, li abbracci e li carezz, mentre Clemente menava il mulo e il carro alle stalle; poi si ritrovarono sotto il loggiato del chiostro.
Aureliana.
Uno schiaffo potente lo colse d'improvviso facendolo vacillare: non fu il dolore a farlo piangere, ma quello schiocco cos forte che lo aveva riportato alla realt, quella realt che per due giorni pareva aver dimenticato. Nella sua testa, il mulinare dei pensieri vedeva passare, come in un girotondo di fanciulli, parole come rivoluzione, libert e indipendenza; ora quel labbro sanguinante ne aveva aggiunte altre due, dovere e responsabilit.
I bambini salirono nella cella dove Aureliana aveva dormito e questa trasse dalla cassapanca vestiti asciutti. Con l'acqua di una brocca strofin alla meglio quei corpi infreddoliti e poi fasci i lunghi riccioli di Setembrina con un telo. Si mise nel letto creando un'ansa col suo corpo dove i ragazzi si accoccolarono per scaldarsi. Lanciotto sal sul letto e si sistem sui piedi di Aureliana che lo prese subito in simpatia. Da dove viene quel cucciolo?
Era del re, ma ha perso la mamma.
Ma stai zitta, il cane era di qualche signore fiorentino e, nella confusione che c'era a Pisa, deve aver perso la mamma; il re non ce l'aveva il cane!
Avete visto il re?
S, due volte, ma una piangevo perch un soldato mi aveva regalato i fiori e babbo non voleva.
Con dolcezza e amore, Aureliana si fece raccontare dai ragazzi le vicende di quei giorni; avrebbe voluto punire Setembrina, ma in quella fredda e piovosa giornata rivedere tutti sani e salvi le aveva aperto il cuore e cancellato le preoccupazioni. I due fratelli narrarono della Dervina, del re, della rivoluzione, dei fuochi e delle grida e dell'infinita paura nella notte.
Sai mamma, i pisani stanno in queste case tutte vicine che non si pu vedere il porto o il mare e nemmeno le colline, pensa che brutto.
Aureliana sorrise, fra poco avrebbe rivisto Clemente, forse era nelle cucine, sicuramente si era riscaldato e vestito di panni asciutti; avrebbe dovuto parlargli, avrebbero dovuto decidere della loro vita e tutto stava accadendo troppo in fretta. Per l'ora di cena era ancora presto, in quei due giorni aveva rammendato tutte le calze e le brache sdrucite dei monaci, non aveva altro da fare che stare sotto le coperte abbracciata ai suoi figli.
L'acqua stava concedendo un po' di tregua, le gocce ora cadevano con meno intensit ed il cielo si fece pi luminoso. Quel lieve pallore rischiar a malapena l'interno della chiesa, ma fu sufficiente a strappare il capitano Franois ai suoi pensieri. Usc, ripromettendosi di tornare in una giornata di sole: voleva capire meglio quel tempio, conoscere la sua storia, diventarne parte. Risalito in sella, sbuc sul lungarno e, tenendo il cavallo al passo, si diresse verso il ponte. I pesanti cancelli irti di rostri erano aperti, ma potevano sbarrare il passo ed impedire che si potesse attraversare il fiume, in caso di rivolta o sommossa. Il capitano tir dritto, fiancheggi il bellissimo palazzo di pietra grigia poco oltre lo spalto d'accesso al ponte e si sofferm a guardare all'interno del grande portone aperto. Il giorno prima aveva appreso che il palazzo era la sede dei consoli del Mare; Franois not un andirivieni di persone che entravano a mani vuote ed uscivano recando qualcosa. Il saccheggio era sempre contemplato a fine di una rivolta e non se ne cur. Prosegu, chin il capo in segno di ossequio alla chiesa di santa Cristina e, poco oltre, volt a sinistra nel vicolo delle Conce. La casa di Luca del Lante aveva la porta sbarrata: senza scendere da cavallo Franois buss con un calcio al portone. Una finestra due piani sopra si apr. Chi cercate?
Sono il capitano Franois d'Azay d'Entraigues, sono venuto a riprendere il mio baule!
Scalpiccii e sussurri, poi il portone si apr e Luca del Lante comparve sulla soglia. Buongiorno capitano, siamo onorati della sua visita, nessuno si  avvicinato al baule, cos come voi avevate comandato. Luca aveva saputo, come tutti in citt, che il capitano francese era importante e persona da tenere nel massimo riguardo e si era rammaricato di averlo fatto dormire nell'atrio del suo palazzo, anzich in un comodo letto al piano di sopra. Ora cercava di rimediare ed aveva assunto un tono servile e fastidioso.
Se lo desiderate, noi possiamo custodire il vostro baule fino a quando sar necessario e potete usare una camera di questa casa a vostro piacimento, siamo persone dabbene e nessuno sfiorer le vostre propriet.
Vi ringrazio, messer Luca, ma i miei alloggi sono alla Fortezza, sono un soldato e quello  il mio posto.
Come desiderate, capitano.
Mentre con l'aiuto di due lavoranti il baule veniva portato fuori e caricato sul basto del mulo, un frusciare di vesti attir l'attenzione del francese. Dalla stretta scala che portava ai piani alti, una donna scendeva, gradino dopo gradino, lenta, quasi esasperante nel suo pacato incedere. Coi capelli raccolti in una crocchia, il volto completamente scoperto emanava una luce radiosa. Giunta che fu all'ultimo scalino, la donna si ferm: il suo corpo era fasciato da un abito umile, forse verde in origine e sulle spalle portava una mantella di lana scura. Sentendosi osservata, fece l'inutile gesto di ravviarsi i capelli, poi afferr i lembi della mantella con tutte e due le mani e si copr il capo. Solo allora scese l'ultimo gradino di pietra e, occhi negli occhi col capitano, avanz lentamente verso il portone. Luca del Lante era indaffarato a legare con le cinghie di cuoio il baule sul basto del mulo, la pioggia batteva ancora e non si era curato di coprirsi; cos isolato nei suoi pensieri, si avvide della figlia solo quando Luisa fu sulla soglia. Sali di sopra, non  posto per te.
No, Luca, aspettate, lasciate almeno che mi presenti.
Seduto in sella al suo cavallo, il capitano chin il capo poi dichiar il suo nome e grado e si drizz in un'impettita posizione di saluto. Luisa sorrise, ma non disse una parola, fu il padre a scambiare la presentazione. E ora sali di sopra.
Luisa, impettita sul pied'uscio di fronte al capitano, stava altera ed imperiosa nel suo profondo sguardo. Diciannove anni da l a un mese, diciannove anni e ancora senza marito, diciannove anni e troppi pretendenti che la desideravano come trofeo e non come
persona da amare. Si era sempre ribellata alle combinazioni di matrimonio, soprattutto quando si erano fatti avanti arroganti fiorentini. Luisa, la donna pi bella della citt, quando passava per strada con la madre o con le donne di casa sua, ogni lavoro veniva interrotto; il suo passo era elegante, lungo e armonioso, le vesti non consentivano di vedere niente, ma in molti sostenevano che neanche toccasse il terreno da quanto era leggiadra. Il suo sguardo severo era tagliente come la lama di un rasoio, ma chi l'aveva vista ridere era rimasto stregato da quegli occhi color di foglia, profondi e lucenti. Luisa sorrise e chin il capo, si volt e torn sui suoi passi, ma proprio quando suo padre si era rilassato e si era rimesso a trafficare col baule, una voce melodiosa riemp l'atrio: Capitano, spero che possiamo avere l'onore di avervi come ospite, una di queste sere.
Franois rispose con un sorriso ed un cenno del capo, ma non profer parola: aveva capito quale delicato equilibrio familiare era in gioco e si mostr cortese ed educato.
Vogliate scusarla, i ghiribizzi delle donne sono incomprensibili... sempre a pensare ai convivi, non vi importuner pi, ve lo prometto.
Il francese fece finta di non aver udito la voce di Luisa. Messer Luca, vi ringrazio dell'ospitalit, ve ne sono grato, non so come vivremo nei prossimi tempi in questa citt, se vi necessita, venite a trovarmi alla Fortezza, vi saluto.
Grazie a voi, capitano, per l'onore che ci avete fatto.
Il cavallo, spronato da un leggero tocco di talloni, si mosse.
Una sera di queste verr a cena, se non vi dispiace, ma vi far avvisare per tempo.
Come voi volete, capitano.
Il resto furono bestemmie e insulti, ma nessuno li pot sentire.
Nella cucina del convento Clemente, con indosso un vecchio saio, aspettava davanti al camino di poter vedere Aureliana e i ragazzi. Erano di casa in quel posto, scambiavano merci coi monaci, andavano talvolta a messa, i bimbi erano stati battezzati tutti e due nella cappella del convento. Era scosso Clemente: i due frati cucinieri, dopo averlo rifocillato, gli avevano raccontato di come la sera precedente un manipolo di soldati francesi avesse bussato alle porte dell'eremo. Sulle prime i monaci avevano pensato di aprire e di dar loro asilo, ma poi si erano avvisti che alcuni di quelli erano ubriachi, bestemmiavano il Creatore ed avevano tirato fuori le armi. Erano passate alcune ore di litigi, preghiere, trattative e alla fine il convento aveva dovuto cedere due botticelle di vino, ma nessuno era entrato. Poi, per ringraziamento, i francesi, prima di andarsene avevano lanciato dentro al cortile una torcia accesa che era caduta sul tetto della stalla. Per grazia di Dio e anche perch il tetto era umido di pioggia, non era divampato un incendio e con poche secchiate d'acqua il problema era stato risolto, ma quella notte nessuno aveva dormito. Clemente si sentiva sciocco, forse inadeguato, aveva lasciato la moglie in custodia al convento, convinto che fosse il luogo pi sicuro del mondo, non voleva immaginare cosa sarebbe potuto succedere se i francesi fossero entrati nel sacro recinto. Aureliana e i ragazzi scesero nel refettorio e Clemente fu avvisato. Si alz e, saltando fra le panche e i tavoli, corse ad abbracciare la famiglia. Aureliana avrebbe voluto rimproverarlo, litigare, offenderlo, ma cos come era successo con Setembrina, alla vista di quell'uomo che adorava, goffamente vestito da frate, sorrise, poi rise
ed infine pianse di un pianto liberatorio. Beniamino e sua sorella, che teneva Lanciotto in collo, piangevano anche loro, ma in fondo senza saperne il perch: in definitiva quei giorni a Pisa erano stati i pi eccitanti della loro vita e si sentivano felici, soprattutto ora che erano di nuovo tutti insieme. Si sedettero sulle panche, entro poco si sarebbe consumata la cena; parlarono, si raccontarono, si immersero gli uni nelle sensazioni degli altri. Clemente non volle introdurre discorsi sul futuro, per quel giorno le emozioni erano state anche troppe, l'indomani sarebbero tornati a casa loro a Pontugione ed avrebbero deciso il da farsi. Ora era il tempo del calore, la libert poteva attendere.
Alla Fortezza Nuova l'alloggio era umido e buio e il capitano Franois d'Azay si era pentito di non aver accettato l'invito di messer Luca, ma il suo posto era quello, non poteva comandare una guarnigione da lontano. Con l'ordine di tenere le porte chiuse e con la pioggia battente, era riuscito a limitare i movimenti dei pisani. Per il giorno dopo aveva concordato che un soldato francese affiancasse ad ogni turno di guardia la milizia cittadina. Credeva, sperava che ci bastasse, ma il pericolo di nuove sommosse veniva ancora una volta dal centro della citt. Appena rientrato, aveva avuto il primo problema. Al palazzo dei Medici, che ora era in possesso dei notabili pisani, era in atto una rumorosa adunanza con una grande folla, che, nonostante la pioggia, era nuovamente riunita sotto le finestre. Il capitano aveva inviato cinquanta dei suoi con l'ordine di osservare senza usare le armi. Ormai all'imbrunire, il lungarno dalla parte di san Matteo fino al ponte di Mezzo appariva come un vespaio disturbato dall'arrivo di un animale in cerca di miele. Come impazziti, gli uomini e le donne pisane andavano e venivano, ondeggiavano e rinserravano, facendosi sempre pi vicini al palazzo. Nella sala dove il giorno prima re Carlo aveva concesso libert a Pisa, ser Pietro di ser Giovanni di san Casciano e ser Carlo da Vecchiano, entrambi notai, erano seduti l'uno accanto all'altro. Stavano vergando, ognun per s, lo stesso documento che Simon Francesco Orlandi dettava loro, tentando di sopravanzare il chiasso nella stanza. Ancora pochi colpi di penna, raschietto e ancora penna; il popolo di sotto vociava, i due notai sudavano per il caldo e la tensione, ma le due copie furono pronte. Ad un cenno dell'Orlandi un paio di quelli che erano nella stanza andarono al piano di sopra e bussarono a Jean Rabot, che il re di Francia aveva nominato commissario per Pisa. Questi, in compagnia di Jean Fleart, scese nella sala dove si teneva la riunione e su invito di Gianbernardino dell'Agnello si affacci alla finestra. Da sotto esplose l'urlo della folla, potente come quello di una bombarda, emozionante come il fragore del mare; i francesi restarono impressionati, ma fu un attimo. Il notaio ser Carlo da Vecchiano fu accompagnato al fianco del commissario Rabot e fu invitato a leggere. La pioggia continuava a cadere, il mormorio copriva le parole, neanche quelli situati sotto la piazza riuscivano a sentire, ma quel discorso, il giuramento di fedelt alla Francia e la dichiarazione dell'indipendenza, divent da quell'attimo in poi, l'unica preghiera che i pisani recitavano alla sera. Lesse ser Carlo e alla fine si commosse. Noi con firmo e costante animo defendiamo et defenderemo questa citt insino al sangue et a la morte, sopportando ogni cosa dura, difficile et extrema, per la salute di quella e nostra: perch ogni buon cittadino cos,  obbligato a fare. Misera e meschina  quella repubblica che per la sua degnit e conservazione non Ita li suoi cittadini parati a morire. Tanto et s immenso amore et
carit dobbiamo portare alla patria nostra, sicondo la sententia di Cicerone in libro di officiis, che doppo Iddio siamo obbligati precipue amare la patria propria, perch lei ci lia generato et nutrito di buoni costumi e muniti di santissima legge, etiam perch secondo Aristotele, ogni bene  pi comune, tanto  pi divino et la salute e el bene della patria concerne e contiene la salute et bene pubblico e privato. E noi, questo, lo giuriamo!
In quel preciso momento, dalla torre dell'orologio veniva fatto precipitare l'ultimo marzocco rimasto in piedi: era di rame dorato ed era stato il vanto dei fiorentini. In quel preciso momento alla Fortezza Nuova il capitano Franois d'Azay d'Entraigues apriva con cautela il suo prezioso baule.


Capitolo 6.
Pisa dall'11 novembre 1494 al 23 novembre 1494.

Allo scoccare dell'ora terza, Clemente e la sua famiglia avevano caricato sul carro le loro cose e si preparavano a congedarsi dai monaci dell'eremo. L'abate aveva sempre avuto in simpatia i Biccoli, ma quattro bocche in pi da sfamare, non erano uno scherzo ed era contento che i loro vicini se ne tornassero alle usanze di sempre. Le navi francesi, dopo essersi rifornite di acqua, avevano lasciato il porto una ad una: tutto stava tornando ad una sperata normalit. Il mulo trottava seguendo la carraia in lieve discesa, i ragazzi avevano chiesto di andare a piedi e fare a gara per vedere chi arrivava prima a casa, ma i genitori erano stanchi di separazioni e pensieri. Aveva smesso di piovere e un pallido sole faceva brillare le mille gocce d'acqua che imperlavano i rami degli alberi. Giunti in prossimit di Pontugione, il carro volt a sinistra e prese la breve erta che menava alla locanda; dall'incrocio non si scorgeva nient'altro che la massa della casa, mascherata in parte dal poggio e in parte da una rigogliosa siepe d'alloro, ma, dopo pochi passi, disordine, abbandono, distruzione: gli occhi di Aureliana e degli altri si inumidirono all'istante. La porta di casa era abbattuta, un'anta divelta giaceva nell'aia. La stalla era ridotta a un cumulo di legna incenerita e solo la pioggia della notte aveva probabilmente impedito che l'intera costruzione andasse in fiamme. Clemente affid le redini alla moglie, scese con un salto e dal pianale prese una forca. Avanzando cauto arriv all'ingresso e con un urlo entr in casa; con un secondo urlo, ne usc un attimo dopo. Il racconto delle truppe francesi che volevano entrare nel convento non lo aveva condotto all'idea che anche la sua casa poteva essere stata assalita, ma purtroppo era successo il peggio. Tutto ci che si poteva rompere era stato rotto: la piattaia, che stava appesa con tutte le scodelle e i bicchieri di coccio, giaceva ora sul pavimento, tutto era ridotto in pezzi; il tavolo, le sedie e alcune mensole erano state bruciate nel camino. La cantina era devastata, le botti sfondate, quello che non era stato bevuto, era stato versato. Al piano di sopra, in molti dovevano aver giaciuto ubriachi nei letti, in molti avevano vomitato, orinato e defecato anche sulle coperte. Nella camera dove abitualmente dormivano Clemente e i suoi, i francesi avevano addirittura acceso un fuoco sul pavimento e l'assito di legno si era sfondato: dai margini inceneriti si poteva vedere tutto il piano di sotto e la devastazione della cucina. La locanda dei Biccoli era ridotta ad un tugurio sporco, incenerito e maleodorante. Aureliana con le guance rigate dalle lacrime vagava per la cucina, poi dopo un paio di profondi sospiri si chin a terra a raccogliere i piatti rotti.
Fermati!
Dobbiamo pulire.
No, Aureliana, ce ne dobbiamo andare!
Quelle parole ebbero sulla donna l'effetto di una pugnalata: il lieve pianto si trasform in lamento e poi in disperazione. Beniamino e Setembrina, stretti l'uno all'altro, avevano avuto l'ordine di non entrare,
ma sentendo il grido della madre, erano accorsi sulla porta. Piangevano ambedue, lacrime silenziose, lacrime sgorgate soprattutto perch generate da quelle della madre, lacrime di figli rattristati quanto inconsapevoli: ancora non avevano capito quale sarebbe stata la loro sorte. Clemente prese la moglie per un polso, la fece alzare e la strinse fra le braccia. Andiamo a Pisa, subito, il tempo di Pontugione  finito, qui non abbiamo pi futuro n certezze. A Pisa potremo vivere in libert.
Aureliana si stacc da quell'abbraccio. Libert! Libert, non sai dire altro che quella parola, guarda i soldati del tuo re francese cosa ci hanno fatto!
Le parole erano uscite tutte d'un fiato, miste a lacrime e fiele e colpirono al cuore Clemente, che ancora ondeggiava fra le sue illusioni e la consapevolezza del disastro che stava vivendo. Prevalse l'affetto, la comprensione, si riavvicin alla moglie e dolcemente la cinse e in silenzio, lasci che sfogasse il suo dolore. Vedendo i genitori stretti l'uno all'altra, i due ragazzi entrarono in casa scansando gli oggetti che ingombravano il pavimento e si unirono in un abbraccio serrato. Aureliana era distrutta: una vita di sacrificio e parsimonia era andata in frantumi; avrebbe potuto pulire, riordinare, ricominciare tutto da capo come oltre dieci anni addietro, ma in cuor suo sentiva di non averne la forza, l'energia. Come se fosse cieca, si lasci guidare per mano dal marito, uscirono nella fredda e ventosa aria del mattino e si risistemarono sul carro. Tutte le loro cose pi importanti erano ancora sul pianale, Clemente e Beniamino andarono nella stalla di cui restava solo la struttura annerita, ma non trovarono niente di utile per il futuro. I francesi avevano distrutto tutto quello che non avevano Potuto portare via: i Biccoli non avevano pi niente da caricare. Il carro si mosse lento, Setembrina piangeva in silenzio, tornava a Pisa, forse dalla Nervina, forse in quella casa bassa dalla quale non si poteva vedere n il colle n il mare. Si volse alla sua sinistra, la brezza tesa del mattino spirava da terra verso la distesa azzurra e non un'increspatura, non un'onda si notava. Il mare, liscio come l'olio, appariva freddo e inospitale, ma era il suo mare e ora se ne allontanava, Lanciotto le leccava le mani, aveva fame, aveva bisogno d'amore e anche Setembrina ne aveva bisogno. Il re, la fuga a Pisa, il cucciolo che teneva fra le braccia, tutto per lei era un gioco, tutto aveva inizio e poi anche una fine e nella sua mente di bambina niente poteva cambiare l'ordine delle cose. Invece, ora che il carro sfilava nella pineta umida, una cosa era cambiata, non aveva pi la sua casa. Babbo?
Dimmi, amore.
Sono stati i soldati del re a distruggere la casa?
S, Sete, ma non ci pensare, andiamo a cercare una casa pi bella.
Ma io volevo quella.
Quella non la possiamo pi tenere, anche a me a alla mamma dispiace, ma le cose si sistemeranno.
Clemente si volt e allung una mano per carezzare la figlia, Setembrina sembr placarsi, ma un attimo dopo riprese: il suo animo ribelle e la sua mente fervida avevano bisogno di risposte. Perch il re di Francia ci ha dato la libert e poi i suoi soldati ci rompono la casa?
Beniamino, che per sua natura era di solito taciturno e non interveniva mai nelle discussioni dei grandi, anticip le parole del padre. Ci sono soldati buoni e soldati cattivi, francesi buoni e francesi cattivi: quando andavo a fare i servizi al porto il soldato delle cucine ci faceva mangiare tutto quello che volevamo, invece quello del forno non ci dava neanche un pezzetto di pane. E anche quelli dei fanali: qualcuno ci aiutava a portare la legna e invece qualcun altro ci picchiava di piatto con la spada. La nostra casa l'hanno rotta quelli cattivi, quelli buoni ci hanno dato la libert e io da grande far il soldato buono!
Aureliana rimase stupita di come maturit e ingenuit ancora albergassero dentro l'animo del figlio, avrebbe voluto aggiungere che non esistevano i soldati buoni, non esistevano le guerre buone ma solo il dolore e le lacrime, ma non ne ebbe il coraggio.
Babbo?
Dimmi, Setembrina.
Io ai soldati cattivi gli stacco gli zoccoli dei cavalli, cos non ci fanno pi male.
Nessuno ci far mai pi male, stai tranquilla.
E poi, c'ho Lanciotto che mi difende, vero Piccolino?
Il silenzio torn a regnare sul carro, Beniamino stava muto, era piccolo per avere voce in capitolo, ma assai grande per capire cosa fosse successo davvero e nel suo cuore, cos come nelle sue fantasie, la guerra, gli armati e la riconquistata libert di Pisa, permeavano ogni pensiero. Libert, ogni suo discorso interiore contemplava questa arcana parola. Anche Clemente pensava al valore della libert, triste ma spavaldo marciava incontro ad un destino di cui voleva essere padrone, ma del quale non sapeva e non immaginava niente. Libert per Aureliana in quel momento era una parola lontana, vuota, sterile e niente e nessuno avrebbe potuto farle cambiare idea.
Arrivarono a Pisa nei pressi di porta san Paolo: di guardia, stavano cittadini in armi. Interrogarono Clemente, che si fece riconoscere e, fra sorrisi e pacche sulle spalle, lo fecero entrare. Aureliana era terrorizzata, non avevano n casa n cibo a parte due galline ovaiole sul pianale, ma che con tutto quel trambusto non avevano fatto neanche un uovo piccino da bere.
Il carro pass dentro lo spiazzo del Bastione di Stampace: ovunque un correre di uomini armati e agitati. Proseguirono verso la chiesa di san Paolo a ripa d'Arno e risalirono la riva sinistra. Aureliana, soverchiata da quella situazione in cui nulla poteva, si fece il segno della croce a san Paolo, poco oltre davanti alla chiesa di san Benedetto, poi ancora al tempio dei santi Ippolito e Cassiano e infine, giunti nei pressi del ponte crollato, anche alla chiesa della Spina, adagiata sull'argine erboso.
Smettila! Non ci ha mai aiutato il tuo Dio.
La donna tremava: rivedere Pisa era gi un'emozione, ma il terrore e l'incertezza rendevano il suo animo fragile e sensibile e tutta la scorza di madre e moglie forte e battagliera, sembrava persa. Si volt verso il pianale e con le mani cerc quelle dei ragazzi, che le si avvicinarono e l'abbracciarono. Sostarono davanti alla chiesa di santa Cristina, Clemente scese e corse verso casa della Dervina. Dopo poco, dallo spigolo del grande palazzo, sbuc in compagnia della donna, che abbracci Aureliana e i bambini. Clemente mi aveva detto che sareste venuti, ma non vi aspettavo cos presto. Comunque non ci sono problemi perch stamattina messer Gianbernardino dell'Agnello ha ripreso il possesso di questo palazzo, che era della sua famiglia. Ora che i fiorentini non ci sono pi, ha comunque bisogno di persone e mi ha lasciato nella casa per badare alla cucina. Per ora potete venire da me, poi troveremo una sistemazione.
Setembrina si strinse alla madre, il puzzo del pavimento di terra le torn alla mente, ma questa volta c'era la sua mamma.
Il re di Francia, marciando il giorno prima sotto la pioggia, aveva raggiunto in serata i dintorni di Firenze, ma i suoi consiglieri, lo avevano supplicato di
non tentare di entrare in quella citt. La cacciata di Pietro dei Medici e l'acclamazione del frate Savonarola come capo del governo, aveva acceso tumulti e rivolte e tanto i cittadini, quanto i mercenari, erano tutti in armi. Carlo ottavo aveva allora deviato e si era sistemato per la notte a Ponte a Signa. Come se fosse stato un viaggio magico, tutti i paesi che aveva toccato si erano dichiarati fedeli alla Francia e vincolati a Pisa. Tutto il contado fino a Pontedera era in gran festa e in molti meditavano di tornare a vivere in citt. Non occorreva essere indovini per prevedere un periodo di lotte tra le due citt e, per i contadini, era sempre meglio patire la fame al sicuro di una fortificazione, che morire tentando di difendere le proprie case e i propri campi dalle scorrerie della soldataglia. Inoltre, era risaputo che in Pisa abbondavano i terreni incolti, giacch i fiorentini avevano sempre impedito commerci indipendenti. L'idea di andare a coltivare i campi dentro le mura piaceva a molti.
Nei giorni che seguirono, con l'aiuto della Dervina, Clemente chiese e ottenne udienza a messer Gianbernardino. Questi si era rimpossessato del bel palazzo che si affacciava sull'Arno ed aveva necessit di lavoranti fidati per riattare le stanze e modificare gli interni, che i fiorentini avevano usato come alloggi e come uffici. La storia di Clemente e Aureliana era ben fissata nella memoria dei pisani e valse ai Biccoli una sorta di credenziale, con la quale riuscirono ad ottenere lavoro e alloggio. Dopo le prime notti passate a casa della parente, Clemente entr a servizio di Gianbernardino dell'Agnello in qualit di curatore dei lavori e guardiano del palazzo e Aureliana trov da lavorare a casa di Luca del Lante. Questi possedeva diverse concerie di cuoio e con la partenza di alcune famiglie fiorentine si era accaparrato due nuovi
locali e le relative botteghe. Aureliana, che vantava l'esperienza della locanda, doveva cucinare i pasti per tutti i lavoranti della concia e gestire gli acquisti delle vivande: non era ci che aveva sperato nei suoi sogni di giovane sposa, ma era molto di pi di quanto non avesse osato immaginare, pochi giorni addietro, dopo la fuga da Pontugione. Messer Gianbernardino lasci loro due locali nel grande palazzo e si stabilirono l, al piano d'ingresso. Setembrina ne fu felice: le loro stanze si affacciavano sul cortile interno, praticamente sopra casa della Dervina, ma il palazzo era vuoto e lei poteva correre su e gi a suo piacimento insieme al fratello e a Lanciotto e affacciarsi per vedere l'Arno tutte le volte che voleva. Non poteva vedere il mare e il colle, ma quella vista sulla citt la riempiva di gioia e di luce. Col passare dei giorni molte persone chiesero il permesso di sistemarsi in citt: alcuni cercarono di rimpossessarsi di antichi averi, altri si accontentarono di sistemazioni di fortuna e di un lembo di terra, Pisa si stava ripopolando e urgeva formare un governo. Delle molte case derute, si doveva decidere se sistemarle o demolirle definitivamente ed usarle come cave di pietra per edificare nuove costruzioni. Una delegazione di pisani part quindi alla volta delle terre battute dall'esercito francese: era urgente parlamentare con Carlo ottavo e prendere consiglio sul tipo di governo da adottare, ma, in via provvisoria, gli anziani dei tre terzieri di Pisa, Ponte, Mezzo e Foriporta, costituirono un governo di balia. Dieci rappresentanti furono scelti tra le persone pi in vista e considerate, mentre ogni terziere ne forn altre otto. La reggenza provvisoria fu di trentaquattro anziani. Mentre messer Gianbernardino dell'Agnello, Simon Francesco Orlandi e Pietro Griffi erano partiti alla volta della corte del re di Francia, ancora fermo a Ponte a Signa, il governo provvisorio, di concerto col vescovo Zaccaria Palmieri, decise di organizzare per la sera della domenica ventitr di novembre, una solenne processione di ringraziamento per la riacquisita indipendenza.
La libert era un dono del cielo appena ricevuto, ma in pochi giorni, sembrava si fosse trasformato in un diritto eterno goduto da sempre e che tutto fosse possibile e lecito. Nel cuore dei pi agitati, libert e arroganza si fusero in una miscela pericolosa. Nessuno aveva pi imposto il coprifuoco e la milizia francese, a sera, ritirava i suoi uomini, tranne i pochi di guardia alle porte. Era stato sufficiente scoperchiare il recipiente delle speranze e gi alcuni si arrogavano diritti e pretendevano di dettare legge. Alla sera del sabato ventidue novembre, forse per il troppo vino consumato, si era accesa una disputa nella locanda situata nel vicolo della Pietra, nei pressi del lungarno vicino al ponte di Mezzo. Il motivo era futile e forse non esisteva nemmeno, ma di fatto alcuni pisani vennero alle mani con altri concittadini legati ai commerci dei fiorentini e ancora residenti in citt. Ben presto la questione prese a degenerare e la zuffa coinvolse sempre pi persone. La massima parte di quelli legati a Firenze e che ancora viveva in citt, risiedeva a Mezzogiorno nel quartiere di Kinzica. A tramontana, durante la disputa della locanda, qualcuno con in mano un coltello sal su di un tavolo e urlando sguaiatamente propose di andare di l d'Arno a massacrare i nemici. Ci furono assensi, grida: il vino continu a scorrere e la marmaglia ormai in fermento prese a muoversi. Un paio di persone pi assennate erano corse al palazzo degli Anziani: i cittadini di guardia alla sede del governo presero a suonare a martello la campana delle adunanze. In breve Per le vie scoppi il tumulto: chi correva all'adunata seguendo il rintocco dell'allarme, chi andava ad ingrossare la folla inferocita che voleva passare l'Arno e uccidere tutti i filo fiorentini. Per fortuna, pochi ma risoluti cittadini, aiutati da alcuni soldati francesi, corsero verso il ponte e serrarono i cancelli di ferro irti di aculei, impedendo cos che si compisse uno scempio. Quella notte anche Clemente, nonostante le preghiere della moglie, era uscito a seguito del richiamo della campana delle adunanze e in tutta quella confusione, quando furono chiusi i cancelli, rimase costretto dalla parte di tramontana. Dai ponti di Spina e da quello della Cittadella non si poteva rientrare a casa, giacch erano deputati al solo uso militare. Certo, il ponte della Terzanaia era in mano alle milizie pisane, ma avventurarsi nella notte e rischiare la pelle non parve a Clemente una buona idea. Dopo le ultime vicende e la ritrovata serenit, Aureliana e i ragazzi erano quella notte precipitati di nuovo nello sconforto e stavano affacciati ad una finestra dell'ultimo piano del grande palazzo, nella speranza di scorgere e capire, ma solo l'angoscia fece loro compagnia. Al mattino della domenica gli animi erano tornati calmi e per la citt si andava diffondendo una nuova e piacevole notizia. I francesi acquartierati alla Fortezza Nuova avevano imbiancato la parete del forte, dove i fiorentini avevano dipinto anni prima un enorme marzocco; ora, due soldati su un alto ponteggio, stavano dipingendo lo stemma azzurro e oro del loro re, Carlo ottavo di Valois. L'ultimo emblema della dominazione stava scomparendo in modo indolore e senza clamori e questo rasseren ulteriormente l'animo di tutti.
All'ora dodicesima di quella domenica, tutte le campane di Pisa furono sciolte e scandirono il tempo contemporaneamente. I cittadini da qualche ora erano andati ad a accalcarsi verso piazza del Duomo per partecipare alla processione di ringraziamento. Il grande palazzo dove abitavano i Biccoli aveva l'entrata posta di fronte all'Arno: per accedervi si salivano tre gradini di pietra e si doveva spingere il grande portone borchiato in ferro. L'alloggio che era toccato a Setembrina e ai suoi familiari constava di due stanze alle quali si accedeva dal grande atrio, oltrepassando una porta posta a sinistra dell'ingresso principale. La cucina era ampia ed aveva un bel camino e la stanza attigua era assai grande. Usando corde tese e tramezzi di tela, era stata divisa, ricavando nello stesso locale, una camera per Clemente e la moglie, un'altra per i ragazzi e una dispensa. Per il bagno dovevano uscire nel cortile posteriore e servirsi di quello che usava anche la Dervina, ma, in fondo, era il male minore. Il pozzo pubblico, a fianco del palazzo era cos vicino, che sembrava di poter avere acqua proprio in cucina. Aureliana si era rasserenata, il lavoro era faticoso, ma le permetteva di racimolare sempre qualcosa per casa, senza dover sborsare un soldo e Setembrina aveva acconsentito volentieri di seguirla ed aiutarla, tanto pi che a casa del Lante aveva conosciuto una delle figlie, Caterina e stavano diventando amiche. Mentre Clemente e Beniamino in cucina finivano di lavarsi accanto al fuoco, la madre spazzolava e riordinava i capelli alla figlia. Allora adesso sei amica di Caterina?
Non lo so, mamma.
Come sarebbe che non lo sai, lei non vuole?
No, lei vuole, ma io non lo so se lo voglio. Caterina  antipatica, parla sempre male della sua sorella e poi mi dice che sono vestita male e io non ci voglio giocare.
Per ci giochi, mi pare che tu ti diverta con lei.
Non lo so se mi diverto, Caterina mi fa vedere le sue cose, i regali del suo babbo; di nascosto abbiamo
guardato i vestiti di Luisa, ma lei non gioca con me, mi comanda e a me non piace!
Aureliana fin di legare il nastro azzurro in testa alla figlia e poi la trasse a s dandole un bacio sulla guancia. Lasciala fare, te pensa ad aiutarmi, poi vedrai che cambier.
Forse, ma io voglio essere amica di Luisa, lei  gentile.
Ed  anche molto bella.
No mamma, te sei molto bella!
Clemente entr lavato e ricambiato dei suoi panni migliori. Donne, siete pronte? Dai che si fa tardi.
Uscirono e attraversarono il cortile comune fra il palazzo e la chiesa di santa Cristina. Aureliana si fece il segno della croce, ma Clemente stette zitto, in fondo andavano ad una processione e quello non era giorno, n motivo per discutere. Coi bimbi per mano attraversarono il ponte e dall'altra parte presero a scendere il lungo fiume. Clemente camminava naso all'aria ed osservava le facciate dei palazzi: anche se il sole era ormai tramontato, le sagome massicce si stagliavano ben visibili alla loro destra. Passarono davanti ad una casa di tre piani costruita in mattoni rossi e ornata da eleganti bifore. Setembrina, che era sempre vissuta nella casa di Pontugione, aveva scoperto in quei giorni la grandezza dei palazzi: un senso di vertigine che la terrorizzava e al tempo stesso la incuriosiva, ogni volta che si affacciava ad una finestra dei piani alti. Per lei quelle grandi case non servivano a niente se non a perdersi e a giocare e immaginava che, in ognuna di quelle, altri bambini corressero avanti e indietro come faceva lei, sempre con Lanciotto fra i piedi. Curiosa, interrog il padre: Babbo, di chi  questo palazzo?
Questa  la casa degli Astai, non sono riuscito ad incontrarli, non so se abitano ancora in citt, erano
amici del nonno.
Pochi passi dopo, immancabilmente, Aureliana si segn mentre passavano davanti alla chiesa di san Salvatore in Porta d'Oro, la piccola chiesetta che sin dai tempi antichi serviva da santuario di ponte; il marito si indispett, ma ancora una volta pens di sopportare e cerc di distrarsi parlando ai figli dei palazzi antichi.
Vedete quella torre alta l dietro?  la torre dei Lanfreducci e tutto questo palazzo e quelle logge dove si pu fare mercato, fino l in fondo, sono di loro propriet; l dietro, sapete, c' anche una chiesa, san Biagio alle Catene. Poi vi ci porto.
Aureliana, all'udire le parole del marito, alz istintivamente la mano destra, ma un' occhiata torva la convinse a camminare accelerando il passo. Allo spalto di san Nicola voltarono a destra e si ritrovarono in un grande spiazzo. Sapete che in questo posto trecento anni fa si costruivano le navi pisane?
Quelle per combattere?
S, Beniamino, per combattere e per fare i commerci: qui c'erano i cantieri navali, poi lo spazio non fu pi sufficiente e allora si aprirono i nuovi arsenali, alla Terzanaia. Guardate qui, accanto alla chiesa, quelle tre torri che i fiorentini hanno fatto abbassare: il nonno diceva sempre che erano altissime, la torre dei Gaetani, quella della Verga d'Oro e questa d'angolo  la torre del Cantone, o quel che ne resta.
Babbo, perch si chiama della Verga d'Oro?
Clemente sorrise. Non lo so Setembrina, dai che  tardi, cammina.
Passarono sfiorando il fianco destro della chiesa di san Nicola e si ritrovarono in via santa Maria. Clemente era avanti e Aureliana si fece il segno della croce con calma e sospirando. La vita sembrava aver preso una piega tranquilla: c'era da lavorare e in quella casa ordinata si sentiva al sicuro, ma quel sentimento di serenit che giorno dopo giorno la pervadeva, anzich darle pace, la angustiava. Una subdola paura di perdere tutto di nuovo la rendeva sospettosa, quel precario equilibrio e quella parvenza di normalit, le parevano doni troppo belli per essere veri. A Pontugione si era sentita sempre immensamente sola, abbandonata dalla sua famiglia Natale, confinata su di una splendida collina, splendida, ma comunque isolata. Anche il convento alla Sambuca, per quanto vicino, era troppo distante per andare a pregare nella cappella quando ne sentiva il bisogno e cos, per anni, in silenzio aveva masticato orazioni forse inutili, forse monotone; ora sembrava che fossero state accolte. Per quello che pareva essere l'inizio di una nuova vita, ogni chiesa era per lei un monito, un richiamo, un pungolo a ringraziare e a benedire il nome del Signore che li aveva preservati da una sorte peggiore. Clemente non pregava, non ammetteva che un Dio avesse potuto permettere quello che era successo a loro e quindi, anche se c'era, era un Dio ingiusto. L'argomento della preghiera era uno di quelli da non aprire mai, perch ogni volta sorgevano discussioni. Ora tutti e quattro, scendendo per via santa Maria e lasciandosi l'Arno alle spalle, si recavano al Duomo per partecipare alla solenne processione di ringraziamento. L'animo di Clemente era leggero. Guardate ragazzi, questa a sinistra  casa Miniati riprese mentre andava di passo veloce, e fra poco a destra troviamo il palazzo dei Da Scorno.
Setembrina non fece domande, il passo era sostenuto e per ogni falcata dei genitori, lei e Beniamino ne dovevano fare due. La folla si andava radunando nella piazza del Duomo ed un rumore di voci che pareva un'onda li invest. Serrarono le mani a quelle dei figli, guai a perdersi in quell'oceano di anime!
Un po' spingendo, un po' chiedendo permesso, cercarono di farsi largo per raggiungere la facciata della cattedrale: l'aria intorno a loro si era fatta densa e pregna di odori cattivi, di sudore, di sporcizia, di popolo accaldato. Le campane della torre presero a suonare la dodicesima, erano arrivati tardi per il rito in chiesa e come molti altri erano rimasti fuori. La porta principale fu spalancata: in un fumigare d'incenso, comparve sulla soglia il vescovo Zaccaria Palmieri che teneva issato, fra le braccia levate al cielo, il quadro della Madonna di sotto gli Organi. La moltitudine dei fedeli cadde all'istante in ginocchio, credenti e meno credenti, Clemente Biccoli per primo. Il quadro era di solito posto a sinistra del presbiterio, sotto la mensola che sorreggeva le canne dell'organo della chiesa ed era coperto da sette veli di panno. I pisani la veneravano, ma raramente avevano potuto scorgere il volto di Maria con in braccio il figlio Ges, tanto che in citt era conosciuta anche come la Madonna Velata. Quell'ostensione pubblica la rivel al popolo: anche fra i pi anziani c'era chi non aveva mai potuto ammirarla. Mentre il vescovo sostava sulla porta ed un sacerdote faceva oscillare il turibolo per incensare il quadro, si sparse veloce la notizia che, durante la cerimonia appena conclusa, il clero pisano aveva pregato per la Grazia concessa dal Signore e aveva ribattezzato la Madonna del quadro, appellandola Madonna delle Grazie. Il sentimento di riconoscenza pervase tutti e sia pur in modo sguaiato e disordinato, ogni bocca contribu a levare canti e inni al cielo. Due sacerdoti presero tra le loro mani il quadro e, anticipando il vescovo benedicente, si incamminarono sotto un baldacchino, andando a formare quella che da l a poco sarebbe divenuta la testa di un immenso corteo processionale. Il clero avanti, il popolo pisano dietro, in coda le poche famiglie filo fiorentine, desiderose di farsi vedere e sentirsi parte di quella comunit e al tempo stesso, terrorizzate per ci che la sorte poteva loro riservare. L'episodio della sera prima aveva scavato un solco profondo tra le due comunit, quella della processione poteva essere l'occasione della pacificazione, ma quelle famiglie in coda rappresentavano l'emblema della netta divisione. Il corteo pass davanti al vescovato, poi imbocc via Faggiola e l'adunanza si ritrov a far sosta davanti a san Sisto in Cortevecchia e furono canti e salmi. Candele di sego ed altre pi pregiate, messe a disposizione dall'Opera Primaziale, insieme a tre grandi ceri pasquali, illuminavano con un frenetico mutare di chiaroscuro i volti dei cittadini. Ancora un Pater Noster, poi via, di nuovo in cammino. La guarnigione francese sorvegliava in modo discreto e silenzioso: agli incroci delle strade a due a due i cavalieri di Carlo ottavo stavano in sella, muti e rispettosi. Dopo piazza degli Anziani e via san Felice, il baldacchino volt in via di Borgo verso l'Arno e, la strettoia imposta dal doppio colonnato ai lati della strada, caus un rallentamento. Le persone sfilavano serrate le une alle altre: molti si tenevano a braccetto, altri sostenevano un lume. Giunti in piazza di ponte, una nuova sosta prima di procedere sul lungarno, verso il palazzo che era stato dei Medici e che ora ospitava il reggente francese. All'inizio dell'erta del ponte, il capitano Franois d'Azay d'Entraigues, impettito sul suo cavallo, osservava la moltitudine orante; ai suoi occhi apparve messer Luca del Lante con a fianco la moglie e dietro, il resto della sua famiglia. Luisa, col capo velato, teneva la testa china e, sotto il panno che la copriva, si intuivano i capelli raccolti indietro in una crocchia. Fu un attimo, un'indecisione o un calo di attenzione, o forse cambi postura, ma il suo sensibile cavallo ne ebbe sentore e scart lievemente di lato nitrendo. Quel verso animale attir l'attenzione di molti, molte teste si alzarono per un istante, poi la marea umana si ricompose. Solo una rimase alta e vigile: lo sguardo di Luisa punt dritto in quello del capitano e lui non lo sottrasse. Il tenue baluginare delle candele e quello pi prepotente delle torce infisse agli angoli delle case, non permetteva comunque di scorgere il colore e l'umore dello sguardo. Ci nonostante, come i riflessi delle lampade delle galee sulla superficie dell'acqua scura, cos le pupille brillavano di luce impropria e pi erano lustre di commozione o pianto e pi brillavano. La folla, piegando verso sinistra, imboccava la via che fiancheggiava il fiume e in quel movimento di anime, Luisa e i suoi parenti si ritrovarono prossimi ai cavalli francesi. Pur essendo una processione sacra, quei volti imploranti e quegli sguardi in cui baluginavano le fiamme rendevano un'emozione sinistra e il capitano Franois sent un brivido correre lungo la schiena. Luisa lo stava ancora fissando, ma nessuna emozione trapelava dal suo volto. Lui inclin il capo in modo impercettibile, lei inarc le sopracciglia e, inevitabilmente, le sue labbra si piegarono verso l'alto, di quel poco che bastava a far immaginare un sorriso. Fu allora che messer Luca si volt indietro e con un'occhiataccia interruppe il dialogo di sguardi. Altera, con un passo morbido e leggiadro, con la testa che non si alzava e non si abbassava mai dal suo livello, quasi non camminasse, quasi che fosse trainata su un trespolo con ruote dalla moltitudine che la precedeva, Luisa sfil sotto lo sguardo vigile del francese e poco dopo si perse nel buio del lungarno.


Capitolo 7.
Pisa dal 24 novembre 1494 al 6 dicembre 1494.

Il re di Francia era ancora fermo a Ponte a Signa ed il frate domenicano Girolamo Savonarola era andato a fargli visita. In Firenze gli animi, dopo la cacciata di Pietro dei Medici, erano ancora molto agitati e le ambascerie avevano un gran daffare per organizzare un incontro tra i francesi e i rappresentanti cittadini. Savonarola recava con s le condizioni scritte dai fiorentini: volevano imporre al re di cedere le fortezze acquisite da Pietro dei Medici. I consiglieri del sovrano non accettarono quei patti e i francesi riscrissero cos un documento, dove si confermavano le posizioni assunte nei giorni addietro, negli accordi con Pietro il fatuo. Il sovrano dunque non intendeva concedere niente e il corteo reale, stanco di attendere, aveva mosso verso la citt del giglio. Nella sala del governo ci fu il tanto atteso incontro: la pompa e la manifestazione della superiorit militare da parte dei francesi si scontr con la risolutezza dei fiorentini, che strapparono il documento reale, ostentando sicurezza, orgoglio e forza. Un membro del governo, tale Pier Capponi, aveva addirittura sfidato il re, assicurando che se questi avesse avuto intenzione di muovere guerra a Firenze, allora si sarebbe suonata la campana delle adunanze e tutta la citt sarebbe
accorsa in armi. La trattativa fu lunga ed estenuante ed il sovrano francese, dietro la promessa di ricevere centoventimila ducati d'oro, promise che terminata la campagna contro il regno di Napoli, avrebbe reso le fortezze cedutegli da Pietro il fatuo. Secondo i governanti fiorentini la faccenda pisana era dunque sistemata: c'era solo da attendere l'esito della guerra fra i francesi e i napoletani e Firenze sperava che tutto quel trambusto di eserciti lasciasse le loro terre al pi presto. A Pisa le poche e ambigue parole del re, pronunciate pochi giorni prima, avevano legittimato i desideri di libert della cittadinanza; ora a Firenze, con altrettante scarne parole, Carlo ottavo aveva riacceso le speranze dei fiorentini di riprendersi tutti i loro averi e i pi facinorosi ed agitati pensarono bene di non attendere neppure la scadenza del patto col re francese. Avvisaglie di movimenti delle truppe fiorentine verso Pisa si intravedevano nei discorsi di molti. Alcuni pisani, tra cui Pietro Griffi, erano segretamente presenti a Firenze e, all'udire le voci del voltafaccia del re, inviarono subito dei messaggeri a Pisa. In citt si propag velocemente la notizia: non si parlava che di questo e della paura di perdere di nuovo la libert. Il governo provvisorio pisano decise di mandare un'ambasceria al re che il ventisei di novembre era partito da Firenze alla volta di Siena. Cos il quattro dicembre Simon Francesco Orlandi, Malcovaldo della Rocca, Michele Mastiani, Guido Papponi partirono per raggiungere i francesi, con l'intento di avere garanzie e di chiedere consiglio sul nuovo governo da dare alla citt. Quei primi giorni di dicembre non faceva altro che piovere; la sferza delle gocce oblique e fredde metteva fretta a chi aveva la malasorte di dover uscire per le vie, per affari o per dovere. Chi poteva, stava chiuso in casa o nei luoghi di lavoro: negli orti della citt e nei campi fuori le mura, ogni attivit era interrotta.
Alla concia di Luca del Lante, le pelli venivano tenute a bagno in vasche piene di acqua, nella quale veniva aggiunta una farina ricavata da ghiande seccate e macinate. L'odore acre del legno macerato permeava ogni cosa, ma non era n buono n cattivo, era l'odore della concia. Aureliana aveva il compito di preparare i pasti per i lavoranti e la cucina era separata dal grande portico della conceria. Tuttavia spesso sbirciava nella grande stanza: era affascinata dall'abilit con la quale quegli uomini e quelle donne, ognuno con le proprie mansioni, riuscivano a pulire, sgrassare, ammorbidire quelle pelli che arrivavano sanguinolente e ammassate sui carri e che poi venivano trasformate in cuoio, lucido e odoroso di olio. Non avrebbe voluto lavorare alla concia: alcune donne passavano tutta la giornata con le mani nell'acqua e con quella stagione e quell'umido non era certo un piacere, ma si stupiva di come l'ingegno potesse aver creato quel lavoro, di come quelle persone possedessero un'arte e di come lei, a Pontugione, non avesse mai fatto nient'altro che la moglie e la mamma. Cucinare per tutte quelle bocche, coi pochi soldi che le davano da amministrare e soprattutto con le poche cose che si trovavano ai mercati, era un'impresa ardua, ma si sentiva parte di un ingranaggio e ne era fiera. Oltretutto, stava al caldo, con cibo in abbondanza per lei e per la famiglia e per quei tempi era gi una benedizione. Setembrina l'aiutava, ma era pi il tempo che passava a giocare che quello che dedicava a lei e in fondo andava bene cos. Quella mattina, nella prima settimana di dicembre, le dorine della concia presero a bisbigliare e a sorridere fra loro. Aureliana non aveva ancora grande confidenza con tutti e non si espose a chiedere cosa stesse succedendo, ma di quando in quando, lanciava un'occhiata attraverso
la porta che dava nel grande opificio di lavoro. Era l'ora sesta ed il desinare era quasi pronto, il fuoco ardeva vivace ed il grande paiolo con la minestra bolliva. Mentre Aureliana affettava il pane, Setembrina entr di corsa nella cucina, completamente bagnata da capo a piedi. Mamma, mamma!
Disgraziata, ma dov'eri! Vieni al camino!
Indecisa se punirla subito, ascoltare le sue spiegazioni o spogliarla per metterla all'asciutto, non ebbe il tempo di prendere una decisione: un altro fulmine coi capelli mezzi scompigliati fece irruzione nella stanza.
Donna Aureliana, aiutatemi per piacere, senn il mio babbo m'ammazza.
Caterina del Lante, la pi piccola delle due sorelle aveva fatto il suo rumoroso ingresso: anche lei pareva si fosse tuffata vestita in Arno, per poi venire a sgocciolare sul pavimento di pietra.
Madonna benedetta, bimbe, ma cosa avete combinato?
Arriv anche Lanciotto, grondante e felice, scodinzolava, ma un gesto deciso della donna lo risped fuori dalla stanza. Aureliana non voleva punire Setembrina davanti all'altra bimba e soprattutto non poteva punire Caterina; le port davanti al fuoco e senza parlare le spogli delle vesti bagnate e con un panno sfreg loro i capelli. Poi, prese il suo mantello e le avvolse con quello, come se fossero state un'unica persona. Strizz i panni bagnati e li mise a cavallo dello schienale di alcune sedie per farli asciugare un poco.
State qui immobili e guai a voi se vi spostate d'un passo. Devo versare la minestra, quando torno si fanno i conti.
Non aveva autorit sulla figlia del suo padrone, ma il sentimento di mamma e il senso di protezione,
avevano prevalso e le avevano dettato quelle parole. Fatto ci che doveva, Aureliana torn in cucina: i lavoranti mangiavano, facendo una pausa direttamente nella sala del lavoro e il tutto si svolgeva in fretta e senza perdite di tempo. Si avvicin alle due bambine che ridevano e si piegavano in avanti: a vederle da dietro sembrava che il mantello avesse una vita propria, si muoveva, ondeggiava, ma restava fermo sul posto.
Allora? Cosa avete combinato?
Non ottenne risposta, cos afferr un mestolo di legno e assunse uno sguardo severo. Setembrina non os mentire. Eravamo nel vicolo a vedere Luisa.
E cosa faceva nel vicolo Luisa?
Le due bimbe scoppiarono a ridere e Aureliana si indispett. Battendo il mestolo sul piano del tavolo ottenne silenzio e rispetto. Allora?
Dorina Aureliana, io vi dico tutto, ma  un segreto e babbo e mamma non lo devono sapere.
Va bene.
Dobbiamo fare giuramento.
Aureliana ebbe un fremito di rabbia, ma fu un istante: quella faccenda di diventare complice non le andava e coi suoi datori di lavoro voleva mantenere un rapporto distante. Al tempo stesso, appena alz contemporaneamente la mano destra portandola al cuore e l'indice e il medio della sinistra sulle labbra, per baciarle due volte, si sent pervadere da una gioia inaspettata, nuova e antica allo stesso tempo: stava giocando.
Va bene, ripetete con me. Manterr il segreto, lo giuro sulla mia vita.
Le due bimbe quasi ad una voce ripeterono il giuramento, poi cadde di nuovo il silenzio, ma Aureliana agitando il mestolo sotto il naso di quelle due screanzate, ottenne soddisfazione.
Noi eravamo nel magazzino al pian terreno, abbiamo sentito che la porta di casa veniva aperta allora ho guardato verso l'atrio e ho visto mia sorella che usciva fuori. Da dove eravamo noi non si vedeva niente e allora siamo uscite da dietro e abbiamo fatto il giro del palazzo.
Ci fu un attimo di silenzio, Caterina si mordeva il labbro inferiore e guardava Setembrina di sbieco, ma questa non osava aprire bocca. Abbiamo giurato e ora dovete dirmi tutto, avanti.
Pioveva e non volevamo rimanere l, ma c'era un uomo a cavallo, un soldato e parlava con Luisa e per non farci vedere siamo rimaste ferme ferme, vicino al muro, ma pioveva forte.
E questo soldato cosa diceva?
Non abbiamo sentito, ma poi lui si  chinato di lato dalla sella e Luisa...
Caterina arross e Setembrina si port le mani alla bocca come ad impedire che le uscissero le parole, ma Aureliana le spronava, passando con lo sguardo complice dagli occhi dell'una a quelli dell'altra.
Ecco,  che si sono dati un bacio, ma uno solo.
S, e poi abbiamo aspettato che il soldato andasse via e siamo venute qui, ma eravamo tutte bagnate e Caterina non poteva andare in casa senn la sua mamma...
Basta, basta, ho capito, ora state qui ferme e strigatevi i capelli con le dita, cos.
La donna attizz il fuoco e sorrise; ecco cosa avevano da parlottare poco prima tutte le donne della concia: la bella Luisa non era stata troppo cauta se tutti l'avevano vista, imprudente certo, ma in certi momenti tutto sembrava possibile. And con la memoria a quando si incontrava di nascosto con Clemente, per un attimo, per uno sguardo, per quella goccia d'acqua capace di nutrire un intero deserto
e che bastava poi per settimane. Si riprese dai suoi pensieri, doveva finire di lavorare e rassettare e le preoccupazioni di sempre si riaffacciarono e poi doveva impedire che sua figlia e Caterina venissero punite da messer Luca. Era impensabile che i panni asciugassero prima che qualcuno notasse l'assenza di Caterina: era l'ora del pranzo, l'avrebbero sicuramente cercata. Mentre sistemava la cucina, una voce la distolse dai suoi pensieri. Allora  qua che vi siete nascoste.
Luisa, eretta e con lo sguardo severo, stava sulla porta. Per uscire aveva indossato il mantello, ma un paio di ciocche ribelli sulla tempia destra erano affastellate dall'acqua e un'evidente macchia di umido era sulle spalle e sul corsetto. Aureliana chin il capo deferente, ma poi punt lo sguardo sui capelli della ragazza che sembravano stessero per stillare una goccia. Luisa si avvide di quello sguardo, gi il suo ingresso alla concia aveva ammutolito tutti i lavoranti e ora, quel silenzio, era carico di inquietudine e di domande. La sicurezza della ragazza vacill, si pass con malcelata noncuranza una mano tra i capelli. Piove forte.
Vero, venite al fuoco che vi scaldate.
Aureliana fece largo spostando le sedie alle quali erano poggiate le vesti delle bimbe e, quasi prendendola per mano, trasse la bellissima Luisa vicino al calore; lo sguardo di lei vagava dai panni bagnati delle piccole, ai loro capelli arruffati, a quel mantello che ora stava immobile e serrato intorno alle due bambine ammutolite. Avrebbe voluto porre mille domande, ma temeva di rompere l'incantesimo del silenzio e di diventare, a sua volta, oggetto d'attenzione.
Aureliana fu cortese: Se gradite un po' di minestra,  ancora calda, sedete.
Come comandata da quel tono soave, Luisa si sedette al camino e fiss lo sguardo sulla fiamma assumendo un'aria trasognata. Portava un abito di panno verde, stretto in vita e con uno scollo quadrato. Il suo seno si alzava ritmando il respiro, il suo collo elegante, l'incarnato fresco e sano, i capelli raccolti con eleganza, ma soprattutto quegli occhi color del lago dove pareva galleggiassero pagliuzze dorate, la rendevano bellissima. Aureliana era in soggezione: l'aveva vista sempre da lontano e casualmente; ora contemplava quella bellezza straordinaria.
L'hai baciato?
Luisa era troppo lontana per schiaffeggiare Caterina e seppe contenersi senza dare spettacolo di fronte a quella gente. Il suo sguardo si caric di odio per la sorella. Resta qui, asciugati e torna in casa solo quando sei a posto. Dir alla mamma che hai mangiato alla concia con Setembrina. Se per fai una parola, sai quello che ti aspetta.
Si alz e, quasi volasse, fece per uscire. Sulla porta ebbe un'esitazione, poggi le mani sugli stipiti si chin in avanti come se le mancasse il respiro e si volt: lo sguardo che scambi con Aureliana era complice, disperato, orgoglioso al tempo stesso. Grazie disse e scomparve.
Due giorni dopo, nel mattino nebbioso e freddo, una decina di soldati con le insegne di Firenze scortavano un araldo che, sotto le mura di Pisa nei pressi della porta san Marco, chiese di parlamentare col commissario Jean Rabot. Le guardie pisane e francesi alla porta dettero l'allarme e, mentre il capitano Franois accorreva a cavallo per capire cosa succedesse, la notizia fulminea si diffuse in citt. Il commissario Rabot, scortato dai soldati francesi, era uscito dalle mura ed aveva parlamentato coi fiorentini ricacciandoli da dove erano venuti. Un consigliere del re non prendeva ordini da nessuno se non dal suo sovrano e quindi, niente sarebbe mutato. Jean Rabot sapeva benissimo cosa era successo a Firenze tra Carlo ottavo e Pier Capponi e temeva che la politica altalenante e opportunistica del re, volta a tenere il piede in due staffe, prima o poi potesse portare a qualche brutto scherzo del destino,  ma aveva ricevuto ordini precisi: tenere Pisa come roccaforte francese e quello doveva essere. I fiorentini, fra urli di scherno provenienti dalle mura, voltarono i cavalli, ma il capitano Franois ordin di raddoppiare la guardia e stare all'erta. Gli alloggi alla Fortezza Nuova erano umidi e tetri, tutta la pioggia dei giorni precedenti aveva provocato infiltrazioni nelle volte e gocce d'acqua cadevano dai soffitti, lente e inesorabili. Seduto sulla sua branda e di fronte al baule aperto, il capitano Franois d'Azay d'Entraigues strofinava con un panno la copertina di cuoio nero di un vecchio libro. Scuoteva la testa: una muffa verdastra aveva macchiato il volume e molti altri avevano subito la stessa sorte. Avrebbe fatto meglio ad accettare l'offerta di messer Luca: a quest'ora avrebbe avuto una stanza asciutta almeno per le sue cose e soprattutto, avrebbe avuto pi possibilit di vedere la bella Luisa. Quel bacio non dato, quel chinarsi dalla sella sotto la pioggia sfiorando col suo viso quello di lei lo aveva fatto trasognare. Non si erano accordati, non si incrociavano dalla sera della processione, ma quando sotto la pioggia battente il suo cavallo era entrato in via delle Conce, quella finestra al secondo piano del palazzo si era aperta come per magia e lei era comparsa. Il tempo di arrivare davanti al portone e anche quello si era magicamente aperto e sulla soglia, sempre lei. Le poche parole che si erano scambiati, erano niente in confronto a quello sguardo, Franois si era perso in quel mare cangiante, forse per un attimo, forse per l'eternit e lei non si era sottratta. Era stato l'istinto a farlo inclinare su un fianco in cerca di un bacio, per Luisa era stata la cautela a non farle concedere le sue labbra, ma non si era spostata, non si era sottratta e quel contatto era valso a tutte e due la dannazione. Mentre tentava di ripulire un altro volume, una voce lo dest dai suoi pensieri. Mon capitain?
Che passa?
 giunto un corriere, gli ambasciatori pisani di ritorno da Siena sono stati catturati dai fiorentini a Castel del Bosco.
La comparsa della delegazione fiorentina di primo mattino aveva scaldato gli animi; ora quella notizia aveva esasperato i pisani. Il capitano usc per la porta della Fortezza che guardava verso la citt, passando
il ponte che aggettava sul fossato difensivo. Subito fuori, nei pressi della chiesa di san Martino, agitazione e cittadini in arme. Qualcuno inneggiava contro Firenze, qualcun altro contro i filo fiorentini che abitavano in Pisa. Poteva sembrare la stessa cosa, ma nei fatti non lo era. Non gli ci volle molto a prendere una decisione vitale: invert la marcia del suo cavallo, rientr nella fortezza attraversandola al galoppo ed usc dall'altro lato, cavalcando sul ponte di Spina come se fosse rincorso dal diavolo. Sulla riva destra dell'Arno, a tramontana, lanci l'animale sulla via che costeggiava la riva, pass davanti a san Matteo, al palazzo che era stato dei Medici e ancora veloce fino a san Pierino e poi in piazza di Ponte. Seguito dai suoi armati, smont fulmineo e comand di chiudere i cancelli del ponte di Mezzo. La rivolta in citt divamp come il fuoco nei fienili, ma la folla inferocita che voleva questa volta malmenare e scacciare i presunti nemici da Pisa si trov accalcata e con la via bloccata dagli irti aculei dei cancelli.
Clemente Biccoli era sceso in strada insieme ai compagni della milizia cittadina. Il governo provvisorio aveva organizzato un servizio di guardia per impedire le sommosse ed i tumulti e, in molti, avevano aderito. Si trovava davanti alla Loggia dei Castellani: se pure i cancelli chiusi impedivano ai concittadini di tramontana di arrivare a Mezzogiorno, anche dalla sua parte non mancavano i facinorosi che esigevano giustizia. Molte porte erano serrate e ancora una volta, famiglie e persone che fino a poco prima avevano lavorato fianco a fianco, si trovavano ora separate e in lotta. Il governo provvisorio era riunito: era necessario liberare gli ambasciatori prigionieri che, oltretutto, dovevano recare alla citt le notizie e le decisioni del re. Pisa era ferita e sembrava un animale bendato che si agitava in preda al dolore, ma che non aveva idea di quale strada prendere per risollevarsi. Il commissario francese non aveva il potere di governare la citt e di decidere per lei, ma il consiglio che dette fu quello di armare un manipolo e correre a Castel del Bosco per liberare i concittadini. Si era ormai verso sera, i cancelli di ponte rimasero chiusi e la notte pian piano inghiott rabbia e fiele. L'indomani, cento cavalieri francesi e duecento pisani, a cavallo e a piedi, avrebbero mosso verso la campagna ad Est di Pisa. Fu una notte di veglia, chi per un motivo chi per l'altro, ognuno prigioniero delle proprie inquietudini, aveva un motivo per non dormire.
All'ennesimo sospiro emesso dal marito, Aureliana sussurr piano. Non dormi?
No, te?
Come faccio a dormire, con te cos agitato?
Stettero un po' in silenzio, poi Clemente cerc la mano della moglie. Penso a domani, a quei ragazzi che andranno fuori. Corre voce che Cascina e Pontedera intendano schierarsi di nuovo con Firenze perch hanno visto che la situazione si mette male.
Dopo il passaggio del re tutta la piana dell'Arno si  alleata a Pisa e i paesi hanno giurato fedelt, ma lo sai come vanno queste cose.
Volevi andare?
No, Aureliana, io vorrei solo la pace, per noi e per i bimbi, senza fiorentini in citt, ma in pace. Stare nella guardia cittadina mi costringe a rispettare ordini e comportarmi usando il cervello e non il cuore; penso che sia un bene, lo sai, io non sono una persona violenta e non amo lo stato di guerra.
La donna si volt ringraziando il Signore, che dava a Clemente, ogni tanto, saggezza e responsabilit. Lo baci sulla fronte, si scrutarono sia pure nel buio totale di quella notte pisana e videro l'uno l'animo dell'altra: la luce non serviva, bastava il cuore, ed erano vicini, finalmente vicini, troppo vicini per desiderare di dormire.
Prima dell'alba, il piccolo esercito pisano radunato nella Fortezza Nuova mosse alla volta dell'ignoto. Nel buio, attraversarono il borgo fuoriporta di san Marco e poi, costeggiando l'argine dell'Arno, proseguirono verso levante. Albeggiava, quando cavalli e fanti si inzaccherarono sulla melmosa via che, nei pressi di Oratojo, traversava una zona paludosa e infida. Poco pi avanti, a sinistra verso monte, la mole solida della badia di Montione indusse molti a chiedere aiuto all'Altissimo. Il capitano Franois comandava gli armati, ma messer Federico, comandante dei pisani alla Cittadella, era la sua guida per quelle strade sconosciute. Si era offerto volontario: gli ambasciatori prigionieri erano tutti suoi amici e la posta in gioco era altissima. Al passo, raramente al trotto leggero, laddove la strada lo consentiva, si inoltrarono nelle campagne; videro sorgere il sole dietro lontane e brumose colline, marciarono fra banchi di
nebbie improvvise e attimi di perfetto chiarore, fra campi verdi di germogli di grano e siepi di confine o fitte boscaglie. A met mattinata erano a Cascina, sfilarono sotto la cinta di mura: le porte erano serrate e le torri massicce con la base pentagonale erano presidiate dai soldati. Le mura erano basse e facilmente aggredibili, anche senza scale o macchine d'assedio. Da quando Firenze aveva conquistato Pisa con l'inganno, la cinta muraria dei borghi prossimi alla citt era stata abbattuta, ch non si potessero usare quelle fortificazioni per ottenere appoggio militare. Negli anni, poi, sfruttando le molte cave d'argilla e la produzione di mattoni, Cascina aveva ottenuto il permesso di cingersi di nuovo, ma l'altezza e lo spessore della difesa erano irrisori. I cascinesi comunque stavano serrati ed era difficile capire se si potevano considerare alleati o nemici: le alterne vicende della politica, l'incertezza su chi comandava e dove e cosa comandava, rendeva tutti guardinghi e sospettosi. I pisani avanzarono fino a Pontedera: nuove mura basse quanto inutili e nuove porte sprangate. Quei trecento soldati che marciavano sotto il vessilli gigliati del Valois e delle croci pisane, bianche in campo rosso, incutevano timore e rispetto. Passato il ponte sul torrente Era, la strada puntava diretta verso i colli, ma non fu necessario percorrerla tutta. Quattro uomini ben vestiti e di passo svelto scendevano dalla via in lieve pendenza che scendeva dal borgo detto della Rotta. La notizia dell'avanzata del contingente mosso da Pisa era arrivata a Castel del Bosco con largo anticipo e i soldati al soldo di Firenze, inferiori di numero e di armamenti, avevano pensato bene di liberare i prigionieri. Messer Federico spron il destriero e raggiunse gli amici smontando prima ancora che il cavallo si fosse arrestato. Come state, siete feriti?
Tutto a posto a parte che ci hanno rubato i cavalli, ma avevano persino paura di tenerci in prigione.
Codardi fiorentini senz'anima.
Ci furono abbracci e commenti, anche se i carcerieri avevano trattenuto i loro cavalli, non conveniva di aizzare una battaglia. L'intera compagnia dei pisani si riun ai prigionieri liberati, Simone Orlandi e gli altri salutarono il capitano francese: Vi siete scomodato per noi, ve ne siamo grati.
Non mi sono scomodato  stato un onore e poi obbedisco al volere del nostro re.
A proposito, vi saluta e manda a dire a voi e ai commissari di non dar retta alle voci dei ciarlatani che vorrebbero far tornare Pisa in mano fiorentina. Per voi ho degli ordini, tenete.
Il capitano srotol la pergamena, sorrise, chin il capo in segno di assenso e fece voltare il cavallo. Il re aveva preso decisioni da re, con opportunismo e tenendo i piedi in due scarpe, a Pisa aveva teso una mano, a Firenze l'altra e contemporaneamente le ritraeva tutte e due, ma l'ordine su quella pergamena era preciso: Pisa restava alleata dei francesi fino a nuova disposizione.
Un sole fioco non bastava a ristorare le membra, ma non importava, tutto era andato per il meglio, si tornava indietro: Pisa attendeva i suoi ambasciatori.


Capitolo 8.
Pisa dal 7 dicembre 1494 al 17 gennaio 1495.

Quella domenica mattina pioveva a dirotto, faceva freddo e, se la pioggia calava un po' di intensit, qualche fiocco di neve scendeva lento fra le gocce. Setembrina e Beniamino si erano svegliati presto per colpa dei tuoni e si erano intrufolati nel letto dei genitori. Non avevano niente da fare, se non partecipare alla messa, ma la chiesa di santa Cristina era praticamente fuori dall'uscio di casa e si poteva andare all'ultimo momento. Clemente teneva gli occhi chiusi; cullato da quel tepore ascoltava le storie che Aureliana narrava ai figli. Non le condivideva, ma, in fondo, certe leggende non erano dannose per nessuno e quindi taceva sereno. Il sistema di teli e tramezzi che delimitavano le stanze impediva di vedere la finestra: la pallida luce invernale filtrava attraverso un lino grezzo, ma il rumore della pioggia battente sui vetri arrivava chiaro e forte e faceva rabbrividire Setembrina che si teneva stretta a sua madre.
Oggi finisce la prima domenica dell'Avvento e passa il primo angelo, quello blu.  un grande angelo e discende dal cielo per invitare gli uomini a prepararsi per il Natale.  vestito con un grande mantello blu, intessuto di silenzio e di pace. La prossima settimana passer l'angelo rosso, che tiene con la mano
sinistra un cesto vuoto. Il cesto  intessuto di raggi di sole e pu contenere soltanto ci che  leggero e delicato. L'angelo rosso passa su tutte le case e cerca: guarda nel cuore di tutti gli uomini, per vedere se trova un po' di amore... Se lo trova, lo prende e lo mette nel cesto e lo porta in alto, in cielo. E lass, le anime di tutti quelli che sono sepolti in Terra e tutti gli angeli, prendono questo amore e ne fanno luce per le stelle. Poi arriver l'angelo bianco e luminoso, che tiene nella mano destra un raggio di sole. Va verso gli uomini che hanno il cuore disposto ad amare, li tocca con il suo raggio di luce e loro si sentono felici, perch, nell'inverno freddo e buio, sono rischiarati ed illuminati. Il sole brilla nei loro occhi, avvolge le loro mani, i loro piedi e tutto il corpo. Anche i pi poveri e gli umili sono cos trasformati ed assomigliano agli angeli, perch hanno l'amore nel cuore. Soltanto coloro che hanno l'amore nel cuore, possono vedere l'angelo bianco...
Setembrina beveva ogni parola e, nella sua mente, vedeva volare gli angeli coi loro mantelli colorati.
Nella quarta e ultima settimana di Avvento appare in cielo un angelo con il mantello viola. L'angelo viola passa su tutta la Terra tenendo con il braccio sinistro una cetra d'oro. Manca poco all'arrivo del Signore. Il colore viola  formato dall'unione del blu e del rosso e il suo mantello rappresenta l'amore vero, quello profondo che nasce quando si sta in silenzio e si ascolta la voce del Signore dentro di noi.
Te e babbo l'avete visto?
Clemente si dest dal suo torpore. S, Sete, io l'ho visto, ma te non lo vedrai mai, perch stai sempre a chiacchierare.
Aureliana assest una gomitata al marito: tanta fatica per insegnare ai figli e lui ogni volta distruggeva tutto, ma Clemente un po' sul serio un po' per scherzo cadde dal letto e tutti si misero a ridere. Anche Lanciotto abbaiava felice o forse era impaziente di uscire; era ora di alzarsi e cos fecero. All'ora quarta la campanella di santa Cristina prese a suonare, nonostante il tempo pessimo, la chiesa era piena ed il silenzio era assoluto. Molti anni addietro, proprio li nella prima panca di sinistra, santa Caterina da Siena dopo essersi comunicata aveva ricevuto le stimmate. Da quel giorno, in quel posto, era vietato sedersi e, quando si passava davanti a quella panca, era buona cosa recitare un Pater Noster. La messa ebbe inizio. In nomine Patri et Filii et Spiritus Sancti...
Le donne, col capo velato, insieme ai bambini e alle bambine occupavano le prime panche, gli uomini stavano dietro e ai lati; alcuni come Clemente e Luca del Lante erano appoggiati al muro in fondo alla chiesa. La voce monotona e nasale del sacerdote salmodiava, quando un rumore inatteso turb quel momento. La porta della chiesa si spalanc e il legno, ingrossato per la pioggia di settimane, strusci sul pavimento di pietra provocando un rumore sordo. Un uomo, avvolto nel suo mantello, entr. Il sacerdote si interruppe, tutti si voltarono all'indietro, gli occhi si fissarono su quel viso sconosciuto. Questi, appena dentro, si tolse il cappello a larghe falde e se lo batt sulla coscia, poi sciolse il laccio del mantello e, facendolo roteare, lo avvolse sul braccio sinistro mentre con la destra si faceva il segno della croce. Caterina del Lante dette di gomito a Setembrina e sussurr con un filo di voce. Il capitano!
La funzione riprese, ma gli animi erano turbati. Per quasi tutti quel soldato francese era un intruso, per Clemente era un eroe che aveva liberato gli ambasciatori due giorni prima, per Aureliana era un segreto da mantenere, per Luca del Lante e per sua moglie Lara uno scomodo problema e per Luisa, la
dannazione e il fuoco eterno, o forse, il paradiso. La funzione si concluse senza altri sussulti. Ite, missa Est.
Pioveva ancora, ognuno prima di uscire si sistemava il mantello o la cappa sulle spalle. Alcuni abitavano vicino, altri pi distanti; i Biccoli dovevano solo attraversare il sagrato attenti a non inzupparsi i piedi nelle pozzanghere. Il capitano Franois era uscito per primo e attendeva di fianco al proprio cavallo sotto la gronda del palazzo di fronte. Sapeva di essere un intruso e non voleva dare fastidio, ma gli urgeva di parlare con Luca del Lante. Clemente sal i tre gradini e con la pesante chiave apr il portone, rivolgendo un sorriso al capitano, che ricambi. Quando la porta fu aperta, Aureliana e i figli partirono di corsa e con pochi passi furono sulla soglia del palazzo. Setembrina era emozionata: il capitano era cos vicino che lo poteva toccare. Beniamino pass scrutando la spada al suo fianco e la corta daga infilata nella cinta, mentre Aureliana si tolse il vezzo di guardare il francese negli occhi. Questi resse lo sguardo, ma solo un attimo, poi lo distolse, ed elegantemente salut la donna che pareva esaminarlo. A dispetto dell'uso comune, Franois non portava n barba n baffi, era rasato di fresco e i capelli umidi di pioggia erano tirati indietro e ricadevano lunghi sulle spalle. Non aveva lo sguardo torvo comune a tutti i soldati: pareva pi un gentiluomo, un ragazzo addobbato con abiti non suoi, ma soprattutto quegli occhi, attenti e chiari, lo rendevano bellissimo. Luca del Lante usc di chiesa e corse verso il palazzo di fronte per camminare sotto la gronda e raggiungere casa; non poteva evitare il francese e quindi lo salut. Per un attimo tutta la famiglia sost sotto la pioggia in attesa che la situazione prendesse una qualunque piega, ma lo stallo imperava. Venite dentro un attimo che vi bagnate!
Clemente Biccoli era comparso sulla soglia. Venite, forza. Venite che non  tempo di star fuori.
Senza esitare, tutti seguirono il suo consiglio. Setembrina e Caterina corsero seguite da Lanciotto al piano di sopra ancora disabitato; Aureliana sorrise a madonna Lara ed a Luisa e le sottrasse al crocchio degli uomini.
Messer Luca, perdonatemi, avrei una richiesta confidenziale da farvi.
A quelle parole Clemente e Beniamino si scostarono e raggiunsero le donne, il del Lante, temendo il peggio, si fece guardingo e si scost dagli altri raggiungendo il portone. Dite, capitano.
Vi ricordate il baule che lasciai presso di voi?
Certo, che vi abbisogna?
Vedete,  pieno di libri, cose appartenute alla mia famiglia, cose a me care, ma l'aria umida della fortezza ha fatto muffire il cuoio e la pergamena. Ecco, necessiterei, pagando il dovuto compenso, di una stanza asciutta dove poterlo conservare e dove poter arieggiare le cose affinch si possano sanare: un luogo sicuro dove nessuno possa entrare,  per il baule, non per me.
Luca rest pensoso anche se il suo cuore si era rasserenato: le voci della concia erano arrivate anche alle sue orecchie e in casa regnava la tensione e la tempesta. Non che il capitano fosse un mal partito, sembrava anche un ragazzo dabbene ed educato, ma era un soldato e, cos come era venuto, cos se ne sarebbe andato e l'onore di sua figlia, per quanto ribelle e restia a maritarsi, doveva rimanere integro. Temeva che il capitano avanzasse pretese sulla ragazza e invece voleva sistemare dei libri: poteva essere una scusa per avvicinarla, come una necessit reale e comunque non poteva tirarsi indietro. Penso che si possa risolvere, ho delle stanze sopra la concia,
in alcune ci teniamo il cuoio lavorato e si conserva bene, passate da me domani, dopo il desinare e portate il baule.
Passate invece prima e fermatevi a mangiare con noi.
Donna Lara, la moglie di Luca, si era avvicinata ed inserita nella discussione. Era tardi per farle rimangiare le parole, c'erano anche i Biccoli che avevano sentito tutto e Luca fu costretto a mostrarsi lieto. E sia, vi aspettiamo domani alla sesta.
Vi ringrazio, accetto e vi ringrazio, ma stabilite un compenso per il baule, ch non voglio profittare della vostra accoglienza.
In un attimo l'adunanza si sciolse, Luca piant furibondo gli occhi in quelli della moglie, questa distolse il capo e salut Aureliana che, compostamente, si inchin. Clemente e Beniamino strinsero la mano al capitano che lesto usc per primo. Gli unici due sguardi ansiosi di incontrarsi non si sfiorarono nemmeno, ognuno percep la presenza dell'altro, ma n Franois n Luisa osarono guardarsi. Donna Lara chiese di Caterina, Aureliana sped Beniamino a chiamarla al piano di sopra.
Pioveva: ognuno aveva ripreso il proprio posto, i Biccoli intorno al tavolo mangiavano carne bollita e bevevano brodo; a casa del Lante era in corso una lite e il capitano francese menava il cavallo al passo per il lungarno, incurante della pioggia che un'ora prima aveva detestato, ed ora invece ringraziava.
Natale era alle porte: dopo quasi novanta anni, Pisa viveva la preparazione delle feste in un modo nuovo. La citt si era ripopolata nonostante il freddo e la stagione piovosa; per riassettare case e magazzini erano sorti diversi cantieri ed il lavoro non mancava. Gli orti dalla parte di Kinzica furono censiti e quelli che non appartenevano a nessuno furono appezzati per il bisogno, imponendo una quota di tasse da pagare a raccolto avvenuto. Non c'erano grandi ricchezze a cui ricorrere, ma tutti erano spinti da un nuovo sentimento, da una nuova forza, quella della speranza. Le notizie dal contado non erano sempre positive: i messi, i corrieri e i viaggiatori raccontavano che le milizie fiorentine compivano scorrerie e, terrorizzando i contadini, cercavano di indurli a parteggiare per Firenze. Cascina e Pontedera, i due borghi pi importanti insieme a Vico Pisano, ancora fedele a Firenze, si erano schierate a giorni alterni con gli uni o con gli altri. Dato che fortunatamente di tutto si parlava, tranne che di una guerra o di uno scontro in campo aperto, questo parteggiare per Pisa o per Firenze era pi un modo di ingannare la sorte ed il fato, che inevitabilmente sarebbe arrivato presto o tardi a presentare il conto. Tutti temevano che il giorno del confronto sarebbe venuto, allora s, che sarebbe stato necessario scegliere il partito.
Del re di Francia e della sua discesa verso Napoli poco si sapeva, tranne che l'inverno non era periodo propizio per spostare gli eserciti. Si viveva sospesi, quasi che i pericoli non si volessero considerare, con la convinzione che tutto sarebbe andato per il meglio. In Pisa non si erano pi avuti disordini, ormai le posizioni erano chiare: alcune famiglie non erano ben viste, ma queste non abbandonavano i loro commerci, sperando che la situazione mutasse e si tornasse ai santi vecchi. I pisani, dal canto loro, avevano comunque bisogno di qualcuno esperto che mandasse avanti le cose: l'economia di una citt non si inventava di sana pianta dopo quasi un secolo di giogo. Si sopravviveva, ma la situazione era tranquilla e il Natale incombente illudeva gli animi, inducendo tutti a sentirsi pi buoni.
In via delle Conce, Luca del Lante teneva due fabbriche e alcuni magazzini. In uno di questi c'era una grande fornace per arroventare le terre che faceva venire da Allumiere o da Montione. Quella terra biancastra, che giungeva via mare a bordo di piccole galee, veniva fatta essiccare al forte calore e ci che ne restava era usato per sbiancare le pelli e renderle poi pronte per la coloritura. Luca si era sempre tenuto buono il governo fiorentino con doni e regalie e nel tempo aveva ottenuto di produrre l'allume per tutta la citt e di venderlo anche ai follatori di lana e ai tintori di stoffe. Il suo commercio era stato sempre discreto: ora poteva diventare florido, se la libert di muoversi per terra e per mare fosse stata mantenuta. Fra i signori locali era stato uno dei primi e pi accesi sostenitori dell'indipendenza, un po' per amore della citt e molto per interesse. Il piano sopra la fornace era adibito a magazzino e l il del Lante aveva assegnato una stanza al capitano francese. Non tutti i giorni si arroventava la terra per produrre allume di rocca, ma comunque si accendevano i fuochi per bollire l'acqua necessaria a sgrassare le pelli. A causa di quell'attivit, il locale dove ora erano disposti i libri era sempre asciutto e caldo, anche in quel rigido inverno.
Mancavano dieci giorni al Natale, il capitano Franois era in quella stanza a curare i suoi averi. Una copia del De Immortalitate animae di sant'Agostino giaceva accanto al De Rerum Principio di Duns Scoto; su un ripiano pi in alto, aperto a prendere aria calda e benefica, stava una copia del Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto, nella versione tradotta da Marsilio Ficino per conto di Lorenzo dei Medici. I tesori di quel baule avevano valore solo per il capitano; in una normale situazione di accampamento militare, probabilmente tutti quei libri sarebbero stati usati per alimentare un bel fuoco. Sorrise Franois, rigirando tra le mani il De arte gladiatoria di-micandi scritto da Filippo Vadi. L'idea che l'autore di quel libro avesse vissuto proprio l a Pisa e, meno di venti anni prima, avesse insegnato l'arte della scherma in quella grande sala accanto alla chiesa di santa Caterina d'Alessandria, lo faceva sentire in diretto contatto col passato, dentro la storia. Il prezioso trattato di scherma era stato gravemente aggredito dalle muffe, ma il libro pi danneggiato dalla muffa era il pi nuovo, l'Oratio de hominis dignitate di Pico della Mirandola che, a quanto risultava al capitano, era ancora attivo alla scuola di Firenze. Forse che in quei tempi moderni non si sapevano pi costruire libri solidi e incorruttibili? Franois amava l'arte e le nuove scienze e non capiva troppo il suo re: tutto quel desiderare conquiste e terre lo disgustava, i tesori che lui apprezzava erano altri e la guerra era solo un luogo di ripiego della sua vita, dove era dovuto approdare contro la sua volont.
La fornace era spenta, ma la stanza non aveva spifferi e respirando non si produceva vapore. Il capitano Franois in brache e giubba, senza armi e giberne, stava presso l'unica finestra che si apriva sulla via. Dava le spalle alla porta e non si avvide che qualcuno stava entrando. Luisa lo spiava da alcuni minuti ma non riusciva a capire cosa stesse facendo, con quei movimenti lenti ed esasperanti, come se lisciasse un animale. Socchiuse la porta, che cigol. Franois si volt e, scorta Luisa, si affrett a spostare il cavalletto e nascondere alla vista il piccolo quadro a cui stava lavorando.
Dipingete? disse lei con aria di scherno.
Che soldato era mai quello che perdeva tempo in simili sciocchezze? Lui percep l'aria di sfida e si risent: Madonna Luisa, trovate sconveniente che un
capitano del re di Francia dipinga?
Un lieve rossore turb Luisa. No, anzi, scusate, non vi volevo disturbare. No, non dovrei essere qui, devo andare.
La ragazza si volt e prese a scendere le scale, il capitano fu lesto e le corse dietro, l'afferr agilmente per la vita e la blocc. Lui stava su uno scalino pi in basso del suo, lei pi in alto, ma i loro occhi erano allo stesso livello. Franois per la prima volta si immerse in quel mare verde: piccole navi d'oro solcavano l'iride. Si aggrapp come un naufrago ad una di quelle, perse la presa e l'orizzonte, ne cerc un'altra, pareva immobile e sicura, ma anche questa non dava appiglio: prese a sprofondare in quell'abisso e solo un gesto poteva salvarlo o condannarlo per sempre. La via della dannazione era perigliosa, ma parve l'unica, le loro labbra si sfiorarono, poi si toccarono ed infine furono un'unica cosa. Non si erano praticamente mai parlati, non sapevano niente l'uno dell'altra, non era possibile concepire un amore, eppure erano l, sulle scale, persi in quell'abbraccio con le mani impazienti di nuove scoperte. Un cane abbai, poi la voce di Caterina parve essere a due passi. Luisa abbandon la presa e scese di fretta due scalini; un attimo, una sosta e rapida risal baciando con foga il capitano, poi spar nel magazzino sottostante.
Il cielo su Pisa pareva una lamina d'acciaio; l'aria era immota, l'Arno era rigonfio e impetuoso per le piogge precedenti, l'acqua marrone e limacciosa portava con s arbusti e rami strappati chiss dove. Mancavano due giorni al Natale, all'ora nona cominci a nevicare. Dapprima fu qualche fiocco sparuto, poi se ne aggiunsero altri, ed in breve tutto il paesaggio si trasform d'incanto. Gianbernardino dell'Agnello al primo piano del palazzo confabulava con Clemente.
Avrebbe voluto prendere possesso e trasferirsi prima delle feste, ma i lavori di imbiancatura e soprattutto di decoro di alcune stanze, come quelli di demolizione di alcuni tramezzi, non erano ancora pronti.
Non  colpa mia, con la pioggia e l'umido la calce non tira e poi trovare operai bravi  un'impresa, ne ho assunti e licenziati quattro in un mese. In questo momento pur di stare in citt e trovare da lavorare, in molti si professano maestri d'arte, ma non sono che impostori.
Lo so, Clemente,  che mi dispiace, ci tenevo a fare Natale qui dentro.
Dispiace anche a me, messer Gianbernardino, ma considerate anche quanto freddo fa qua dentro, la legna che si dovrebbe trovare e bruciare per rendere questi due piani abitabili: vostra moglie e la vostra famiglia morirebbero dal gelo.
Setembrina era da poco tornata dalla concia con Aureliana e stava mani e naso appiccicata al vetro di una grande finestra che dava sull'Arno: non aveva mai visto la neve e nonostante Pontugione fosse a poche miglia, era difficile che nevicasse in riva al mare. Rimase incantata, i fiocchi lenti scendevano e disegnavano figure di angeli, di cavalieri e fate, ma bastava un battito di ciglia e tutto mutava, un refolo d'aria e la fantasia ripartiva da capo. Scese la sera e poi la notte: chi aveva legna non rispett il comando del coprifuoco scandito dalle campane, nei camini si continu ad ardere. Il mattino seguente, mercoled, vigilia di Natale, un sole limpido splendeva nel cielo. Dal torrione rotondo della Fortezza Nuova il capitano Franois d'Azay d'Entraigues rimirava l'Arno che scorreva sotto il ponte di Spina Alba. I monti in lontananza erano tutti imbiancati e, quello che attirava di pi la sua attenzione, era un picco a forma di cono
sul quale, gli avevano detto, sorgeva un'imponente costruzione, la Fortezza della Verruca. Pareva quasi la cima di un vulcano e stava fantasticando di come, nei secoli addietro, quel picco potesse essere stato formato da lava e ceneri; una voce rauca lo richiam alla realt. Sotto la torre, nel cortile interno, il suo attendente aveva attratto la sua attenzione e con un gesto, lo aveva indotto a scendere. Cosa c' di cos urgente Raphael?
Tre uomini hanno chiesto udienza con voi, non hanno armi, sembrano impazienti, hanno volti imperlati di sudore.
Saranno accaldati da un lungo viaggiare.
No, Franois,  la paura!
Raphael Artaldo de Materiat attendente del capitano era in realt un buon amico e confidente. Franois lo aveva selezionato tra molti, perch capace di leggere e scrivere e incline alle arti. Con lui condivideva le osservazioni sulla natura e sulle scienze, ma anche sul vino e sulle donne. Entrarono nel locale che fungeva da comando, i tre in piedi chinarono il capo e attesero che il capitano si sedesse e che Raphael uscisse.
Dunque?
La domanda secca, rivolta senza cortesia, imbarazz ancor di pi i tre che si guardavano di sbieco, indecisi su chi dovesse parlare. Poi il pi anziano si fece coraggio. Capitano, chi io sia non conta molto, ma ci che vengo a proporvi  di capitale importanza.
Il d'Entraigues teneva i gomiti poggiati sul tavolo e le dita delle mani giunte con gli indici appuntati sulle labbra; non disse niente, ma con un cenno intim di continuare. L'uomo apr una sacca di cuoio che teneva a tracolla e trasse delle monete. Vi propongo un patto, parlo a nome di tutte le famiglie legate a Firenze che vivono in questa citt e che da pi di un mese vivono nel terrore e nell'angoscia. Desideriamo che tutto torni come prima: qui ci sono mille ducati d'oro e ne avrete altri mille se lascerete la fortezza e ce la consegnerete. Tutti gli uomini fedeli a Firenze, abili a combattere sono pronti, basta un cenno e sappiate che fuori le mura possiamo contare sull'appoggio di amici fidati: attendono un segnale quei di Pontedera e di Cascina, ridateci Pisa e i nostri diritti.
Termin la frase spargendo i brillanti ducati sul piano del tavolo. Franois ne prese uno, lo rigir tra le dita: sul dritto, in mezzo ad un cerchio perlinato, era effigiata un'aquila coronata, sul verso una croce patente simile a quella scolpita sulla porta Nord della chiesa ottagonale che aveva visitato pi volte. Lo infil in una tasca della giubba all'altezza del cuore. La neve aveva reso tutto candido ed immacolato, quasi che i cattivi pensieri fossero scomparsi, annientati. Dalla torre aveva rimirato una citt bellissima, dove tutto pareva ormai calmo e tranquillo, ma, come se la neve fosse stata invece una coltre di cenere, il fuoco aveva covato ed aveva prodotto un tradimento. I suoi ordini erano precisi, non occorreva discutere oltre. Raphael!
La porta si apr. Arrestate questi tre signori, confiscate i denari e preparate i cavalli, andiamo al palazzo del governo!
La voce del tentativo di corruzione si sparse in un attimo, ma il capitano aveva preventivamente schierato tutti i suoi uomini: Pisa era una citt in armi, Franois voleva dimostrare tutta la sua forza senza doverla usare. Il convoglio di cavalieri e fanti con i tre traditori in catene, procedeva lento verso il centro della citt. Non era pi la vigilia di Natale, era la vigilia di una guerra.
Il giorno di santo Stefano tre emissari di Carlo ottavo
fecero visita al commissario francese in Pisa, Jean Rabot e rinnovarono gli impegni con la cittadinanza. Il re di Francia, indispettito dalle scorrerie militari che i fiorentini avevano iniziato subito dopo la sua partenza da Firenze, aveva mandato i suoi messi mentre si trovava in Viterbo: i tre notabili confermavano che Pisa doveva rimanere libera, almeno per i due anni a venire. Ora, con la promessa di libert confermata, la vicenda del tradimento aveva scavato un solco profondo; non c'era stata una rivolta solo perch la citt era in assetto di guerra, controllata dai francesi. Il divieto di circolare dopo il coprifuoco divent tassativo, le porte venivano chiuse all'imbrunire e i turni di guardia furono raddoppiati. I filo fiorentini che si erano riuniti e tassati per corrompere il capitano, stavano asserragliati nelle proprie case, non uscivano per andare al lavoro e neanche per comprare cibo. Erano silenziosamente assediati, murati vivi, circondati dall'odio e dal risentimento.
Il governo provvisorio, nel tentativo di eliminare ogni rapporto con la diplomazia fiorentina, scrisse a Roma chiedendo che fossero rimossi i prelati dall'arcivescovado, ma senza aspettare risposta fece fuoriuscire dalla citt quanti erano legati ai fiorentini o avevano avuto rapporti con loro. Contravvenendo poi a tutte le disposizioni in merito, ovvero, che la nomina del vescovo spettasse ai canonici e non al popolo, elessero per acclamazione il prete pisano Michelangelo Aloisi, nuovo reggente dell'arcivescovado.
L'ultimo giorno di dicembre, tutti componenti del governo provvisorio pisano si presentarono in cattedrale. Sopra le vesti portavano eleganti mantelli di seta azzurra cuciti per l'occasione. Ci fu una cerimonia solenne e il vescovo Aloisi benedisse i designati, chiedendo al Signore il dono della saggezza per ben governare la citt. Pisa non aveva pi una reggenza
di balia, ora si era data un governo voluto da Dio e dagli uomini. A capo del governo fu posto, con mandato per i primi tre mesi dell'anno a venire e con la carica di Capitano di Giustizia, il cittadino Andrea Lanfreducci.
Era scomparsa la neve, il grigiore ed il pantano erano tornati a regnare in quel freddo inverno. L'assenza dei fiorentini dalla vita della citt lasciava aperte nuove possibilit di lavoro e ne chiudeva altre. Qualche famiglia nottetempo si preparava e all'alba si faceva trovare di fronte alle porte. Cos facendo violavano parecchie disposizioni, ma sia i francesi che i pisani chiudevano un occhio. Per ogni famiglia legata a Firenze che se ne andava, si perdeva una serpe nel seno della citt. Passarono i giorni, il freddo non allentava la sua morsa e nemmeno la milizia francese: ligia agli ordini presidiava costantemente vie e incroci imponendo un ordine stabile nella citt. Regnava una calma apparente e questo, consentiva al capitano Franois di recarsi di quando in quando alla sua stanza. Leggeva, dipingeva ci che gli occhi avevano memorizzato passando per Pisa o per le campagne, ma soprattutto riusciva a vedere Luisa con una certa regolarit e un certo rischio. Ogni volta erano attimi, sussurri, baci, una volta l'aveva cinta per la vita e le aveva chiesto di dipingere. Ne era nato un gioco, lei cercava di dipingere seguendo i suoi consigli e lui la distraeva con baci e carezze. Era il loro momento segreto, era il loro modo sincero di scoprirsi, conoscersi, amarsi.
Era sabato, il diciassettesimo giorno di gennaio, la fornace era accesa e la roccia d'allume sfrigolava sulla piastra di ferro posta sopra il focolare. La stanza del capitano aveva un accesso indipendente dalla fornace e Luisa era salita di nascosto da tutti. Franois era
a torso nudo, lustrava un astrolabio d'ottone, Luisa entr e si gett fra le sue braccia. La passione ormai non era pi controllabile: pi volte erano arrivati al punto di concedere qualcosa ai loro corpi e non solo alle loro fantasie, ma la paura e la fretta avevano sempre frenato i loro ardori. Ora avevano tempo, poco ma l'avevano: Franois le accarezz i seni turgidi sotto la veste, i loro corpi erano stretti e le loro bocche inalavano lo stesso respiro, solo le vesti ingombranti di lei impedivano che la loro pelle conoscesse quanto era dolce la carezza dell'ardire, ma il suono di una campana giunse da lontano.
Suona gi l'ora quarta?
No, Franois, questa non  la campana delle ore!
Il martellare frenetico e scomposto della campana delle adunate blocc la vita in Pisa. L'intera citt si rivers nelle vie, ogni attivit venne congelata e abbandonata, anche quelle che non si volevano abbandonare, anche quelle che avevano atteso per un tempo che era parso interminabile. Si doveva andare.
Al porto di Livorno c'era stata un'incursione di soldati fiorentini con frecce incendiarie scagliate da grande distanza con balestre, aveva dato alle fiamme quattro galee. I francesi, al comando del capitano de la Trmouille, erano stati presi alla sprovvista e non avevano potuto contrastare l'incursione. Ormai niente poteva pi fermare quella corsa verso l'inevitabile, ormai era guerra!


Capitolo 9.
Pisa dal 18 gennaio 1495 al 5 aprile 1495.

L'ordinamento che si era data Firenze dopo la cacciata dei Medici era volto ad affrontare un periodo di guerra. Rispetto alle normali funzioni del governo erano state trascurate quelle che regolavano la vita civile ed invece ampliate quelle di natura militare. Ad un gonfaloniere, il rappresentante in capo della citt, erano stati affiancati otto priori per le attivit delle arti e dei commerci, otto priori per la polizia urbana ed il tribunale e dieci governanti per amministrare la guerra. Il primo atto di questo governo militarizzato era stato quello di riarmare l'esercito e tentare di riprendere Pisa e le fortezze cedute al re francese. Temendo per le ripercussioni del Valois, Firenze aveva preferito organizzare compagnie di guerra, con soldati mercenari comandati da valenti capitani di ventura e lasciare il popolo fuori dalle faccende militari. Un' eventuale rappresaglia del re francese non si sarebbe cos rivolta contro la citt ed i suoi abitanti. Il commissario generale per la guerra era Pier Capponi e le tre compagnie impegnate contro Pisa erano comandate da Ercole Bentivoglio, Francesco Secco e Ranuccio da Marciano.
La notizia dell'atto di guerra compiuto dai fiorentini al porto di Livorno era giunta in ogni dove
e un po' per aiutare i pisani ma anche per arginare le mire fiorentine, da molte parti arrivarono aiuti. Il primo atto lo fece Genova, che invi alcune corazze da combattimento e band un proclama secondo il quale gli armaioli genovesi potevano vendere i loro manufatti solo ai pisani. Lucca contribu, come pure Siena, ma anche citt lontane come Venezia si dettero da fare. In breve presero a giungere in citt armi ed armati e presto si arriv a costituire un esercito con cinquecento cavalieri e ottocento fanti, diviso in compagnie agli ordini di Giacomo Appiano, Giovanni Savelli e Lucio Malvezzi. C'erano anche i trecento francesi comandati dal capitano Franois, ma il suo ordine era di tenere Pisa e non di muovere guerra a Firenze. All'inizio, in quel freddo gennaio ci furono solo scaramucce nelle campagne. I fiorentini misero a sacco le coltivazioni affamando i contadini e istigando all'odio verso Pisa. Poi, per, l'esercito fiorentino sferr un attacco a molte rocche fedeli a Pisa o cedute al re di Francia, contravvenendo a tutti i patti. Ponsacco fu depredata e cos la Rocca di Ripafratta e pure Bientina: Firenze voleva isolare la citt nemica per poi cingerla d'assedio. Per contro, le uscite delle milizie pisane, ancora disorganizzate e poco preparate, cercavano di fare prigionieri per poi chiedere riscatti, tentando di arricchire le casse della guerra. A Pisa ormai non risiedeva neanche una famiglia di origine o legata a Firenze, quelli che si erano ribellati all'espulsione erano stati fatti prigionieri e imbarcati sulle galee genovesi; alcuni commerci si erano inevitabilmente interrotti. Le due citt si preparavano alla guerra, ma i mercenari al soldo di Firenze avevano pi interesse a mantenersi in vita accumulando ricchezze in razzie, che lanciarsi ad un attacco della citt e combattere veramente e il neonato esercito fiorentino pativa gi di inquietudini interne. Allo stesso
tempo, l'esercito pisano era tutto tranne che uniforme: ognuno era armato alla meglio o comunque aveva armi diverse dal compagno pi vicino. I capitani di compagnia cercarono di censire e ordinare alabardieri, picchieri, fanti armati di moschetti, balestrieri e arcieri, stradiotti, combattenti con daga corta o con spada pi lunga, a una mano o a due, ma anche con asce, rostri e mazze ferrate. Chi possedeva un'armatura era sempre dissimile dai compagni: elmi, piastre, scudi, brocchieri, non uno era uguale all'altro. Qualche armatura da cavaliere era indossata da fanti appiedati e succedeva anche l'inverso. In molti, temendo pi le palle di moschetto che le lance o le spade nemiche, prevaleva il senso di coprire il volto e il torace con pesanti protezioni, ma non le braccia o le mani. Con quei presupposti non era facile assemblare un esercito che desse l'idea di essere efficiente ed organizzato, ma ci che faceva ben sperare era che in tutti albergava l'orgoglio e il desiderio ferreo di mantenere la libert. Se ogni uomo poteva mantenere il suo armamento, la cotta d'armi doveva essere per tutti uguale e fu stabilito che il governo fornisse denari per il tessuto rosso ed i ricami bianchi, cos che ognuno fosse riconoscibile dalla sopravveste vermiglia recante la croce pisana. Anche sul piano diplomatico Pisa si mosse ed invi ambascerie in tutte le Signorie pi importanti d'Italia. Furono gli insegnanti di diritto della Scuola pisana che si prestarono all'opera. I pi eminenti personaggi dello Studio, fondato in Pisa e riconosciuto sin dal 1343 dal papa Clemente VI, non erano uomini d'arme, ma con fede ed orgoglio si prestarono all'opera della politica. Gherardo del Pitta and a Lucca, Tommaso Betti e Silvestro dal Poggio andarono a Genova, Bartolomeo Sonzino, avvocato and a Siena e Burgundio Leoli a Roma. Il governo di Pisa, che si scopriva orgogliosa ed operosa, stabil che si dovesse riprendere l'attivit dei cantieri navali, ma gli arsenali della Fortezza Vecchia erano stati smantellati dai fiorentini quasi cento anni prima: fu necessario riarmare i cantieri, partendo da zero. Dato che la Cittadella, per quanto difesa ora dai pisani, poteva rappresentare un obiettivo militare primario, si stabil che il cantiere navale sorgesse per la via di Borgo di fronte alla chiesa di san Michele. Anche se Pisa fosse stata attaccata, quella posizione cos centrale e cos ben difendibile avrebbe consentito ai fabbri navali di continuare la loro opera. Pisa aveva bisogno di navi e la decisione trov tutti d'accordo. Un altro provvedimento port alla nomina di quattro cittadini a cui fu dato mandato di raccogliere grani, biada, paglia e fieno in piazza del pane e di costituire la riserva di guerra. I tempi a venire potevano essere lunghi e grami, ed era momento di organizzarsi. Pisa pass all'azione: la compagnia di Ercole Bentivoglio marci nel contado e riprese Ponsacco e i paesi vicini. L'accerchiamento era stato rotto e un piccolo brigantino armato di falconetti e bombarde fu fatto risalire dalla foce dell'Arno sino all'ansa di Riglione. Da l, se qualche fiorentino avesse tentato la sortita, si sarebbero potuti sparare colpi in quantit. Il coraggio di Bentivoglio anim le milizie e, uno ad uno, furono ripresi Buti, Vicopisano, Cascina, Pontedera, ma soprattutto le due importanti fortezze della Verruca e di Ripafratta. L'animosit dei pisani li port ad azzardare uscite anche pi lontano, per far capire a Firenze che la sua rivale non era doma ma che anzi, mai si sarebbe assoggettata di nuovo all'usurpatore. A Soiana, in uno scontro avvenuto sul sagrato della chiesa di sant'Andrea, un colpo di falconetto pisano uccise Pier Capponi. I fiorentini, veduto perire il proprio comandante, si ritirarono, ed i rossocrociati misero presidio a Morrona, Lari e altri paesi vicini. Col mare a ponente e questi paesi alleati, la citt di Pisa poteva tenere la guerra lontana dalle proprie mura.
Dal canto suo Carlo ottavo, pur impegnato nella sua discesa verso Napoli, seguiva le vicende con apprensione: era soprattutto interessato a che Firenze pagasse quanto promesso e Pisa si mantenesse fedele per poter contare sulla citt amica durante il suo viaggio di ritorno. Saputo di tutti gli accadimenti di guerra avvenuti nella campagna intorno a Pisa, il re invi il vescovo di san Malo in missione per rappacificare gli animi. Questi si rec prima a Firenze, pretendendo la riscossione del debito, ma i fiorentini risposero che avrebbero saldato i conti solo se Pisa avesse acconsentito a cedere le fortezze riconquistate, avesse liberato tutti i prigionieri fiorentini ed avesse restituito a quelli tutti gli averi conquistati. Cos, l'illustre vescovo, gran consigliere del re, si trov costretto a fare da garzone e, anche se parecchio indispettito, mont a cavallo alla volta di Pisa. Il quindicesimo giorno di febbraio il vescovo ed il suo seguito si presentarono alla porta di san Marco. Le staffette di vedetta avevano segnalato la venuta del francese e Pisa sin dal mattino era in armi per ogni casa e ogni strada. La guardia alle mura era stata triplicata e molti uomini avevano rafforzato i presidi alle torri e ai bastioni. Il capitano Franois stava eretto in sella sulla soglia della porta in attesa del suo connazionale; dietro di lui, il manipolo di guardia a cavallo e, sopra la sua testa, non un metro delle possenti mura era sguarnito dalla milizia pisana. Quando il vescovo apparve alla loro vista sotto le mura si lev un mormorio: al suo fianco cavalcava un chierico fiorentino con tanto di sopravveste recante il giglio. Si ud un sibilo poi un colpo secco, il chierico senza emettere un fiato vacill e poi cadde da cavallo con una vistosa ferita alla testa: una fionda pisana era entrata in azione.
Reagendo con paura a quel gesto, tale e tanta fu la veemenza del vescovo francese, che intim di aprire le porte e di far decapitare immediatamente il colpevole, riconsegnare le fortezze occupate ed accettare le condizioni del re. Nessuno si mosse, nessuno fiat. Dalla porta s'avanz Andrea Lanfreducci, capitano di Giustizia pisano: Voglia vostra eccellenza accettare le nostre scuse, quello si ripiglier presto, non temete. Piuttosto non consideriamo veritiera codesta ingiunzione, il re Carlo non vorrebbe mai perdere Pisa e la sua devozione.
Il vescovo vacill nelle sue intenzioni, era consapevole che le sue istanze non sarebbero state accolte facilmente; il suo piano era fallito sul nascere. Fateci entrare, parlamentiamo con calma.
I cavalli si spostarono dalla porta ed un varco si apr, i cavalieri fiorentini dettero di speroni, ma solo al vescovo fu consentito di entrare. Fu il capitano Franois ad impedire il loro ingresso prima che qualche atto luttuoso avesse a succedere.
Voi restate fuori,  un ordine! Vi  concesso di fare campo per il tempo necessario, dalle mura sarete sorvegliati, state immobili e nulla accadr.
Detto questo ad alta voce, affinch tutti avessero a sentire, spron il cavallo e la porta si chiuse.
Il governo era riunito in via straordinaria nel palazzo sul lungarno dove risiedeva il commissario francese. Nella grande sala il vescovo di san Malo si lamentava dei modi e della tracotanza pisana, quando un uomo chiese di essere ammesso ed ascoltato. Ci fu un attimo di sconcerto, poi fu fatto entrare. Avanz un milite con le insegne pisane ed al suo fianco stava un ragazzo che poteva avere sui tredici anni, ma gi alto come il padre. L'uomo fece tre passi avanti. Perdonate tutti la mia intrusione, sono Astore Boromati e sono io l'uomo che cercate. Ho armato la mia fionda, non contro il chierico, ma contro quello che rappresenta, contro Firenze. In un altro momento l'avrei ucciso e non mi pento n delle mie azioni n del mio intendimento. Ora, se considerate questo mio gesto degno di punizione, mi sottometto al vostro volere e al vostro giudizio. La mia morte servir come esempio per la mia citt patria.
Il silenzio che lasciarono quelle parole dur per molto, nessuno osava pronunciarsi, poi il vescovo francese sorrise: Ammiro il vostro coraggio e la vostra fede, non impongo nessuna punizione. Che la vostra lealt e la mia bont, siano da qui in poi ricordate affinch servano a tutti come esempio.
Come se i presenti avessero trattenuto il fiato e d'improvviso ripreso a respirare, nella sala torn il frastuono. La venuta del vescovo si concluse con un fallimento della sua missione, mentre per tutta la citt si parlava del coraggio di Astore Boromati che, per difendere il figlio Regolo, si era offerto come colpevole in vece sua. Il ragazzo, precisissimo con la fionda, Astore suo padre, coraggioso fino a sfidare la morte: quella sera il loro nome correva su tutte le bocche e anche a casa Biccoli si discuteva dell'accaduto.
Babbo, ma questo Regolo  bello?
Setembrina, per l'amor del cielo, io ho raccontato questa storia perch sia d'esempio il coraggio e l'onore, non la bellezza.
Anche l'altro figlio sentiva di dover intervenire. Ma io posso imparare a usare la fionda?
S, Beniamino. Gli occhi di Aureliana sputarono fuoco contro il marito. O comunque poi, si vedr. Ora  presto.
Ma come "presto", tutti quelli che conosco hanno una fionda o un bastone e io non ho nulla, come faccio a diventare un soldato!
Da quando Beniamino aveva stretto la mano al capitano francese in quella domenica di pioggia, il suo desiderio di farsi soldato era cresciuto di giorno in giorno e, tutte le vicende della citt e le storie riportate, tanto nelle locande, quanto per le strade fra le compagnie di ragazzi, non facevano altro che alimentare desideri ed entusiasmi.
Alcuni giorni dopo Pisa era in festa. Un dispaccio, proveniente da Genova via mare, annunciava che un esercito di mille fanti esperti nella guerra era in marcia per unirsi a Pisa e li comandava un capitano di cui s'ignorava il vero nome, ma che tutti conoscevano di fama: il capitano Animanera. Il giorno dopo, l'ultimo di febbraio, mentre si attendeva il capitano genovese, un messo correva veloce dal porto alla citt spronando il suo cavallo. Il messaggio che recava era chiaro e fausto: re Carlo una settimana prima aveva scacciato il re di Napoli ed aveva concluso la guerra. In citt scoppi il tripudio e fu organizzata una nuova processione guidata dal baldacchino vescovile, sotto il quale sfil nuovamente, incensato dai chierici, il quadro della Madonna di sotto gli Organi. Il governo decise di armare due galee e di inviare al re farina e denari per compiacersi con lui, nella speranza che il tentennante sovrano continuasse a mantenere viva la fiamma dell'indipendenza. Ma la gioia e la calma durarono pochi giorni. L'esercito pisano era attento soprattutto a difendere i confini cittadini, quello fiorentino, invece, poteva muoversi nei territori fuori citt con maggiore libert. Cos, pi conducendo una guerriglia che una vera guerra, i soldati delle compagnie gigliate assalivano, incendiavano e terrorizzavano il contado per inasprire gli animi ed ingrossare quel gran numero di cittadini senza averi che tanto doleva all'economia di Pisa. All'alba dell'ottavo giorno di marzo, la campana delle adunanze fu nuovamente battuta a martello. Un corriere proveniente dalla campagna avvisava che i fiorentini avevano dato assalto al paese di Calci. Stavolta i numeri per controbattere c'erano: due terzi dei cavalieri e fanti restarono fra le mura, gli altri, uscendo da porta Calcesana, spronarono i destrieri al galoppo. Ogni volta che la campana batteva, il cuore si arrestava in petto, ogni madre volgeva il pensiero ai propri figli e cos le mogli ai mariti, le giovani ai loro spasimanti. Cosa toccava solo Iddio lo poteva sapere: chi usciva in battaglia e chi rimaneva? Neanche la sorte e il caso potevano immaginarlo. Per quanto la milizia francese di guardia alla Fortezza Nuova non prendesse parte a nessuna azione offensiva o difensiva fuori dalle mura, il capitano Franois ogni volta si sentiva fremere. Non amava la guerra e non amava far scorrere sangue, ma le incursioni fiorentine minavano la vita di tutti quelli che cercavano di ricostruirsi una vita, di tutte quelle famiglie di gente operosa e garbata e in fondo minavano anche la sua vita e quella che sognava con Luisa. Non era pisano, era provenzale, diverso per indole e bandiera, ma la vicinanza con quel popolo e la condivisione di una messa o di una cena lo avevano poco a poco fatto sentire un cittadino accolto e non un intruso. Il suo fido attendente lo spron: Usciamo?
No, Raphael, non possiamo, vorrei ma i nostri ordini sono precisi.
L'inattivit dei soldati aveva talvolta creato un po' di malumore, in battaglia si viveva o si moriva, ma spesso ci si arricchiva, si depredava un nemico, si recuperava una buona armatura. Chi faceva il soldato ambiva al denaro quanto alla gloria, sia pure di un attimo. Quella loro mansione, relegata soltanto alle funzioni di guardia cittadina, aveva fiaccato l'animo dei trecento francesi e pi di una volta erano nati
dissidi e dissapori. Il muto dialogo tra i due francesi continuava.
Raphael, non guardarmi cos. Non usciamo punto e basta. Se qualcuno dei nostri trova da ridire che venga a parlare con me!
La campana delle adunanze risuon ancora, Raphael e Franois si guardarono negli occhi. Ai cavalli!
Le notizie recate da due staffette erano disastrose: mentre le truppe pisane si stavano recando a Calci, un'altra compagnia di fiorentini aveva conquistato la fortezza di Ripafratta. Non occorreva avere un'enorme esperienza di strategia militare per capire che l'assalto era stato combinato. Se un altro contingente pisano si fosse immediatamente recato a pi di monte per riconquistare la fortezza, Pisa sarebbe rimasta sguarnita e c'era da temere una terza incursione. La decisione fu rapida, le porte furono serrate e lo stato d'allerta arriv al massimo, ma nessuno doveva o poteva uscire dalla citt. Per parecchi giorni non successe niente, le notizie che giungevano dai paesi perduti erano strazianti: intere famiglie trucidate, case incendiate, donne violentate o rapite. Pisa non era accerchiata: aveva lo sbocco al mare e verso Livorno completamente libero, poteva godere di rifornimenti e continuare i commerci, ma se non si fossero rinforzate le difese verso terra, non si sarebbe potuto in alcun modo mantenere libera la citt. I comandanti delle compagnie uscirono pi volte in ricognizione. La linea di condotta delle truppe era stata tracciata dal governo: non pi atti eroici e occasionali, andavano pianificate le operazioni e, contemporaneamente, consolidata la riserva di alimenti. I granai del dazio fiorentino ubicati intorno alla badia di san Savino erano in mano ai fiorentini e un presidio militare non molto nutrito montava costantemente la guardia. Quelle riserve potevano diventare di fondamentale importanza in caso di assedio. Andavano conquistate.
Setembrina, quella mattina agli inizi di aprile, aveva accompagnato la madre alla concia, aveva aiutato a mondare le verdure e poi era scappata a cercare Caterina. La figlia minore di Luca del Lante era per fuori con madonna Lara e allora Setembrina, ormai libera di girare per quella casa, sal le strette scale che portavano di sopra e in cucina trov Luisa. Appena la vide arross e si scus cercando di scendere, ma la bellissima ragazza la ferm. Vieni qua, piccolina.
La bambina rimase ferma sulla soglia dondolandosi da un piede all'altro; Luisa la fiss, pareva seria ma poi le sorrise. Mi aiuti?
S.
Ma se non sai nemmeno cosa ti chieder.
Non importa, ti aiuto!
Luisa rimase sconcertata da quella risposta: ogni volta che si rivolgeva alla sorella per chiedere il suo aiuto era sempre una lotta e, se alla fine otteneva la collaborazione, sembrava sempre di averla estorta. Non andavano troppo d'accordo, forse era il divario dell'et, forse una vena di gelosia da parte della sorella pi piccola.
Mi devo sciogliere i capelli, spazzolarli e poi riunirli, se mi terrai le trecce da fermare sulla crocchia, ti far un regalo. La tua mamma sa che sei qui?
S, ero venuta a cercare Caterina.
Va bene, allora saliamo in camera mia.
Per Setembrina quello era gi un bellissimo regalo: qualche volta era entrata in quella stanza di nascosto, aveva ammirato i vestiti e anche i monili di quella bellissima ragazza, che ai suoi occhi era grande, grandissima. Luisa aveva una stanza tutta per s, un letto alto col baldacchino e un ripiano dove erano poggiate varie cose. La ragazza si sedette su un basso panchetto dando le spalle a Setembrina, cominci a togliere spille e fermagli; i suoi capelli raccolti all'indietro cominciarono a dispiegarsi e a scendere sulle spalle. Ogni cosa che tolgo la poggi sul ripiano e dopo, quando dovr rilegarmi i capelli, me la ripasserai.
Va bene!
Setembrina era al settimo cielo: tutti parlavano di quella ragazza, della sua bellezza e della sua leggiadria, ma pochi avevano il privilegio di starle vicino ed ora, invece, erano spalla a spalla. Luisa con movimenti ripetuti centinaia, migliaia di volte, scioglieva lentamente la sua capigliatura. Sembravano corti i suoi capelli, ma ora che avevano la libert di scendere, Setembrina not che arrivavano lunghi sulle spalle, quasi alla vita. Di colpo Luisa si alz ed usc dalla stanza, rientr dopo poco tenendo un braccio nascosto dietro la schiena. Si sedette di nuovo accanto alla piccola, che la osservava muta e curiosa. Vieni qui, metti il tuo viso accanto al mio e quando ci sei chiudi gli occhi fino che non ti dico io di aprirli, ma guai a te se lo fai prima.
La bimba ubbid; in piedi al fianco della ragazza un il suo viso a quello di Luisa, guancia contro guancia, poi chiuse gli occhi. Ci sono.
Luisa alz la mano sinistra e la port davanti al loro viso. Teneva per il manico di bronzo uno spera, un costosissimo specchio di Venezia che suo padre aveva donato alla sua mamma. Apri!
Setembrina riapr gli occhi al mondo: di fronte a lei stavano due persone, una grande ed una piccola e la fissavano tutte e due; fu un attimo, poi lanci un grido di paura e si scost saltellando per la stanza, come se l'avesse punta un'ape. Luisa rideva a crepapelle e cercava di far calmare la piccola, ma il sorriso che le nasceva da dentro era troppo potente per permetterle di articolare le parole. Setembrina, vieni qua, dai!
Torn la calma, la bambina aveva gli occhi spalancati e si era avvicinata con cautela e forse con paura.
Non hai mai usato uno specchio? Non hai mai visto il tuo viso riflesso in uno specchio?
Mi sono vista nello stagno prima che un pesce o una rana saltasse a fare cerchi, oppure a casa nel secchio in cucina. A Pontugione avevamo il vetro di una finestra che si metteva un poco aperta e l ci si poteva specchiare e controllare se eravamo in ordine per andare alla messa. Ma quella cosa l non l'ho mai vista.
Vieni qua, guardati con calma. Questo  uno specchio molto prezioso,  della mia mamma e non vuole che si tocchi, ma io lo prendo lo stesso, dai, guardati.
La bambina si avvicin, si fece convincere e con suo immenso stupore cominci a guardarsi in quella cornice magica che rimandava la sua immagine. Strizzava un occhio e quella lo faceva anche lei, arricciava il naso e anche l succedeva la stessa cosa, con un dito prese a sfiorarsi il contorno degli zigomi, le orecchie, inizi a studiarsi, a conoscersi, a piacersi. Guarda tutti questi puntini, la mamma la sera me li contava per farmi addormentare!
 la semola, ce l'avevo anch'io da piccolina, poi va via, ma se rimane  bella lo stesso, sai, ognuno di quei puntolini  il bacio di un angelo.
Davvero?
Davvero, fidati di me!
Come se fosse una carta geografica o un documento antico, Setembrina studiava il suo volto sotto lo sguardo complice di Luisa, che ad un certo momento sfior la punta del naso della bimba. Te ridi sempre.
No, quando mi sgrida il babbo piango e anche quando litigo con Beniamino.
S, mi immagino, ma volevo dire che sei sempre allegra, gioiosa, sembri baciata dal sole e questa  una cosa molto bella.
Luisa riprese a spazzolarsi, a lisciare i capelli lucenti e poi, con maestria, li divise in code e cominci a legarli di nuovo a formare quell'acconciatura che tutti conoscevano.
Coi capelli sciolti sembri pi bimba.
Ah davvero? Allora quando gioco con te li sciolgo cos siamo grandi uguale.
Setembrina si sentiva felice, ma il cuore prese a batterle fortissimo quasi fino a scoppiare quando le mani sapienti di Luisa cominciarono a strigarle i capelli e la spazzola col manico d'osso inizi a scorrere facendole ogni volta reclinare indietro la testa. Luisa?
Dimmi.
Ma te, ce l'hai un fidanzato?
La ragazza arross e anche se la bimba non la poteva vedere, si sent un po' a disagio; con voce lievemente tremante decise di stare al gioco. No, io non ce l'ho, te, invece?
No, io no, forse mi piace quello con la fionda, quello che ha colpito il fiorentino, ma non l'ho mai visto.
Ah, Regolo Boromati, ma se non l'hai mai visto, come fai a dire che ti piace?
Non lo so infatti. Ma te, il capitano l'hai baciato?
Luisa sorrise e scosse la testa, ormai anche i bambini sapevano del suo amore segreto che segreto pi non era. No, io non l'ho baciato, bacer l'uomo che mi sposer, quindi ora stai zitta e ferma.
Nella sua voce non c'era rimprovero, ma solo complicit; rallent un attimo i colpi di spazzola, avrebbe voluto baciare quella bimba, forse avrebbe voluto avere quella bimba, non come sorella, ma come figlia. Fu un attimo, poi riprese a spazzolare con energia. Zitta e concentrata Setembrina si lasci pettinare e ravviare i capelli morbidi, una treccia stava prendendo forma e man mano che cresceva, Luisa la appuntava sulla testa come a formare una corona. Ecco, ho finito, questo  il mio regalo, se tornerai ad aiutarmi qualche altra volta ti pettiner, anzi aspetta.
La ragazza si alz e si avvicin al letto, si chin e da sotto tir fuori una cassa di legno bassa e larga. L'apr: vestiti e bluse e stole apparvero agli occhi increduli di Setembrina.
Ho una mantelletta che non porto pi e Caterina non la vuole perch dice che  vecchia, se a te piace te la regalo.
Il piccolo panno semplice e logoro parve alla bimba la veste della regina pi potente del mondo e con le lacrime agli occhi abbracci e baci Luisa.
Ora vai via, che senn ti cercano e si arrabbiano, corri.
La bimba, con uno schiocco sulla guancia, baci Luisa e questa ne rest meravigliata: sua sorella non le manifestava mai affetto o confidenza; si commosse, prov la tentazione di abbracciarla, ma poi mantenne il suo contegno. Forza vai!
La novella piccola regina con corona di capelli e stola di lana, corse via ma riapparve dopo un attimo. Ma lo posso raccontare a tutti di cosa  successo oggi e dello specchio?
 un segreto fra noi, ma alla tua mamma lo puoi raccontare.
Spar gi per le scale, correndo incontro al pi bel giorno della sua vita.


Capitolo 10.
Pisa dal 6 aprile 1495 al 25 aprile 1495.

La vittoria del re di Francia in terra napoletana aveva messo in allarme tutti i regnanti d'Italia. Nessuno sapeva di preciso a quali terre ora avrebbe rivolta l'attenzione; anche chi lo aveva appoggiato nella sua venuta, temeva ora ripercussioni dirette. I governanti di Venezia, Milano e il papa Alessandro sesto scacciato da Roma, il re di Spagna e l'imperatore Massimiliano d'Asburgo e ovviamente l'ex re di Napoli Ferdinando secondo, strinsero una lega al trentunesimo giorno di marzo dell'anno del signore 1495. Per un motivo o per l'altro, Pisa e Firenze non potevano schierarsi contro il Valois e si ritrovarono a farsi guerra, pur essendo sulla carta gli unici alleati del sovrano Francese. Il gioco delle alleanze e delle divisioni aveva creato in Pisa una situazione sconveniente: con molto dolore, fra abbracci sinceri e lacrime, gli ambasciatori di Genova e Venezia, citt che si erano dimostrate alleate, furono costretti a rimpatriare. La citt pativa quel gioco politico ed un dubbio cominciava a serpeggiare negli animi, nelle case, per le strade: Pisa era ormai sola? Il capitano Franois sentiva addosso il peso degli sguardi ogni volta che passava per le vie. Doveva schierarsi, forse contro gli ordini del suo stesso re, forse spinto da un sentimento chiuso in
petto. Non riusciva a vedere Luisa come voleva, ogni volta erano attimi ed il tormento del prima e del dopo non era mai sanato dalla gioia del mentre. Meditava per ore sulla possibilit di palesare i suoi sentimenti, ma la sua educazione, il rispetto per l'uomo che lo ospitava, una sorta di stupida osservanza dei codici e delle buone maniere, facevano ritardare ogni volta una sua uscita allo scoperto. Ci che pi gli pesava era l'idea di disonorare quella ragazza, quando poi un dispaccio o un ordine avrebbero potuto segnare, d'improvviso, la sua partenza e la fine di quella storia d'amore. Che sarebbe rimasto? Si cullava in questo sogno di amore ideale, pressato per da una fitta dolente: il suo cuore ed il suo corpo non potevano e non sapevano pi attendere. E poi, come le aveva detto Luisa, ormai del loro amore erano consapevoli tutti, tranne forse, proprio loro due. Quelle parole lo avevano ferito: aveva sempre pensato di essere una persona avvezza a leggere le carte del destino e lesta nel decidere; ora, seduto su una panca nel tempio del Santo Sepolcro, meditava sulle difficolt che la vita vera gli poneva davanti. La chiesa era deserta, al mattino ognuno aveva il suo daffare. Aveva visitato tutte le chiese di Pisa, molte gli piacevano: il Duomo, con le sue enormi navate; san Sisto in Corte vecchia che con le sue pietre ruvide, dentro e fuori, lo faceva sentire al sicuro come in una grotta. Altre gli piacevano meno, o comunque le apprezzava soltanto per il loro lato estetico, ma dentro di loro non si sentiva a proprio agio. Come in quella strana chiesa costruita proprio sulla riva dell'Arno, santa Maria della Spina. I suoi marmi bianchi lo avevano attratto e si era fatto condurre a visitarla navigando sul fiume. Era sceso con una barca dalla fortezza, ai remi stavano due suoi soldati. Lui, seduto, aveva rimirato Pisa dalle acque, aveva sorriso: gli piaceva quel
posto. Nei pressi dei monconi dei pilastri del Ponte Nuovo, avevano accostato a sinistra ed era entrato in quello spazio. A quella strana chiesa mancava una parete e si poteva accedere all'interno direttamente accostando l'orlo della barca al pavimento della navata. Devozione, superstizione: ogni cittadino che solcava il fiume volgeva un saluto o una preghiera a quella teca posta sull'altare dov'era conservata una spina della corona del Cristo Ges, ma l dentro, non si era sentito accolto o protetto. Anche alla Fortezza Nuova c'era una chiesa in mattoni, ma prima del suo arrivo e chiss da quando, era usata come magazzino. Aveva cercato di capire perch fosse abbandonata, ma aveva avuto sempre la stessa risposta: era colpa dei fiorentini. Eppure aveva saputo che molti secoli addietro i pisani, di ritorno da una vittoriosa spedizione alle isole Baleari, conducevano nelle stive delle navi i corpi dei loro compagni caduti. Erano mantenuti sotto sale, ma si stavano decomponendo e la paura di patire per qualche morbo, aveva indotto il comandante della spedizione a chiedere ai monaci di san Vittore a Marsiglia il permesso di seppellire i loro compatrioti in terra consacrata. Per contro, i monaci di san Vittore avevano avuto in concessione, in una zona fuori citt chiamata Cartangula, una piccola chiesa gi intitolata a sant'Andrea. I monaci francesi erano rimasti in Pisa per quasi tre secoli, ma di loro, ora, non v'era traccia. Chiss come sarebbe stato poter parlare con loro, sentirsi pi accolto e pi compreso, pi a casa. Nel suo girovagare per dovere, controllando la guarnigione o le guardie alle porte cittadine, Franois aveva ormai conoscenza di ogni angolo della citt, delle sue strade, della sua gente. Di alcune chiese aveva soggezione: san Paolo a Ripa d'Arno era troppo austera, santa Caterina e san Francesco troppo grandi e coi soffitti troppo lontani e i
suoi pensieri si perdevano subito in quelle vastit. Le chiese pi piccole le sentiva pi accoglienti, meno fredde. In quel rigido e piovoso inverno aveva trovato conforto soprattutto in san Pierino in Vincoli e l, al tempio del santo Sepolcro. Per ironia della sorte, quelle due chiese si affacciavano sull'Arno, l'una di fronte all'altra, sulle due opposte rive, come due pagine dello stesso libro, separate eppur riunite da una cucitura. Franois non aveva necessit di pregare, ma di ascoltare le sue voci profonde, forse quel mettersi in ascolto era comunque un modo di avvicinarsi ad una sacralit che per lui rimaneva un mistero. Nelle chiese cercava pace e solitudine, voleva stare lontano dai rumori della Fortezza, lontano dagli odori, dalle sensazioni che la strada ed il popolo evocavano. Si sentiva stupidamente migliore, almeno diverso, non se la sentiva di mischiarsi a quella gente, eppure lo desiderava. Sorrise: quanta alterigia nelle sue azioni, quanta illusione! Quel baule pieno di libri, di oli per dipingere, di pergamene, oggetti per il calcolo e la misura aveva sempre rappresentato il mondo sicuro nel quale rifugiarsi, il recinto perfetto per mantenere in piedi una vita passata, una scusa ferrea per procrastinare un cambiamento; ma un cambiamento c'era stato. Si alz, sapeva dove andare, ormai era deciso.
Clemente era seduto da solo in cucina, Aureliana era alla concia con Setembrina, Beniamino era con altri ragazzi sotto l'argine a tirare sassi agli immaginari nemici. Al mattino, il Biccoli si era recato alla Cittadella a cercare un valente falegname che si era arruolato nella milizia pisana ed aveva lasciato la bottega. Non era riuscito a convincerlo: voleva assegnargli un lavoro di intarsio per certi mobili dei suoi padroni, ma questi si era rifiutato: gli aveva detto che la difesa di Pisa andava avanti a tutto, poi sarebbe tornato il
tempo degli uomini comuni.
Quella frase lo aveva colpito: il suo gesto eroico al tempo della fuga con la sua bella sposa lo aveva inserito di diritto fra gli eroi della citt, ma ora che nuovi fatti e nuove gesta accadevano, il suo nome non diceva niente a nessuno. Quel Boromati, quello che si era offerto in vece del figlio e si era reso disposto a morire, quello s che era un eroe. Cosa c'era stato di eroico nel tirare avanti nascosto come una talpa a Pontugione? Quel falegname dalle mani grandi gli aveva dato una lezione e la sua mente ora vagava indecisa tra le sue responsabilit e i suoi ardori. Voleva combattere? Certo che no, l'idea di perire e lasciare la famiglia lo angustiava, ma di quale gloria avrebbe potuto narrare a se stesso, se un giorno si fosse guardato in uno specchio veneziano? Di nessuna.
Fu l'abbaiare festoso di Lanciotto a destarlo.
Cosa fai l imbambolato?
Ti aspettavo.
Aureliana lo fiss, conosceva quell'aria mendace e non le piaceva. Aveva fatto l'amore con lui la notte stessa, aveva avuto tra le braccia un uomo sereno, non un sospiro se non di gioia, non un'ansia era trapelata. Ora aveva di fronte un altro Clemente. Cosa ti passa per il cervello?
Niente, te l'ho detto, ti aspettavo e facciamo alla svelta, che dopo ho da fare.
Anch'io ho da fare e non ho tempo per immaginarmi in un altro posto, questa vita ci  toccata e ora la viviamo.
Non ricominciare, per piacere, sono a casa, siamo a casa, non hai niente di cui lamentarti, finiscila!
Il tono di Clemente non ammetteva repliche, anche Beniamino, che nel frattempo era rientrato, si lav le mani nel catino di coccio e si mise a tavola senza fiatare. Mangiarono in silenzio, Setembrina prov ad aprire un discorso, ma un'occhiata torva del padre la zitt. Aureliana aveva il compito di preparare il pranzo alla concia per l'ora sesta, poi scappava a casa, mangiava in fretta con i familiari e tornava al lavoro a sistemare la cucina, in modo da lasciarla pronta per il giorno dopo. La campana della settima suon e, come fosse stato un segnale, Clemente si alz. Vado, a dopo. e usc veloce come il vento senza attendere repliche.
Le vie erano pressoch deserte, era l'ora del desinare; un uomo a cavallo scendeva la via che fiancheggiava la riva sinistra dell'Arno e stava per arrivare a passo lento alla piazza antistante la loggia dei Catellani. Un altro uomo, a piedi, risaliva la via procedendo controcorrente e fiancheggiando il palazzo dei Gambacorta che stava alla sua destra. Si ritrovarono ad affrontare la lieve salita del Ponte di Mezzo, uno a fianco all'altro. Ci fu un saluto, un cenno, l'uomo a cavallo smont, prese l'animale per le briglie e prosegu a piedi. Dove andate a quest'ora, capitano? Dovreste essere a tavola a godervi un buon pranzo.
Non ho appetito, vado dove non sono atteso, ma dove spero di essere accolto. Piuttosto, voi non siete con la vostra famiglia, con quella piccola Setembrina.
Clemente fece finta di non sapere niente del capitano e di Luisa, delle infinite chiacchiere che sua figlia riportava ogni sera, delle fantasie che scatenavano, dei rimproveri che fioccavano. Conoscete anche voi quella piccola scatenata? Ogni tanto, quando non mi d retta, la chiamo col suo secondo nome.
E qual  questo secondo nome?
La chiamo Selvaggia, perch  pi selvatica di quei gatti selvatici che stanno in monte.
Non  selvatica,  furba, avete una bella famiglia, siete un uomo fortunato, ma non mi avete risposto.
Vado in piazza a sentire che passa.
Vi interessano le manovre militari? Uno con le vostre responsabilit dovrebbe restare accanto ai propri figli.
Clemente si ferm e guard negli occhi il capitano. Era pi giovane di lui, avrebbe potuto essere suo fratello minore; era bello, aveva belle maniere, era un gentiluomo, ma nei suoi occhi la sconfinata infelicit disegnava promontori immensi in un oceano di solitudine. Cosa andate a fare, capitano? Forse che oggi qui su questo ponte si compie il vostro destino?
Forse si compie il nostro.
Clemente chin il capo, si mossero in silenzio. Davanti a san Michele due galee erano ormai visibili in tutta la loro imponenza; una dietro l'altra occupavano l'intera via e si doveva marciare sotto i portici sorretti da centenarie colonne, fra travi, assi e cordame. Lo scalpiccio del cavallo ritmava il battito dei loro cuori e del loro respiro. Imboccarono via san Felice passando davanti all'antica chiesa; in vista della piazza il capitano si arrest. Ho preso una decisione, era necessario ch'io la prendessi. Per voi  diverso, tornate a casa e non unitevi all'esercito.
Faccio gi parte della guardia cittadina, non credo che io possa sottrarmi al mio dovere.
Una cosa  vegliare sulla citt e un'altra  uscire fuori per far correre il sangue.
Perch voi allora andate? Tutti sanno che non vi  dovuto, tutti sanno che non avete ordine di farlo.
Forse  il cuore o forse  l'orgoglio e comunque  uno sbaglio necessario.
Per me  il cuore e anche l'orgoglio e non  uno sbaglio, ma un privilegio.
Tese la mano al capitano, che imbarazzato la strinse. Ancora una volta il francese aveva ricevuto una lezione di vita, ancora una volta il suo mondo passato lo aveva tenuto ancorato, mentre la vita correva via. Non era pi tempo di indecisioni, Franois alz fiero lo sguardo. Abbiate cura di voi.
Anche voi state attento, morire per una donna  possibile, morire per una citt libera e una vita migliore  un dovere.
Piazza delle Sette Vie ribolliva di gente. Nel palazzo degli anziani con le sue torri ribassate, ma ancora imponenti, era in corso un'importante riunione. Il governo di Pisa aveva chiamato i capitani di compagnia e gli addetti militari: urgeva riconquistare la fortezza di Ripafratta. Il capitano francese si fece dapprima largo a fatica, poi la folla dei cittadini gli fece ala e lui, senza degnare alcuno di uno sguardo, arriv alla scalinata del palazzo, affid la cavalcatura ad un soldato e spar dentro la volta del portone.
All'alba del diciassettesimo giorno d'aprile i capitani Giacomo Appiano, Giovanni Savelli e Lucio Malvezzi stavano eretti in sella e procedevano al passo, scendendo per via santa Maria. Dietro di loro sfilavano le tre armate ai loro ordini. Il capitano Animanera con met dei suoi mille uomini, muoveva dall'accampamento issato alla Terzanaia e, costeggiando le mura ad Ovest della citt, si recava all'appuntamento. Il capitano Franois d'Azay d'Entraigues con cento dei suoi scendeva il lungarno marciando sulla riva sinistra. Il luogo convenuto per schierare le forze, era il piazzale antistante al vescovato, all'ora terza. I pisani si sporgevano dalle finestre, qualcuno lanciava fiori, qualcun altro semplicemente strisce di stoffa che disegnavano nell'aria tremuli archi multicolori. Lo schieramento francese pass davanti alla loggia dei Catellani, sfil a fianco del palazzo Gambacorta e poco pi avanti lamb la chiesa di santa Cristina. Sulla soglia del palazzo di messer Gianbernardino stava
tutta la famiglia Biccoli; i ragazzi salutarono festanti, Aureliana perse una lacrima, mentre Clemente fissava intensamente il capitano. Questi si volt e con lo sguardo si parlarono, ci fu un cenno d'intesa, un sorriso: qualcuno andava, qualcuno restava, il destino si compieva attraverso vie diverse. Sui lungarni si erano riversati molti cittadini e non fece specie al capitano di scorgere anche la famiglia di Luca del Lante. Al passaggio dei soldati Luisa e Franois si persero l'uno nello sguardo dell'altra, ma d'un tratto avvenne ci che mai nessuno avrebbe potuto immaginare. La donna si stacc dal muro ove era poggiata e si par in mezzo alla strada. Teneva in mano un piccolo bocciolo di rosa bianca, alz il braccio e lo porse al suo amato. Questi, senza rallentare l'andatura del cavallo, lo prese e, palesando il gesto, lo baci e lo port al cuore, poi lo ripose in una tasca della sella e spron il cavallo, che rapido balz in avanti mettendosi al trotto. Era guerra e le leggi del buonsenso erano state infrante, la vita e la morte marciavano cos vicine da renderle indistinguibili e ogni via era lecita per sperare di incontrare l'una e scacciare l'altra.
Di fronte al grande palazzo vescovile, cinque compagnie erano schierate. Don Michelangelo Aloisi, vescovo per volere dei pisani, usc dal portone e con un aspersorio d'argento, grondante di acqua santa, benedisse uomini, armi e animali, a gloria di Pisa e del Signore. L'armata usc da Porta Parlascio e travers l'Auser recando otto bombarde pesanti, carri di polvere e palle di pietra. Ripafratta distava otto miglia e per met giornata sarebbe stata raggiunta. L'esercito pisano marciava spedito sulla via delle Prata e, giunto a pi di monte nei pressi di Orzignano, oltrepass il solido ponticello di pietra che aggettava sull'Auser, superando di nuovo quelle acque che giungevano fino a Pisa. Da quel momento erano in territorio
nemico, il fiume infatti segnava il confine naturale fra il monte e la pianura, fra Firenze e Pisa. Procedendo sull'antica via longobarda, oltrepassarono gli abitati di Rigoli, Molina e la pieve di Pugnano. Ovunque devastazione e case incendiate. Ormai mancava poco a Ripafratta. Le torri di avvistamento erano in mano fiorentina e la fortezza si dispose al combattimento. Non c'era tempo per inviare staffette a chiedere rinforzi; i soldati di Firenze erano in numero esiguo e decisero di ritirare le vedette dalle torri, serrare le porte della rocca e prepararsi all'assalto. I pisani sostarono alla chiesa di san Giovanni in Pugnano ed inviarono due staffette a cavallo a verificare le difese nemiche. Dopo poco tornarono esultanti: i fiorentini avevano abbandonato le torri e si erano chiusi in trappola, non immaginando che i pisani disponessero di bombarde pesanti. Con immane fatica e lavoro di uomini ed animali, furono issati i pesanti affusti e trasportate le palle, ognuna delle quali pesava almeno trecento libbre. Si scelse di piazzare le bocche da fuoco alla torre Niccolai, la pi vicina alla fortezza, ma soprattutto posta in posizione pi elevata di questa. Alla fine del pomeriggio tutto era pronto: il capitano Malvezzi assunse il comando dell'artiglieria, gli altri si schierarono coi loro armati nel piazzale della chiesa di Ripafratta, in un punto in cui dalla fortezza non erano visibili, pur essendo praticamente vicinissimi. Una freccia incoccata a fuoco segn l'aria e and a spegnersi nei campi della pianura: era il segnale; le otto bombarde furono messe in azione. Prima un colpo singolo per saggiare le distanze, poi un altro, ma ambedue troppo corti. Fu alzato il tiro e la terza palla si schiant contro la parete di una delle torri interne. Il martellare delle palle di granito era lento ma incessante; inserendo cunei di legno sotto gli affusti di bronzo si modificava l'inclinazione del
getto e si poteva colpire tanto le mura, quanto all'interno. La Rocca di san Paolino incuteva timore solo a nominarla, ma ora, con quelle nuove e diaboliche armi che sputavano fiamme e pietra, le mura che per centinaia di anni avevano retto ad una infinit di assalti, si dimostravano del tutto inadatte a contenere quella veemenza. Quando ormai tutta la valle era avvolta dalle tenebre da diverse ore, un'altra freccia incoccata a fuoco tracci il suo arco. Fanti e cavalieri mossero dalla chiesa di Ripafratta e cominciarono a salire alla rocca. La trovarono deserta: i fiorentini di stanza fra le mura avevano aperto il portone ed erano scappati prendendo la via del monte. La fortezza di san Paolino era pisana e non un uomo era stato sacrificato. Di torre in torre, il segnale della vittoria arriv a Pisa mediante l'uso delle torce segnaletiche e dell'antico codice di comunicazione. Pisa esultava: era la sua prima azione di guerra ed era stata un successo.
Due giorni dopo, i capitani rientrati in citt si riunirono in consiglio: c'era da attendersi una contromossa fiorentina. Purtroppo le truppe nemiche, con molti esperti mercenari, non misero tempo in mezzo e mentre al palazzo degli anziani si discuteva, a Ripafratta ottomila fanti gigliati si riprendevano la fortezza. Le notizie che seguirono in quei giorni misero in allarme la citt. Dalla rocca di san Paolino i fiorentini si erano spinti oltre l'Auser, avevano incendiato fattorie a Limiti, Pontasserchio, Ulmiano e poi si erano spinti verso Pisa giungendo fino a san Jacopo di Gagno e alle Manmozze. La citt era in subbuglio; mai i nemici erano stati cos vicini.
Al palazzo degli Anziani si teneva il consiglio di guerra e il capitano di giustizia Andrea Lanfreducci interrogava Lucio Malvezzi: E dunque capitano, voi cosa proponete?
Siete uomo avvezzo alla guerra e sapete anche voi che se non ricacciamo i fiorentini almeno di l dall'Auser, sulla via del lungo monte, avremo sempre il terrore in casa.
Concordo con voi, ma si stima che l fuori ci siano ottomila fanti di Firenze e noi, non s' mai data battaglia in campo aperto a s tanta gente.
Capisco il vostro timore, una disfatta segnerebbe le sorti di Pisa, ma chiedo agli altri uomini d'arme, quale strategia alternativa possiamo avere noi?
Ci fu brusio e poi silenzio, perch la posizione del capitano Animanera era conosciuta: lui voleva uscire coi suoi mille e dar battaglia, ma le milizie delle altre compagnie erano formate da cittadini, gente dabbene, lavoranti, mugnai, che sarebbe successo? Il capitano francese alz una mano e chiese di parlare.
Giorni fa siamo usciti ed abbiamo preso Ripafratta. L'abbiamo persa,  vero, ma solo perch impreparati a reggere a tanti fanti. Ora, si aspettano che usciamo in pochi, schierando al massimo un terzo di forza rispetto ai loro uomini: a tanto arriva l'esercito di Pisa, ma se reclutiamo ogni individuo abile e facciamo spettacolo di forza, avranno timore e si ritireranno. Basta mandarli oltre l'Auser e magari neanche entrare in contatto con loro. Non  necessario combattere, ma dimostrare di saperlo fare! L'esercito fiorentino  formato da mercenari, non arrischieranno la vita per poche miglia di campagna. Se usciremo da porte diverse, schierati in linee orizzontali ampie e larghe, con vessilli e stendardi, daremo l'impressione di un esercito numeroso e convergendo sui fiorentini li costringeremo a ritirarsi.
Ci furono acclamazioni, voci contrarie, votazioni.
La campana delle adunanze suon a martello, Pisa reclutava i suoi combattenti; all'alba del giorno ventitr, l'esercito sarebbe uscito.
Dormi?
Come potrei.
Dovresti, domani andrai in guerra.
Domani usciremo per impressionare i fiorentini, non ci sar guerra.
Tu credi ciecamente in quel capitano francese, vero?  solo un ragazzo e magari non ha mai combattuto.
Tu invece ti fidi solo di te stessa e non pensi che se non riusciamo a ricacciare lontano i fiorentini, prima o dopo entreranno in citt, ci uccideranno, violenteranno le donne e i bambini...
Basta, Clemente, basta, non viviamo nel veleno queste ore.
Una lacrima segnava la guancia di Aureliana, si strinse al marito e questi la accolse, forse si addormentarono un poco, forse no, l'alba giunse presto e la campana delle lodi trov la citt gi pronta alla guerra.
Pisa usciva come non faceva da un secolo. Vessilli, stendardi, bandiere, insegne, cavalieri o appiedati, mercenari, soldati di professione o improvvisati: Pisa era schierata. Lucio Malvezzi era il comandante in capo e lo seguivano i suoi quasi ottocento uomini. Sfilava poi Animanera coi suoi mille e dietro gli altri capitani, compreso il francese. I cittadini pisani, armati alla meglio, erano stati divisi fra le restanti compagnie, l'avanguardia invece era formata da soldati di professione che sapevano come reagire ad un eventuale contrattacco fiorentino. Dalla porta Calcesana, dalle porte che aggettavano sui ponti che traversavano l'Auser, da porta Buoza, dalla porta del Leone, l'esercito usc, apparentemente disperdendosi, ma andando a formare, una volta fuori citt, un ventaglio cos ampio che pareva muovessero da Pisa tutte le anime dell'aldil. Chi fiorentino o svizzero o austriaco, chi mercenario o patriota fosse schierato dalla parte gigliata, avrebbe tremato inorridito, vedendo che tutto l'orizzonte che l'occhio umano poteva abbracciare muoveva sincrono. L'aria fresca della mattinata di primavera non impediva agli uomini dell'esercito pisano di sudare copiosamente, la tensione e la paura erano evidenti e palpabili su ogni volto. Clemente era agitato, si era offerto volontario e ora si mordeva le labbra, giurando a se stesso che mai e poi mai avrebbe rifatto una cosa del genere. Ma tutti erano l, avanzando lentamente e con sventolio di bandiere verso un nemico gi in allerta e in ritirata. Nei dintorni di Gello un bivacco fiorentino era stato segnalato dalle avanguardie; furono fatti avanzare gli arcieri e, ad un ordine preciso, sincrona si lev da terra un'onda di frecce. Dei nemici pochi sopravvissero, chi pot scapp verso monte raggiungendo le proprie linee ed il terrore si insinu fra le schiere gigliate. C'era solo un punto in tutta la pianura, dove era possibile passare l'Auser senza doverlo traversare immergendosi nel fiume, il ponte di Orzignano. Tutta la soldataglia fiorentina, avvisata dalle staffette e dalle segnalazioni, ripieg verso quel punto; ottomila anime, animali e carriaggi che dovevano passare per una strettoia di poche braccia. La truppa pisana avanzava e ormai la retroguardia fiorentina era in vista. I capitani decisero di schierare le forze a ventaglio, s da dare l'impressione di essere innumeri, mentre un'avanguardia al comando del Malvezzi sferrava l'attacco.
Tutte le programmazioni e le strategie si frantumarono in un attimo. Appena il cuore pisano fu lanciato oltre l'ostacolo, ogni uomo, senza distinzione di censo, abilit militare, et, si sent pervadere dalla furia che muta gli uomini in belve, i cristiani in esseri senza Dio. Tanto la truppa quanto i comandanti presero a scalpitare e, una dietro l'altra, le compagnie si tuffarono nella lotta. Ogni fiorentino ucciso era un fiorentino in meno. Le ottomila anime nemiche erano accalcate in paese, al ponte si passava lentamente e, anche fra gli stessi commilitoni sorgevano dispute. Orzignano non offriva molte difese naturali, l'antica chiesa e la canonica erano l'unico posto difendibile o dietro il quale schierarsi al riparo, ma per il resto era campo aperto. In riva al fiume, dalla parte a monte del piccolo ponticello, una fila di case basse ed il mulino sorgevano sulla riva destra e impedivano l'accesso diretto all'argine, mentre a valle del valico, gli argini erano sgombri. Alcuni della milizia fiorentina, terrorizzati dall'arrivo dei pisani, si organizzarono per tuffarsi nelle acque poco profonde. Chi sacrificava l'armatura, chi un elmo, chi le armi; zattere di fortuna allestite usando i pianali dei carri servivano a trasferire sull'altra sponda quanto impediva di muoversi agilmente in acqua. Le armi pesanti, alcune bombarde e passavolanti giacevano in prossimit del ponte: la lotta per sopravvivere aveva preso il sopravvento e nessuno si curava delle cose materiali quando c'era da salvare il corpo e l'anima. Stretti l'uno all'altro, tedeschi, svizzeri, britanni; lingue diverse e demoniache, spinte, gomitate, sudore e sporcizia, cavalli scaldanti e muli immobilizzati dal terrore, tutto doveva passare da quello stretto ponte, anticamera dello Stige o porta della salvezza. Intanto i cavalieri pisani lasciarono l'andatura al trotto e partirono al galoppo. Pur in quel frastuono di urla, armi e incitamenti, il rimbombo degli zoccoli sul terreno giungeva nitido e, quando gli stranieri capirono cosa stava succedendo, il clamore e la confusione arrivarono all'apice. Prima furono i lancieri a mietere vittime, poi tocc ai cavalieri armati di spada ed infine ai fanti appiedati e cittadini comuni, ognuno con la
sua sete di gloria o con la sua vendetta personale a far muovere le membra. Le case lungo il fiume furono occupate dagli artiglieri pisani e furono piazzate delle passavolanti alle finestre che guardavano verso il corso d'acqua. Le armi furono caricate con palle piccole e avanzi di forgia. I proiettili lanciati oltre il fiume si aprivano a ventaglio ed ogni scheggia, ogni chiodo, ogni palla spezzava ossa, lacerava carni, bloccava cuori. Di qua dal ponte una battaglia cruenta spingeva i nemici oltre il fiume; di l dal ponte molti scampati trovavano la morte, offerta loro dai proiettili pisani. Sul far del tramonto del ventitreesimo giorno di aprile, non un uomo al soldo di Firenze restava in terra pisana: il ponte era sgombro, l'armata nemica falcidiata, Pisa salva. Il piccolo ponticello coi parapetti di mattoni cotti in fornace brillava ora di un rosso diverso: il sangue colava e tingeva l'acqua dell'Auser di un cupo colore. Grumi di sangue rappreso erano ovunque, i cadaveri nemici ammassati in un campo avrebbero subito l'onta della pira, cos i loro corpi bruciati non avrebbero potuto liberare le anime destinate all'inferno o al paradiso.
Il capitano Franois travers il ponte a piedi e, appena fu dall'altra parte si port a destra, scese verso la riva dove si trovavano dei lavatoi in pietra, all'ombra di un platano centenario. Si tolse l'elmo, l'armatura di cuoio e placche di ferro che gli proteggeva il torace, si sfil il corsetto con le maniche protette da una maglia ferrata e, sporgendosi dalla pila del lavatoio, immerse le braccia nell'acqua corrente. Rivoli rossastri fluivano fra le cannelle; per lavare la lordura di terra e sangue appiccicata alla pelle, si poteva usare anche il veleno, ma non lo stesso sangue del nemico. Usc dal lavatoio, poggi le mani sulla corteccia screziata del platano macchiandola di rosso. Si doveva lavare, mondare il segno di tanto abominio,
sciacquarsi la bocca per far sparire quel sapore di ferro e fiele frammisti a bruciare la gola. Risal l'argine e prese a camminare contro corrente, bastarono pochi passi: da quella parte l'acqua era limpida e purificatrice. Salt in acqua e si immerse totalmente; in molti seguirono il suo esempio, lordarono l'acqua e si lavarono l'anima.
I fiorentini erano stati ricacciati fuori dal territorio pisano ed avevano subito gravi perdite. Il ponte era stato riconquistato e ora si discuteva di porre una guarnigione armata di passavolanti a guardia del valico sul fiume. I morti pisani vennero caricati sui carri e avviati verso la citt e cos i feriti e i moribondi. Un ricchissimo bottino di guerra fu condotto a Pisa: bombarde, armi, corazze, tutto ci che era stato d'intralcio al nemico. Clemente aveva il naso rotto e la carne di un braccio lacerata all'altezza della spalla, ma non fuoriusciva sangue e poteva camminare senza problemi. La notte attendeva i vincitori, Pisa attendeva i vincitori, centinaia di madri, sorelle, figli, attendevano i loro cari. Negli occhi di chi rientrava brillava la gioia, ma fra i molti sorrisi, si insinuava ogni tanto una piega triste: qualcuno era morto, di altri non si sapeva niente. I soldati delle compagnie pisane avevano razziato e depredato i corpi e le armature nemiche, compiendo atti sacrileghi sui cadaveri: a loro il bottino e a Pisa la gloria. Quella era la guerra, quello era il destino.


Capitolo 11.
Pisa dal 2 maggio 1495 al 18 giugno 1495.

Lanciotto, acquattato vicino al camino spento, rosicchiava uno stinco di vitello ormai lustro come la lama di una spada; i ragazzi erano gi a letto da un po' e Clemente indugiava seduto al tavolo di cucina gi da tempo sparecchiato. La ferita al naso era di poco conto e quasi guarita, un alone verdastro tingeva la sua guancia sinistra e l'occhio era ancora venato di sangue. Aureliana aveva accolto il marito di ritorno dalla battaglia di Orzignano come tutte le altre mogli, abbracciandolo, ma il suo cuore era in pena: questa volta tutto era andato per il meglio, ma la prossima? Aveva ucciso? Clemente aveva giurato che non si sarebbe mai pi offerto volontario, ma se la guerra fosse arrivata alle porte della citt? E poi quel suo figlio imberbe che si atteggiava a soldato consumato, che destino avrebbe avuto?
Clemente non aveva neanche visto in faccia il nemico: si era ferito cadendo nel folle gioco di spinte e contro spinte degli eserciti; a sua moglie aveva detto la verit, agli altri, ai vicini, a messer Gianbernardino aveva semplicemente mostrato il suo volto fiero ed orgoglioso, qualunque verit celasse. Aureliana aveva accolto affettuosamente il marito, ma ogni sera, dopo la solita faticosa giornata, i silenzi cadevano
pesanti, ma non erano complici, semmai laceranti. Ci nonostante, Clemente trovava sempre la forza e la voglia di riempire quegli spazi vuoti, di riallacciare un filo tra la sua mente e quella di Aureliana, che troppo spesso pareva distante. Hai sentito della nave francese che  arrivata a Livorno?
Non si parla d'altro, bei ceffi devono essere sbarcati!
Sono mercenari francesi, svizzeri e guasconi, ma sono al servizio della citt, combatteranno per noi.
Sar come dici te, le donne alla concia dicono che sono soldati spietati.
Per il loro arrivo  il segnale che il re di Francia ci aiuta e continua a volere che Pisa sia libera.
Aureliana, esasperata dall'ennesimo discorso sulla libert, usc per prendere una boccata d'aria prima di serrare l'uscio per la notte; il silenzio si impadron di nuovo di cose e pensieri.
A casa del Lante la cena era ancora in pieno svolgimento: dopo molti tentennamenti, il capitano francese era stato ufficialmente invitato alla tavola di messer Luca. C'erano altri ospiti, illustri commercianti della citt con le loro consorti, perch non si era voluto lasciare intendere che quella fosse un'occasione creata per parlare di Franois e Luisa. Anche se negli intenti del padrone di casa il francese doveva essere tenuto in ridotta considerazione, gli invitati avevano rivolto a lui tutte le attenzioni, interrogandolo sugli usi di Francia, sulle dicerie di corte e su mille altre cose inutili. Dal canto suo Franois aveva risposto a tutte le domande con fare misurato e garbato, sempre sorridendo, conquistandosi la fiducia degli uomini e l'ammirazione delle dame. Non aveva mai posato gli occhi su Luisa se non per le necessit della cena; la ragazza dal canto suo, impettita eppur morbida, altera, ma sempre pronta al sorriso, aveva aiutato le donne di casa, intrattenuto gli amici del padre, discusso amabilmente con le dame. La sorella Caterina era stata ammessa alla tavola, ma presto era crollata e ormai dormiva serena. La discussione cadde inevitabilmente sulla nave francese approdata a Livorno due giorni prima: la mossa del re, di inviare truppe combattenti a guardia e difesa della citt, aveva rincuorato il capitano Franois. Partecipare alla battaglia di Orzignano era stata una sua autonoma iniziativa; ora il sovrano, inconsapevole, la legittimava. Il capitano agli occhi di Pisa era ormai un cittadino degno di rispetto e non uno straniero.
E quindi uscirete di nuovo a dare battaglia, capitano?
Dipende da quello che il governo di Pisa decider, gli ordini del capitano guascone sono chiari quanto i miei: difendere e collaborare, ma non possiamo prendere iniziative politiche.
Dicono che a Orzignano vi siate fatti valere e abbiate mostrato grandi virt sterminando il nemico.
Gli occhi del francese assunsero per la prima volta un'espressione grave, fiss il suo interlocutore per un attimo, poi, piegando la testa di lato, punt lo sguardo verso Luisa, ma oltrepassandola e spingendolo ancora oltre. Lo sguardo del capitano si ferm sulla soglia tra la vita e la morte di quegli uomini caduti sotto i suoi colpi. Sospirando, rispose. La vittoria in battaglia nasce dal genio, dal caso, dalla protervia. La vittoria  di tutti, ma l ogni uomo  solo. Talvolta  il fato, il destino che ti tiene vivo in mezzo a mille colpi, ma non c' virt nella guerra, la virt sta negli artefici della pace e della tranquillit. Il nostro animo  incline alla guerra e noi lo lasciamo andare, c' pi fatica nel far correre la mente e lo spirito verso il costruire anzich il distruggere. L si palesa la virt.
Quasi tutti i presenti percepirono il cambio d'umore del capitano, la gioia di una vittoria accecava per un attimo la vista oscurando il dolore delle perdite, ma in citt e in molte altre case lontane, si piangevano comunque vite spezzate. Uno degli ospiti, sgarbatamente, volle continuare la discussione. Ma voi siete un uomo d'arme, siete pagato per farlo e ne traete vantaggio e privilegio. La citt di Pisa vi paga e paga il vostro re.
Il capitano si alz lentamente, fece il giro del tavolo e si par di fronte al suo interlocutore che rimase seduto, ed intimorito. Lo guard dritto negli occhi con aria di sfida, per un attimo sembr sul punto di rispondere malamente, poi chin la testa: Avete ragione, sono un soldato, con tutto ci che gli compete. La piet e la misericordia non fanno parte del bagaglio di un uomo prezzolato. Perdonate, ma l'ora  tarda e devo rientrare alla Fortezza.
Ci furono saluti, convenevoli e qualche sguardo rubato. Luisa mantenne a fatica il proprio posto, Franois non vedeva l'ora di tornare all'aria aperta e dopo poco si ritrov a passeggiare sul lungarno, tenendo il cavallo per le briglie. Una sottile brezza sosteneva effluvi e lezzi e il loro fondersi dava ragione e descrizione di quel posto. Dall'Arno saliva l'odore deciso della terra smossa dalla corrente, che unito all'acuto odor di muffa e umido dei rimessaggi, si alternava all'afrore che emanavano le reti da pesca ripiegate sulle barche. Pi avanti, la nota greve della terra rivoltata sposava l'aroma dell'erba tagliata e lasciata ad asciugare. Era gi il tempo di pensare al fieno per l'inverno a venire e il maggente spandeva il suo odore inebriante. Il taglio dell'erba era iniziato in anticipo, ma quello stato di guerra imponeva di avere scorte superiori alla norma. Rientr alla fortezza e si coric cercando di frenare il turbinio della sua
mente: Luisa gli si parava innanzi ad ogni respiro, i suoi occhi profondi lo attiravano e lo catturavano, la sua pelle liscia e appena brunita dal sole di maggio gli tendeva trappole, la sua bocca lo implorava.
All'alba del diciottesimo giorno di maggio Pisa usciva nuovamente per dare battaglia; l'arrivo dei rinforzi aveva dotato la citt di un esercito temibile e organizzato e, dopo sopralluoghi, riunioni e discussioni, si dette inizio alle manovre per riconquistare i territori in mano al nemico. Alla sera dello stesso giorno Ripafratta era riconquistata; pochi giorni dopo, il vessillo rosso con la croce bianca si dispiegava al vento sui campanili di Calci, Vicopisano e molti altri paesi della pianura. Il nuovo assetto pisano fece irritare il governo fiorentino, che mand ambasciatori al cospetto di re Carlo di ritorno dopo la vittoriosa presa di Napoli. Il re, continuando la sua politica ambigua, mand messi in Pisa ad intimare di cessare le operazioni militari, ma il contingente dei guasconi e degli svizzeri, mercenari senza scrupoli e morale, disubbidirono al loro stesso sovrano e continuarono a razziare e comunque a conquistare terreni e paesi. Il governo pisano dal canto suo nomin tre nuovi ambasciatori da inviare al sovrano, per perorare la causa pisana e cos Domenico Giovanni, operaio del Duomo, Matteo Fauglia e Francesco Rosselmini, partirono dirigendosi verso la corte francese.
Agli inizi di giugno la citt ferveva di attivit e lavori. I terreni erano stati tutti distribuiti, i pozzi riattivati e le prime colture cominciavano a comparire nelle ceste del mercato. Qualche orto era stato seminato tardivamente a grano e le sottili pianticelle erano molto pi indietro di quelle dei campi fuori citt, che mostravano orgogliose le loro verdi spighe.
Fave, bietola e radicchio, cicoria e cipolle bianche, iniziavano a lenire la miseria, patita da troppo tempo. Setembrina se ne stava coi piedi nell'acqua sulla riva dell'Arno. Aveva fatto vari risvolti alla tunica, alzandola sopra le ginocchia e l'aveva annodata per non bagnarla. Con altri bambini, tra cui suo fratello, camminava avanti e indietro lungo la riva in cerca di sanguisughe. I ragazzi erano a torso nudo ed avevano le brache rivoltate, ma i pi erano bagnati fino alla vita. Ognuno teneva in mano una bottiglia o un fiasco di vetro o di coccio, ma sempre a bocca larga. Le sanguisughe, viscide e sfuggenti, non era possibile catturarle con le mani e soprattutto, per quanto fossero prede ambite, a molti faceva ribrezzo toccarle. Quando i ragazzi ne vedevano una attaccata ad un sasso o a un filamento di alga con la loro ventosa, la staccavano con un rametto, poi, usando le palme delle mani, agitavano l'acqua per farle salire verso la superficie, stando bene attenti a non farle portar via dalla debole corrente. Una volta che gli scuri vermi erano vicini al pelo dell'acqua, i ragazzi immergevano le bottiglie tenendole verticali e queste, riempiendosi, aspiravano al loro interno le preziose creature, che poi venivano riunite in un catino di terracotta. Gli speziali e i cerusici della citt le cercavano in continuazione e si avvalevano di quel gioco di bimbi per farne scorta. Da quando Pisa era in guerra, non passava giorno che si dovessero drenare gli ascessi, pulire le ferite, lenire il dolore e quelle bestie orripilanti facevano sempre il loro dovere. Ogni dieci sanguisughe si poteva guadagnare una manciata di biscotti fatti con uva e mandorle dolci. Setembrina e Beniamino ne avevano catturate otto e ne mancavano ancora due per interrompere la caccia; altri amici intorno a loro stavano coi piedi nell'acqua, ormai torbida e limacciosa per il fondo smosso a furia di camminare. D'un tratto il loro vociare gioioso si interruppe: stavano scendendo dalla ripa quelli di piazza della Pera, ragazzi della loro et, ma attaccabrighe e violenti. Setembrina si sent pietrificare, avrebbe voluto gridare ma non le riusc, cerc con lo sguardo Lanciotto ma non lo vide, pens che nessuno li avrebbe potuti difendere. Quei ragazzi arrivarono sulla riva, quello che sembrava essere il loro capo si piazz a gambe larghe di fronte ad un catino dove nuotavano le sanguisughe. Queste le prendo io!
Non ci provare!
Beniamino alzando alti spruzzi, corse fuori dall'acqua e si par innanzi all'altro ragazzo che aveva la sua corporatura, ma pareva pi alto perch stava pi in alto, sulla riva pendente e sabbiosa.
Vattene!
Senn cosa fai?
Ti spacco la faccia!
Per tutta risposta il ragazzo di fronte a Beniamino allung un piede e fece svuotare il catino mandando i vermi a serpeggiare nella terra. Ci fu una spinta, poi un'altra: quelli sulla riva si gettarono sugli altri che corsero fuori dall'acqua. Schiaffi, pugni, morsi: ognuno colpiva e si difendeva come poteva. Anche le femmine si erano lanciate nella rissa tirando i capelli e dispensando sgraffi, ma i prepotenti pareva avessero la meglio e qualche naso era gi sanguinante. Come un lampo accecante nella notte, cos quel sibilo congel l'istante. Il ragazzo sceso a cercare baruffa cadde a terra, portandosi le mani alla testa e, di colpo, fu il silenzio. Col cuore che batteva all'impazzata, il sudore che gli imperlava la pelle e le nocche sbucciate, Beniamino si alz in piedi sputando rosso. Dall'argine, Regolo Boromati, lento ed imperioso, scendeva fissando la scena. Il ragazzo a terra lev la mano dal capo, sanguinava e i suoi capelli erano inpastati di terra scura.
 un po' che vi tengo d'occhio, voi della piazza, rimettete le sanguisughe nel catino e sparite!
A capo chino e senza dire una parola, i cinque ragazzi recuperarono i vermi e, cos come erano scesi al fiume, si ritrassero risalendo l'argine.
Chi  il capo qui?
Beniamino e gli altri si guardarono fra loro: non erano una banda o una squadra come altre in citt, si ritrovavano l solo per racimolare qualche biscotto e, in fondo, giocare all'aria aperta.
Non abbiamo un capo.
Da oggi ce lo dovete avere e dovete difendere la vostra zona. Chi  il pi grande qui?
Lui, Beniamino.
Va bene, allora da ora, Beniamino, te sei il comandante dello scalo di santa Cristina, da ora e per sempre.
Il petto si gonfi d'orgoglio, il dolore al labbro scomparve di colpo, gli occhi brillarono di nuova forza e determinazione: Beniamino era passato in un attimo dall'essere sconfitto ed umiliato, ad essere investito come il capo della compagnia. Va, va bene.
Regolo si volt e inizi a salire la rampa dell'argine, mentre i ragazzi lo guardavano rapiti. Non solo era pi grande di loro e li aveva difesi, era Regolo Boromati, l'eroe che aveva colpito il chierico fiorentino con un colpo di fionda, colui che tutti i ragazzi di quell'et avrebbero voluto essere. Setembrina alz una mano e grid. Grazie!
Mentre Regolo saliva la sponda, si volt. Prego.
Lui  mio fratello.
Regolo si ferm ad osservare quella sfacciata, che si pavoneggiava coi capelli arruffati e quel sorriso simpatico; ridicola con la gonna tirata sopra le ginocchia, bagnata e sporca di terra, ma fiera come una regina.
Un nome ce l'hai, sorella di Beniamino?
Mi chiamo Setembrina perch sono nata a settembre.
Mi chiamo Regolo, perch il mio babbo faceva il muratore. Imparate a difendervi, prima o poi ripasso di qua.
Furono radunate le sanguisughe e, tutti insieme, andarono dagli speziali in san Michele di Borgo, al convento. Le sanguisughe ormai non erano dell'uno o dell'altro, erano dell'armata dello scalo di santa Cristina: la ricompensa sarebbe stata divisa fra tutti. Setembrina fremeva, non le interessavano per quel giorno i biscotti, doveva correre a casa e raccontare tutto alla mamma, a Caterina, ma soprattutto a Luisa, con la quale ormai si sentiva legata. Il monaco di san Michele osserv quel pugno di ragazzini sporchi ed arruffati. Con fare serio e con gesti lenti chiam a s uno che aveva il sopracciglio tumefatto e lo lav con acqua limpida.
Da quando in qua le sanguisughe menano calci e pugni?
Nessuno rispose in modo chiaro, i ragazzi confabulavano a bassa voce. Setembrina si stacc dal gruppo e si mise a rimirare la fila dei vasi disposti sulle scansie. Ogni volta era attratta e al contempo impaurita da ci che vedeva. Rospi, strane radici, serpenti immobili immersi in liquidi maleodoranti; poi il suo sguardo si pos su un vaso piccolo, dove una lucertola con due code stava immobile. Prov ad allungare una mano.
Ferma!
Il silenzio, nella grande sala piena di vasi ed erbe appese a fili tesi fra le colonne cal all'istante. Il monaco speziale spalm la ferita di una pasta gialla e maleodorante, ma il ragazzo ferito non fece alcun commento.
Le risse ed i pugni non piacciono al Signore e quindi per fare ammenda del vostro comportamento, oggi farete a meno dei biscotti.
Ma noi...
Un'occhiata torva zitt Setembrina, che aveva aperto bocca con l'intento di ribellarsi a quello, che reputava essere l'ennesimo torto perpetrato dal frate. Tutte le volte aveva una scusa per dare un biscotto in meno! A costo di fare pi strada, la prossima volta sarebbero andati da un altro speziale pi generoso.
L'aria pulita del pomeriggio fece svanire tutti i pensieri: i ragazzi attraversarono il ponte di Mezzo ed ognuno si diresse verso casa propria. Beniamino e la sorella si fermarono al pozzo di fianco a casa e si dettero una lavata, per far scomparire i segni della lotta. Si vede tanto?
No Tato, basta che stai a bocca chiusa.
E come faccio, se parlo e si vede, mamma me le d!
Non abbiamo fatto niente di male, abbiamo lottato per difenderci da quelli.
Aureliana, presa nelle sue faccende, non s'avvide di niente e concesse a Setembrina di andare a trovare le sorelle del Lante, mentre Beniamino dovette salire ad aiutare il padre. Finalmente i proprietari del palazzo si erano trasferiti e c'era un gran da fare, nel sistemare mobili e spostare arredi.
Ho visto il mio fidanzato!
Luisa sgran gli occhi, distogliendo lo sguardo dal telaio dove stava lavorando. Setembrina non le dette nemmeno il tempo di aprire bocca e gi le raccontava delle sanguisughe, della rissa, di Regolo bello come il sole, ma ad un certo momento si interruppe notando lo sguardo severo della sua bellissima amica. Cosa c'?
C' che puzzi Setembrina, di fango, di fiume e sudore. Ora esci, vai a casa, ti lavi per bene e ti spazzoli i capelli e poi ritorni.
Ma ci siamo gi lavati al pozzo.
E allora ti sei lavata male, al tuo fidanzato non gli andrai a genio cos sporca e spettinata. Fila via!
La bimba se ne and stizzita, doveva fare sempre quello che dicevano gli altri e non le andava proprio gi. Mentre usciva dalla stanza Luisa la ferm. Setembrina?
Che c'.
Dopo torna, ti aspetto.
La felicit riapparve in un attimo, tutti i pensieri scuri svanirono e dalla gioia le salirono le lacrime agli occhi. Va bene!
Qualche giorno dopo fu convocato il consiglio cittadino. Gli ambasciatori Domenico Giovanni, Matteo Fauglia e Francesco Rosselmini erano tornati dalla loro missione recando buone notizie. Nel palazzo degli anziani, al cospetto dei governanti e dei capitani militari, raccontarono dei loro colloqui col re che avevano incontrato a Viterbo, che poi avevano seguito fino a Siena e col quale avevano discusso pi volte. A Siena il re aveva convocato il suo consiglio. La corte lo spingeva a cedere Pisa ai fiorentini; ormai la missione di Napoli era conclusa, ma Monsignor di Ligny, suo consigliere militare, propendeva per tenere Pisa e il porto di Livorno come punto saldo per arrivare a Napoli via mare. Carlo ottavo, come al solito tentennante, aveva poi deciso di rimandare la questione, ma aveva comunque ribadito al suo esercito e al suo seguito, che era necessario passare per Pisa. Il capitano Franois d'Azay d'Entraigues usc dalla riunione del consiglio pisano con l'animo lacerato. Il ritorno del suo re era l'evento che pi temeva: sicuramente avrebbe ricevuto l'ordine di seguire il sovrano, con tutto ci che ne conseguiva. Tornare a casa, reduce da una campagna vittoriosa, avrebbe fatto elevare il suo grado: avrebbe forse ottenuto una rendita pi elevata e un comando pi solido nella sua terra, ma avrebbe perso quell'idea di felicit, che sentiva crescere nel suo cuore. D'istinto, da via san Felice, menando il cavallo al passo, volt per via dei Notari e da l giunse sulla sponda dell'Arno. Respir a pieni polmoni nell'aria calda del tardo pomeriggio, volt verso la piazza e travers il fiume; aveva bisogno del suo baule, del suo mondo, delle sue certezze.
Fu un fruscio a farlo voltare, mentre seduto su uno sgabello sfogliava distrattamente un volume, indeciso se riporlo, in vista di un'imminente partenza o di lasciare tutto come stava. Luisa era stata avvisata dalla sorella che il cavallo del francese era legato in fondo alla via delle Conce. Il capitano balz in piedi, sorrise e la strinse a s, la baci con dolcezza, troppa dolcezza.
Cos'hai?
Niente.
Quella non  una faccia da niente, parlami.
Franois fu sul punto di rivelarle i suoi pensieri. Problemi alla fortezza, non  facile tenere a freno i soldati.
Luisa si accontent e decise di credergli, lo fiss negli occhi chiari e cangianti, riavvi con una mano un ricciolo ribelle sulla fronte e lui ne approfitt per serrarla in un abbraccio ed un bacio, dove sfog tutta la sua frustrazione e la sua pena, mentre a lei parve solo passione. L'ora della cena era lontana, il desiderio immenso: lui si chin a baciare i seni di lei, le mani di entrambi scesero, esplorarono, conobbero. Non era la prima volta che osavano, ma c'era sempre
stato un ostacolo; Franois si ritrasse dall'abbraccio, si avvi all'uscio e lo serr con il chiavistello. Si avvicin a Luisa, la fiss e quello sguardo raggiunse i recessi pi profondi della sua anima. Ardore, senno, desiderio, raziocinio, ci fu una lotta nell'animo di lui. Fu come desiderare di tuffarsi: un tuffo da parecchi metri in una piccola pozza d'acqua. C'era il desiderio di farlo, la paura di farlo, attimo di lucida follia o folle lucidit. Esit solo per la frazione di un secondo, poi salt e una volta staccati i piedi da terra, inizi a volare. Un volo interminabile, eppur breve: non stacc mai lo sguardo da quegli occhi, ne era rapito. Come se fosse veramente immerso in acqua, si sent avvolgere, fluttuare, sospendere al di sopra e al di sotto delle cose; percep un'altra dimensione, dove non pi solo ma unito, fasciato, sorretto, era sospeso su ondate di nuove sensazioni. Nuotarono, si lasciarono trascinare dalla corrente, andarono a fondo, risalirono per uscire dall'acqua a prendere aria e tuffarsi di nuovo, fino ad annegare. Franois non stacc mai gli occhi da lei, finch non mor di una morte beata che dava vita, e dopo, il vuoto. E Luisa, fu con lui.
L'arrivo imminente del re cre scompiglio e animazione, in citt e fuori. Come la notizia della sua venuta si diffuse, cos per magia, decine di paesi e borghi si schierarono alle dipendenze di Pisa. Tremoleto, Monte Vittore, Casanuova, Lari, Casciana, Crespina, Santo Pietro, Vico, Capannoli, Legoli, Montefoscoli, Treggiaia, Palaia, Montecastello ora innalzavano bandiere rossocrociate. Si diffuse in citt l'idea che il re andava omaggiato e compiaciuto: doveva avere la sensazione che la libert da lui concessa aveva risollevato la citt, aveva reso giustizia. Fu ordinato che ad ogni finestra, ad ogni palazzo, sventolasse un vessillo con l'arme del Valois. Ogni donna si mise a
cucire, ricamare, orlare: madri premurose istruivano le figlie, in ogni casa si facevano discussioni e prove, quella del tessere e confezionare era diventata attivit di tutti, vanto per tutti. Ma anche per le vie della citt c'era animazione: i cantieri vennero ordinati, le vie sgombrate e pulite e scalpellini e falegnami si misero all'opera. Molte dovevano essere le sorprese da preparare per il re.


Capitolo 12.
Pisa dal 19 giugno 1495 al 21 giugno 1495.

Luisa seduta sullo sgabello stava pettinando i capelli di Setembrina, che si rimirava nel prezioso e prodigioso specchio. La bimba era concentrata sul suo volto: si guardava, apprezzava i suoi particolari, tentava di contare i piccoli puntolini scuri sulle guance e sul naso e, ogni tanto, fissava i suoi stessi occhi e la vista pareva le si annebbiasse. Spost casualmente lo specchio e il volto della bellissima Luisa le comparve riflesso. Una lacrima le solcava il viso e lo sguardo era triste e assente. La bambina si volt di colpo e allung una mano per asciugare quella lacrima. Perch piangi?
Non  niente, lascia stare.
Hai litigato con Franois?
No, no, tranquilla, non  niente,  gi passato.
Luisa trasse a s la bambina e l'abbracci come mai aveva fatto in vita sua: Setembrina non capiva, ma quel singhiozzare la commosse e, istintivamente, cominci a piangere anche lei. Dalle scale saliva il rumore di passi pesanti, Luca del Lante comparve sulla soglia della camera: aveva con s un cappello che faceva ruotare passandolo da una mano all'altra; stava per dire qualcosa, osserv con gli occhi arrossati le due figure di fronte a s, ed anche il suo sguardo fu
velato da una lacrima. Apr bocca, ma un tremito gli imped di proferire parola, poi, cos come era salito, pesantemente scese. Luisa carezz la bambina. Sei bellissima Setembrina, ora vai dalla tua mamma e aiutala, che fra un po'  l'ora di cena. Vai!
Io non vado via se non la smetti di piangere.
Ho smesso, guarda, vedi? Ho smesso, ti dico e ora smetti anche te, via, sparisci, domani arriva il re, non vorrai mica che ti veda con gli occhi rossi.
Ma neanche te deve vedere con gli occhi rossi.
Vai, piccola, per favore.
Setembrina dette un bacio sulla guancia della ragazza, infil le scale e spar; a Luisa non rimase altro che gettarsi sul suo letto e piangere disperata.
All'ora quinta del ventesimo giorno di giugno, il re di Francia Carlo ottavo di Valois entrava per la seconda volta in Pisa. Il governo cittadino aveva imposto a tutte le famiglie di addobbare finestre e bertesche con stendardi azzurri recanti i tre gigli d'oro. Il corteo reale, con gran seguito di nobili e prelati, entr in citt dalla porta di san Gilio, percorse la carraia, mentre dalle finestre donne e bambini lanciavano a piene mani petali di rose preparati nella notte. Il re incedeva lentamente sul suo cavallo e gli facevano ombra quattro paggi, che sostenevano un baldacchino di seta azzurra. Proprio in mezzo all'erta del ponte, il re pass sotto un arco trionfale fatto di rami di pino e alloro, ed addobbato con gigli d'oro fatti di legno e stucco. Scendendo verso la piazza di ponte di Mezzo, dalla parte di tramontana, Carlo ebbe un sussulto. Una statua a grandezza naturale lo ritraeva in sella al suo cavallo, con la spada sguainata e puntata in direzione di Firenze. Gli zoccoli del possente animale calpestavano un marzocco fiorentino ed uno scudo recante il drago, arme del deposto re Alfonso di Napoli. Il Valois sorrise compiaciuto, salut la folla inneggiante e si ricord di come, invece, al suo precedente ingresso, neanche un'anima lo festeggiava per la via. Volt a destra sul lungarno, in direzione del palazzo che era stato dei Medici e, con sua immensa sorpresa, si rese conto che tutta la strada era percorribile all'ombra di possenti pini, fatti tagliare nella vicina foresta del Gombo e collocati dai pisani a formare un verde viale. Ghignante, tronfio, altezzoso quanto goffo, cavalc il re, sentendosi sovrano. Mentre in citt sfilava il corteo reale, nella campagna muovevano le armate e Pisa si trov ad essere circondata dall'esercito francese. Questo occup tutto il terreno posto fra le mura e i monti pisani, invadendo i campi, dove grano e avena erano stati falciati in gran fretta, onde evitare che andassero calpestati e distrutti. Durante il pomeriggio il re non si fece vedere; in citt si ebbe un gran daffare per sistemare nelle case ufficiali e notabili. Questa volta gli abitanti si fecero trovare pi preparati e fu dato alloggio a tutti. Per la sera, cominciarono a spuntare per le vie del centro tavole e sostegni di legno per imbandire pubbliche mense. Pisani e francesi, ricchi e poveri, Pisa tutta avrebbe mangiato per le strade, brindando al sovrano e alla libert. Dopo cena non ci furono disordini e schiamazzi, ma anzi, la citt trov il sonno in fretta o almeno lo cerc: per il mattino seguente re Carlo aveva convocato il consiglio per decidere le sorti di Pisa.
Poco dopo l'ora quarta del giorno dopo, nella gran sala del palazzo erano radunate almeno cinquecento anime. Come al solito la discussione part con toni sommessi e si fece via via pi animata. Il cardinale di san Malo, il presidente del consiglio reale Gannay e il maresciallo de Gi, sostenevano a gran voce che Pisa fosse subito resa ai fiorentini. Era tale la veemenza degli interventi, che la fazione opposta inizi a sospettare che il governo di Firenze avesse nascostamente versato dei soldi a quei signori per condizionare le decisioni del re. La replica di Monsieur de Ligny e quella del generale di Languedoc, che vantavano l'appoggio di tutto l'esercito, fu aspra e determinata. Il comandante degli arcieri svizzeri afferm addirittura che i suoi uomini si sarebbero tassati versando soldi e oro, pur di garantire la libert a Pisa e mantenere in citt un piccolo contingente di fanti. Il re non si fece convincere da nessuno dei due partiti e decise che la questione fosse nuovamente rimandata, ma acconsent ad alcune concessioni di carattere militare e dispose che dalla sua guardia personale oltre seicento combattenti fossero dislocati per aiutare Pisa. Centocinquanta fanti posti sotto il comando del capitano Franois d'Azay d'Entraigues, sarebbero stati mandati a rinforzare il contingente al porto di Livorno e altri cinquecento, sempre sotto il controllo del capitano, dovevano partire per le frontiere del territorio pisano e difenderle dai fiorentini. La notizia della concessione dei rinforzi militari usc dalla sala e, in un attimo, si propag per tutta la citt.
La confusione, nel palazzo di messer Gianbernardino dell'Agnello, era al massimo. Il re, pur avendo rimandato la questione della libert, aveva deciso di rinforzare l'esercito a difesa della citt e contro i fiorentini. Il governo pisano aveva decretato, insieme al clero, di scendere per le strade e ringraziare il Signore con una solenne processione, ma messer Gianbernardino aveva deciso in un lampo che quella sera si sarebbe tenuto un ricevimento in onore del re, a casa sua. Da quando, quasi novanta anni prima, Pisa era caduta sotto il dominio di Firenze, nessuno aveva mai sentito dire che si potessero fare feste, tantomeno cos lussuose: le feste di privati cittadini erano proibite. Anche gli abitanti pi anziani non avevano mai partecipato ad una cosa del genere, solo l'eco di antichi splendori, racconti fatti a veglia e leggende narravano di feste in casa di qualcuno. L'eccitazione era tale che, anche se in pochi avrebbero avuto il privilegio di partecipare, sembrava fosse la festa dell'intera cittadinanza. Per quanto la decisione di Gianbernardino fosse parsa improvvisa, in realt le famiglie dei governanti pisani pensavano a quell'evento da vari giorni e, nei loro intenti, c'era proprio la volont di ben impressionare il sovrano francese. Aureliana era stata accorpata alle cuoche del palazzo: c'era da imbandire una tavola reale, necessitavano vivande in qualit e quantit; gli ospiti sarebbero stati  numerosi. Clemente correva sin dal mattino, aveva procurato le vettovaglie, cercato sedie a sufficienza e tavoli che bastassero, bicchieri e stoviglie di pregio. Alle pareti erano stati appesi arazzi e tendaggi, niente doveva essere lasciato al caso. Mentre Beniamino sgobbava con il padre, Setembrina aveva avuto pi libert, aveva dato una mano in cucina, ma nessuno aveva fatto caso a lei, quando si era assentata. Era eccitatissima, il re veniva a cena a casa sua! Poco importava che non fosse una casa di cui era proprietario suo padre, il re veniva l, dove lei abitava, dove dormiva, mangiava, in casa sua appunto e non a casa di Caterina, che era pi piccola e buia. Durante il giorno era andata a cercare Luisa pi volte, ma non l'aveva mai trovata: aveva avuto l'impressione che fosse chiusa in camera sua, ma non aveva risposto ai suoi richiami; la bimba si era crucciata per questo, ma solo per un attimo: il gioco del re e della corte era troppo bello per sciuparlo con le tristezze e, alla fine, non era neanche un gioco, era tutto vero.
All'ora dodicesima il clero pisano, con il vescovo a
capo ed una folla inneggiante al seguito, dette vita ad una processione di ringraziamento. Invece di iniziare dalla cattedrale, la folla si era riunita sotto il palazzo dove alloggiava il re di Francia e, per concessione del comandante dell'esercito, il vescovo aveva ottenuto che il ponte di Spina Alba, solitamente usato solo per scopi militari, fosse aperto e reso utilizzabile. Cos la funzione religiosa inizi con una confusione tremenda, dove si mischiavano i Pater Noster e le grida di giubilo verso il re, la Francia, la libert. Pian piano le cose presero un garbo pi ordinato e nessuno os pi aprire la bocca per gridare, ma solo per ripetere in coro: ora pro nobis. Il corteo si mosse risalendo verso lo stretto ponte e lo attravers sotto lo sguardo serio della guarnigione francese. Qualche soldato si fece il segno della croce, altri restarono impassibili. Per molti pisani, forse per tutti, quella era la prima volta che potevano passare l'Arno in quel punto: chi si sporgeva dalle balaustre, chi commentava, chi rallentava per guardare Pisa da una zona proibita; la funzione religiosa fu nuovamente trasformata in una bolgia da mercato. Poi per il vescovo imbocc il lungarno di sinistra e tutto rientr nelle regole: il quadro della Madonna di Sottolorgani, in prima fila, fu innalzato al passaggio del ponte di Mezzo, poi in via delle Colonne di fronte a san Michele e cos fino a giungere in cattedrale, che era ormai l'ora della cena; dopo una solenne benedizione, l'adunanza si sciolse.
Non tutti avevano preso parte al corteo: chi si dannava nel preparare la festa del re, chi aveva altre faccende, chi era di guardia alle porte, ognuno col suo buon motivo per attendere ai propri uffici, ma alcuni non erano andati per scelta. Il capitano Franois buss pesantemente a casa del Lante, una
domestica venne ad aprire e lui infil veloce le scale. In cucina trov messer Luca e donna Lara: lei aveva gli occhi lucidi, lui aveva lo sguardo carico di astio. Il francese e il padre di Luisa, si guardarono dritti negli occhi: ognuno con la propria forza penetrava lo sguardo dell'altro. Il capitano non solo era giunto senza preavviso, non solo non aveva concesso i suoi saluti ed i suoi omaggi, ora stava sfidando apertamente quell'importante uomo pisano. Luca sostenne
lo sguardo, ma poi cedette e chin il capo di fronte al viso altero del francese.
Desidero vedere Luisa.
Donna Lara assent con un cenno del capo, Luca alz solo una mano indicando il piano di sopra. Franois sal le scale di corsa, non c'era tempo per cerimonie e rispetto dell'ospitalit: una volta al piano delle camere inizi a chiamare la sua amata, che tolse
il chiavistello alla porta e lo fece entrare.
Il sole dardeggiava basso sull'orizzonte e i palazzi del lungarno risultavano arrossati da quella luce fiammeggiante. L'acqua quieta del fiume faceva specchiare case e finestre, aperte come bocche e occhi ridenti. Il corteo reale giunse davanti a santa Cristina che era ancora giorno, il giorno pi lungo dell'anno. Le cavalcature furono prese in consegna dalla milizia; sulla soglia del palazzo, messer Gianbernardino e il capitano di giustizia Andrea Lanfreducci accoglievano gli ospiti con calorose strette di mano. Il re smont dal suo destriero e la sua figura, da fiera e maestosa, divenne goffa e ridicola. In molti, per la prima volta, potevano vederlo da vicino e se non fosse stato che era il re di Francia, sarebbe scaturita qualche ilarit. Carlo ottavo sal aiutato da un paggio i tre gradini di accesso. In molti si morsero le labbra per non proferire suono. Quando la sua figura
fu sulla porta del palazzo, apparve molto pi bassa e sgraziata dei suoi ospiti sorridenti. Quello che port qualcuno a mormorare fu la vista delle calzature del sovrano: larghe in punta come le zampe palmate delle anatre. La diceria popolare, che voleva che il re avesse sei dita enormi per ciascun piede invece che cinque come tutti i cristiani trovava ora conferma in quelle ridicole scarpe. Nessuno fiat e il sovrano spar dentro al palazzo, seguito da uno stuolo di accompagnatori, nobili e meno nobili. Al piano di sopra, nel grande salone, un trono dorato era stato montato su una pedana addossata alla parete pi lunga della sala. Al lato del seggio reale, altre sedie di minore importanza; di fronte a queste era posto un grande tavolo: il re e i suoi pi stretti consiglieri, pur seduti, sovrastavano tutto e tutti. Gli altri commensali si accomodarono sedendosi alle tavole finemente apparecchiate; le candide tovaglie erano ornate con profumati petali di rosa e ad ogni posto, vicino al boccale, c'erano tre spighe di grano unite per i loro steli con un filo d'erba. Il padrone di casa profer un brevissimo discorso e chiese al sovrano il permesso di iniziare la cena. Accordato che fu, fecero il loro ingresso i servitori: giovani, ben vestiti, alcuni a loro agio, altri come Beniamino, imbarazzati, agitati e sudati. Non tutti erano ancora accomodati, le pietanze cominciavano a circolare, ma qualcuno in piedi discuteva con fare gioioso, tesseva trame, passava un pettegolezzo. Per iniziare a mangiare, molti osservavano di sottecchi Carlo ottavo, che ancora dialogava con il nobile alla sua destra e non pareva avesse interesse per il cibo. Il brusio era sommesso, ma costante: tutti, pur sottovoce, avevano qualcosa da dire, ma di colpo la sala precipit nel silenzio. Quell'evento inaspettato, quel mutismo cos innaturale, fece volgere il capo al re e ai notabili francesi: ogni sguardo era volto nella stessa direzione, ogni corpo, rimase immobile, come pietrificato. Luca del Lante e donna Lara avevano fatto il loro ingresso nella sala; dietro di loro a capo eretto, ma con lo sguardo a terra, altera e tetra eppure amabile, seguiva la bellissima Luisa. I capelli erano raccolti in una crocchia alta e circondati da una coroncina di fiori di malva. Il corpo era fasciato da un abito strettissimo in vita e al torace; lunghe maniche terminavano a punta coprendo il dorso e lasciando libere le palme delle mani. Un ampio scollo quadrato, bordato di nastro dorato, lasciava intravedere il ritmo del suo respiro, che alzava e abbassava il prosperoso seno. Dai fianchi, il vestito scendeva fasciando le curve sinuose e si allargava poi, quasi fosse un fiore: una campanula capovolta coi vari petali di colore diverso e cuciti con bordature d'oro, lungo l'unione dei lembi. Quell'abito aveva i colori delle due facce della foglia d'olivo, un petalo chiaro, quasi argenteo e l'altro scuro, come il profondo del bosco. Era intessuto di panno cangiante che, ad ogni passo, faceva apparire Luisa come una creatura fatata della foresta, un'apparizione irreale, desiderabile, immensamente desiderabile. Il re, come tutti i commensali, rest ammaliato, ma quello che lo colp pi di tutto fu quel silenzio irreale, che nemmeno al suo ingresso era stato cos completo, cos perfetto. Si percepiva, nell'aria satura di odori, aromi, afrore di corpi accaldati, di candele e lucerne, una tensione forte, pregnante, che rendeva ogni parola, ogni pensiero, superfluo e inutile. Solo una persona rest impassibile e in piedi di fronte al suo posto assegnato: il capitano Franois aveva, per la prima volta, lo sguardo sprezzante di chi odia. Il sovrano affond il cucchiaio nel proprio piatto e come d'incanto la sala si rianim. Setembrina circolava liberamente in quel viavai di vivandieri e broccai, entrava e usciva dalla
sala da pranzo e dalla cucina e le cuoche, talvolta, le affidavano un compito: doveva sbrigare necessit che nascevano l, sul momento. Fu recando un calice di vetro in sostituzione di uno che era caduto e si era rotto, che ebbe modo di passare vicino al tavolo di Luisa. Salut con un garbatissimo inchino ed i suoi capelli, legati in una coda alta col nastro azzurro che le aveva regalato tempo prima la Dervina, ondeggiarono dolcemente; poi si avvicin parlando sottovoce:  tutto il giorno che ti cerco, ma dov'eri?
Luisa chin il capo, avvicinando il suo viso a quello della bimba. Mi dovevo preparare e poi non stavo bene, scusa, ora scappa, non dovresti essere qui.
E invece ci sono e Caterina no, pensa come sar gelosa.
Setembrina aveva gli occhi brillanti e sfoder un sorriso complice; Luisa per la prima volta nella serata accenn a quella che pareva una manifestazione di allegria. Con slancio e dolcezza trasse a s la bambina e la baci fra i capelli. Scappa via, sparisci!
In cucina regnava la confusione, ma in quella babele assordante, dove ognuno urlava un comando o un'imprecazione, le abili mani delle donne affettavano, ornavano, condivano. Quadretti di pancetta rosolavano ed erano quasi pronti per essere uniti alle ortiche bollite e tritate finemente; in un altro paiolo, l'orzo bollito con rametti di rosmarino era ormai pronto per essere scolato: il tutto poi sarebbe stato unito e condito con l'olio dei frantoi pisani. Alcune portate, come le zuppe e le minestre, erano pronte dal pomeriggio, altre vivande andavano preparate un attimo prima di servirle. Chi si occupava delle carni messe a rosolare sulle griglie, chi della cacciagione cotta nel grande forno e chi dei pesci, cotti nei tegami o sulle braci. Il vino era spillato direttamente da botticelle fatte arrivare il giorno prima da Palaia
e da Limiti in loco vinaia; niente di ci che si poteva chiedere o immaginare, mancava a quella tavola. Su una mensola, ricoperti da teli di lino, decine di pani, sfornati quella mattina, attendevano di essere affettati e, su un altro ripiano, altrettante torte confezionate con vari ingredienti: zucca, noci e maggiorana, pere e mele. Molti di quelli che lavoravano non avevano mai visto, in vita loro, una tale abbondanza. Aureliana friggeva nell'olio d'oliva sarde impanate e infarinate e sorridente ondeggiava, spostando il peso del corpo da una gamba all'altra. Le note dei musici arrivavano fino in cucina e quella sensazione di complicit, di unione, di lavoro e fatica mista al divertimento, le sollevava l'animo. Le note di una pavana, melodiose e struggenti, si percepivano nettamente e anche il tono delle voci si era fatto pi basso: nessuno voleva perdere il privilegio di sentire, almeno per una volta nella vita, della musica vera, musica degna d'un re. Pian piano nella grande cucina, gli unici rumori percepibili furono quelli dello sfrigolio delle carni, del crepitare dei fuochi, del gorgogliare del vino spillato nelle caraffe di coccio. Quasi si fosse trattato di una funzione religiosa, l'attenzione era tutta volta a percepire la sacralit del momento, la nobilt di quel convivio, ad onorare il vero scopo, per cui quella, festa era stata organizzata. La cucina, come la navata di una chiesa, aveva i suoi celebranti ed il rito procedeva solenne. Nella grande sala il tono delle voci era sopito, ma pi per evitare di infastidire il re che per il desiderio di ascoltare la musica. Molti dei presenti, se fosse stato possibile, si sarebbero messi in mostra, avrebbero cercato di attirare le attenzioni e la benevolenza del sovrano, ma nessuno si dimostr tanto stolto. Nonostante le finestre aperte verso l'Arno che creavano una debole corrente d'aria, il caldo era opprimente. Tuniche, corsetti, cappe, come oggetti
di tortura soffocavano i corpi accaldati dall'estate e dal vino. Le dame, poi, con le loro corone di tessuto a cingere fronte e capelli e con i loro veli e mantelle, avevano da sopportare pi degli uomini, ma nonostante questo, dimostravano pi educazione e forza d'animo. Le grandi lucerne appese alle pareti e i due lampadari, che sostenevano una foresta di candele, spandevano verso il soffitto un fumo scuro che rimaneva in alto, ma talvolta un refolo scendeva e soffocava il respiro. Il re ed i suoi notabili, seduti sull'alta pedana parevano soffrire pi degli altri di quel calore; Carlo ottavo appariva annoiato, mangiava distrattamente e beveva in continuazione, ma la cena and avanti senza inconvenienti, senza che i musici mai smettessero di suonare, senza che nessuno, alzasse grida o pronunciasse discorsi. Fu cos che con gesti rapidi e precisi, messer Gianbernardino impart l'ordine di sparecchiare e servire le torte ed i vini aromatizzati: si doveva arrivare in fretta al vero scopo di quella cena. Mentre ancora si consumavano i pani speziati, i biscotti di mandorle e burro e si gustavano i vini ambrati e pregiati, dodici delle dame convenute alla cena si alzarono dai loro posti e si schierarono in ordine al centro della sala. Con un cenno del capo Gianbernardino comand i musici, le note uscirono dai loro bassanelli, dalle dulciane e dai cromorni, cos come dai liuti e da un clavicordo. Il silenzio e l'attenzione che ne seguirono, furono totali ed immediati, le note ritmate del saltarello animarono come per magia le dame, erette ed eleganti. Luisa ballava con le altre, tutte bellissime dame, ammogliate o libere che fossero: esse rappresentavano in quell'afosa stanza, il pi bel dono che si potesse offrire al re. Carlo ottavo dal suo scranno si mise ad osservare divertito: il gomito sinistro era poggiato al bracciolo del suo trono e con la mano si teneva la testa, mentre, con le dita
della destra, tamburellava il ritmo sul tavolo. La sua attenzione fu colta come un fausto auspicio e, cos, i musici furono stimolati a passare senza pause alla seconda danza: una gagliarda, danza pi animata e veloce. Le donne si muovevano con eleganza e studiata maestria, ma non offrivano mai la possibilit, di essere ammirate per pi di un attimo: le brevi pause duravano un battito di ciglia e subito cambiavano postura e posizione. Gli sguardi di tutti, per, erano posati su Luisa e la sua diretta compagna, una giovane del casato degli Upezzinghi di Caprona: appena pi bassa di lei, mora nel carnato e nei capelli e con occhi che parevano braci infuocate. La musica cess e part un fragoroso applauso perch ormai la tensione ed il piacere che quei movimenti armonici donavano erano arrivati al massimo. I musici non posero indugio e partirono con una danza detta del passo e mezzo: il suono ritmato imitava e simulava il ripetersi dello sciabordio delle piccole onde create dal passaggio di una barca, quando la chiglia fendendo l'acqua, metteva in moto un ripetersi di vuoti e pieni. Cos, muovendosi con un fare ora lento ora veloce, ora distante, ora vicino, quasi come un desiderio crescente e poi sfumato, le donne si avvicinavano sempre pi alla pedana reale, sempre pi vicine e poi, un passo indietro, sempre pi visibili per poi sfuggire. Negli occhi del re erano entrate le due donne in prima fila, la bellissima Luisa e la dama degli Upezzinghi; voltava lo sguardo rimirando ora l'una ora l'altra, quasi a portata di mano e poi di nuovo indietro, quasi vicine da poterle sfiorare e sentire il profumo dei loro corpi e poi, indietro. La danza cess, con l'inevitabile passo indietro e la creazione di uno spazio fra le danzatrici ed il tavolo reale. Partirono applausi ed esclamazioni, il re ebbe qualcosa da bisbigliare ad un suo consigliere e presto si seppe che il sovrano gradiva
che fosse eseguita di nuovo quella danza. Le donne si portarono allora lontane da quel palco; Carlo ottavo si fece aiutare, si alz e comand che il suo seggio fosse posto in modo da non avere ostacoli, fra lui e la sala. Il tavolo fu spostato: ora il re era seduto su quella poltrona posta al limitare dell'altana, quasi fosse sull'orlo di un baratro. Part di nuovo la musica e con essa, i movimenti sinuosi. Le due bellissime della prima fila fendevano l'aria come fossero state prua di nave e, come d'incanto, il movimento si trasmetteva alle altre donne. In alto e in basso, avanti e indietro, l'ondeggiare di fianchi e seni, di sguardi voluttuosi e bramanti, si faceva pi audace ad ogni passo. Luisa e la sua compagna avanzavano e indietreggiavano, il re alz una mano, come per sfiorare o per ghermire, non certo per chiedere: lui era il re. Il capitano Franois non poteva abbandonare la sala, il suo ruolo glielo impediva, ma avrebbe preferito morire prima di vedere negli occhi del suo sovrano la cupidigia verso la donna che amava. Era accaldato e gocce di sudore gli imperlavano la fronte e scendevano in mezzo alla schiena, ma era consapevole che la serata ancora non era volta al male e che l'amaro boccone non era ancora stato proposto: il peggio doveva ancora venire.
La danza era ormai al suo compimento, gli ultimi due passi avanti furono pi lunghi e non ci fu ritorno indietro; la musica cess di colpo e le due prime donne, invece di ritirarsi come poco prima, si gettarono ai piedi del re e presero a supplicarlo, ripetendo una lezione amaramente appresa durante i giorni precedenti.
Sire, siamo qui ginocchioni al vostro cospetto, vi offriamo Pisa e vi offriamo noi stesse, lasciate libera la nostra citt. Preferiremmo vedere le nostre case abbruciate piuttosto che far rientrare i fiorentini, preferiremmo vedere
morire i nostri uomini e i nostri figli, piuttosto che saperli prigionieri in mano a Firenze. Sire, vi supplichiamo, ascoltate la voce di questa citt, ascoltate il nostro lamento, non rifiutate le nostre offerte.
Il re, quasi ebbro fino al colmo, sorrideva beato con quelle due donne inginocchiate e poggiate sulle sue gambe. Si volt verso i suoi consiglieri e ricevette sorrisi e ammiccamenti, poi, con un gesto, chiam il suo araldo e gli sussurr all'orecchio. La voce pass rapida: il re si ritirava in udienza privata con le due madonne e senza chiedere, ottenne una stanza attigua tutta per s. Le porte si chiusero dietro di lui, dietro di loro. Chi ammiccava, chi sperava, chi sorrideva e gesticolava in modo becero, chi soffriva come donna Lara e suo marito Luca, chi schiumava di rabbia come il capitano Franois d'Azay d'Entraigues. La decisione di offrire al re una festa e la possibilit di divertirsi con le pi belle donne della citt, altro non era che uno dei tanti tentativi di ingraziarsi ancor di pi il regnante francese e di mantenere la libert. Il sacrificio delle due ragazze valeva l'indipendenza e, n a casa del Lante n alla villa degli Upezzinghi, si era potuto porre un diniego a quella strategia meschina, ma forse necessaria. Luisa si era opposta, Franois si era opposto, ma la ragion di stato aveva prevalso. Appartati nella sala al piano nobile del palazzo di messer Gianbernardino, il re sedeva su un morbido letto; il desiderio di concupiscenza lottava con il pesante sonno che arrivava a ondate, lasciando vieppi stordito, il sovrano. Come vi chiamate?
Luisa del Lante, maest.
E voi?
Viola Upezzinghi, maest.
Il re sbadigli lungamente. Viola, leggo nei vostri occhi premura e bramosia, mentre voi Luisa, in tutta la sera, avete sorriso una sola volta a quella bambina
col nastro azzurro e, se non vado errato,  la stessa che mesi fa mi ha lanciato dei fiori. La vostra comare, mia cara Luisa,  pi ben disposta verso la mia persona, di quanto non siate voi!
Luisa deglut amaro, ma ormai non poteva sottrarsi. Vi confesso che il mio malessere era dovuto alla calura, ora va molto meglio, maest. Tutti i miei parenti e me medesima, tutta la nostra citt, siamo ben disposti verso di voi, maest
Bene, ho sete, Luisa provvedete e voi, Viola...


Capitolo 13.
Pisa dal 22 giugno 1495 al 6 luglio 1495.

I lungarni erano affollati. Tutti i cittadini, senza distinzione di censo o et si erano riversati sulle sponde, agli scali, sulle barche ormeggiate. Le finestre dei palazzi che si affacciavano sul fiume erano tutte spalancate e da queste si sporgevano gli abitanti e i loro amici che, per quell'evento eccezionale, avevano chiesto e ricevuto ospitalit. Anche dal palazzo di fronte a san Matteo, il palazzo che era stato dei Medici, guardavano verso l'Arno pisani e francesi, nobili e militari. Il re stava in piedi poggiato al davanzale della bifora di mezzo, posta al secondo piano; discuteva con Monsieur de Ligny e col generale di Languedoc che, dal giorno prima, avendo ottenuto il favore del sovrano nella questione pisana, facevano a gara per compiacerlo. Circa due miglia verso mare, il fiume pareva un formicaio. Da quante imbarcazioni piccole e medie solcavano l'acqua, sembrava che la superficie liquida fosse scomparsa e che i legni poggiassero sulla solida terra. All'altezza della fossa Ducaria si era radunata quella flotta di barche per correre il palio remiero: una corsa controcorrente di piccoli navicelli manovrati da un solo uomo. I partenti erano dodici, quattro per ogni terziere, Ponte, Mezzo e Foriporta. Gli abitanti di Kinzica, fino a pochi mesi prima quasi interamente colonizzata dai fiorentini, non avevano rappresentanza politica in citt. I concorrenti erano stati scelti sulla base della loro fama e delle loro imprese, la loro forza ai remi era riconosciuta da tutti. Un golabio carico di persone manovr e, da poppa, sfilandolo pian piano, tese un sottile canapo da sponda a sponda: i navicelli cominciarono ad allinearsi dietro la corda. Alle loro spalle, in ordine sparso e con immensa confusione, muovevano decine e decine di barche grandi, piccole e cariche di gente che aveva interesse a seguire la corsa direttamente dal fiume. Le posizioni in acqua erano state sorteggiate, la corrente infatti variava di forza e intensit a seconda delle curve e delle anse del fiume. La manovra per allineare i concorrenti richiese molto tempo e, quando tutto fu pronto, un'ora prima che la campana annunciasse i vespri, una bombarda caricata a salve tuon. Il fiume parve ribollire: i remi si poggiarono in acqua e fecero impennare le prue che, sincrone, solcarono l'Arno prendendo pian piano velocit. Dalla linea di partenza, la foga dei rematori spinse velocemente i navicelli, poi la corrente e la fatica fecero assumere a quegli uomini a torso nudo e coi muscoli tesi un ritmo pi lento e costante. Dietro di loro la disomogenea flotta navale seguiva a debita distanza, increspando vieppi la superficie del fiume. In breve furono davanti alla Cittadella Vecchia e poi pi su, addentrandosi per la via d'acqua verso il centro della citt. Gli argini erano ricolmi di cittadini festanti, ognuno parteggiava per i propri colori. Alcune finemente ricamate, altre improvvisate, le bandiere dei terzieri sventolavano sugli argini, alle finestre e sulle barche in coda ai concorrenti. I vessilli avevano tutti campo rosso, il signum rubicundum, il colore della citt, ma quella di Mzzo portava al centro uno scudo, fasciato da linee verticali color oro
alternate ad altre color vermiglio. Quelle di Foriporta avevano l'effige ricamata in bianco di una delle porte cittadine e quello di ponte era invece un drappo rosso senza immagini. Qua e l, soprattutto sulla riva sinistra, bandiere rosse con una croce bianca del quartiere di Kinzica schioccavano al vento. Il sostegno era per tutti: i pi forti, nelle prime posizioni scaldavano i cuori, ma l'incitamento andava anche agli ultimi. Chiunque in Pisa, anche se giovane, aveva messo mano ai remi, anche le donne e i ragazzi e tutti erano consapevoli della fatica e dell'orgoglio necessario per traversare la citt contro corrente. Non un dileggio sarebbe uscito da quelle bocche, l'onore sarebbe andato ai vinti e ai vincitori. Il re dalla sua finestra cominci ad intravedere le barche in gara: un sole rosso e obliquo lo costringeva a tenere una mano a riparo degli occhi. I riflessi dorati dell'acqua smossa dai remi accecavano la vista: non c'era certezza in quello che si vedeva, piuttosto percezione o forse illusione. Ogni pisano sulle sponde pensava che il proprio beniamino fosse tra i primi, ognuno cullava il proprio sogno di gloria, tanto era accecante il riflesso; poi per, quando i concorrenti furono all'altezza del ponte di Mezzo, fu chiaro a tutti come stessero le cose e, n il baluginio delle acque, n la prospettiva, potevano pi ingannare. Il coro delle voci saliva al passaggio dei rematori. La linea dell'arrivo, posta in acqua proprio sotto le finestre dove era affacciato il re, era presidiata da tre fuste leggere, su cui avevano preso posto i giudici della gara.
Alla finestra del palazzo dei dell'Agnello, tutta la famiglia Biccoli urlava a squarciagola e Lanciotto, che non poteva vedere niente, abbaiava correndo intorno alla sua coda in mezzo alla sala. Erano felici: la sera prima c'era stato il re e la festa, avevano lavorato fino a tarda notte, ma sempre con gioia, osservando tutti quei nobili, i loro vestiti, i generali e le armi lucenti; ognuno di loro aveva trovato diletto in qualcosa di unico e irripetibile. Luisa e tutta la famiglia del Lante era affacciata alla finestra accanto e pi in l, il padrone di casa e la sua famiglia. Clemente strinse a s Aureliana: erano alle dipendenze di quei signori, non erano ricchi, ma finalmente erano sereni e si sentivano parte di una citt che viveva prospera e, per quei giorni, in pace. Le barche in Arno passarono e quando furono oltre lo spigolo del palazzo, sparirono alla loro vista: il fiume piegava in quel punto e per loro era impossibile seguire la gara.
Era primo quello che abita a san Paolo all'Orto, quello dei Cairn.
S, ma non durava, era stanco. Secondo me vince quello di porta Buoza, il figlio del ceraio.
Luca del Lante e Gianbernardino si scambiavano battute, avrebbero appreso poi, dalla voce del popolo, chi avrebbe vinto. L'ora della cena era prossima e per tutti c'erano ancora da consumare gli avanzi della sera prima, che erano stati divisi fra chi abitava e frequentava quella casa. Setembrina prese per mano Luisa mentre scendevano le scale, non le disse niente, ma la guard dal basso verso l'alto aprendo al massimo i suoi occhioni scuri. Quando furono dabbasso Luisa si rivolse ai genitori della bimba: Vado con Setembrina ai vespri, se per voi va bene, poi rincaso con le donne della nostra via.
Pronta Caterina si fece avanti: Vado anch'io.
Donna Lara del Lante prese la figlia piccola per mano. No, Caterina, devi aiutarmi, vieni a casa con me.
Caterina arross di rabbia, Luca abbozz un movimento affermativo col capo e Clemente sorrise; la ragazza e la fanciulla uscirono dal portone mescolandosi alla folla, che sciamava verso tutte le direzioni, ed entrarono in santa Cristina. Dalla sera prima, i rapporti tra genitori e figlia erano mutati: se Luisa era abbastanza donna da fare la concubina del re, allora lo era anche per amare il suo capitano. Luca e donna Lara avrebbero volentieri gettato il macigno di vergogna e sensi di colpa fuor di finestra, avrebbero voluto far finta che la festa al re non ci fosse mai stata, ma non era cos e la loro vita era cambiata per sempre. Luisa era sprezzante ed aveva acquistato una forza nuova, quella della ribellione. Come poteva amare ancora suo padre, dopo che l'aveva gettata fra le braccia di quell'orribile francese? Era stato necessario per la libert, si era sentita dire, ma quale genitore avrebbe fatto quel gesto, se non un cupido, velenoso, ipocrita uomo d'affari? Ogni altro padre tranne il suo avrebbe dato la vita, pur di difendere l'onore della figlia, ogni altro, ma non l'avido Luca del Lante.
Il re fu contagiato da tutto quel clamore e anche se non conosceva n il nome n il casato di quello che s'avanzava per primo, si ritrov ad urlare come gli altri. La festa della sera prima lo aveva messo di buon umore e sia il buon vino, che le labbra dolci di Viola degli Upezzinghi, lo avevano reso felice. Quell'altra, quella Luisa, non l'aveva nemmeno degnata di uno sguardo, troppo altezzosa lei, troppo ubriaco lui: quella notte di passione con le due donne, si era risolta in modo veloce e furtivo solo con la ragazza mora. Poi, era precipitato in un profondissimo sonno, tanto che aveva dormito al palazzo di Gianbernardino, ed era stato condotto alla sua residenza solo quella mattina. Luisa a notte fonda era stata accolta da Aureliana ancora intenta a lavorare in cucina e fra le sue braccia aveva pianto; aveva lavato l'onta di un disonore non voluto, non consumato e in fondo mai
esistito, anche se tutta Pisa pensava e avrebbe sempre pensato, il contrario.
Le barche sfilarono sulla linea dell'arrivo, il primo ed il secondo avevano posizioni nette, ma per il terzo posto si accese una disputa. Rematori in piedi agitavano le braccia ed inveivano, le barche si inclinavano paurosamente per poi ritornare dritte, qualcuno abbord il navicello pi vicino, scoppi una lite e ben presto l'Arno riboll di uomini in acqua e barche scosse dai pugni e dalla lotta. Il re rideva e concesse i premi, fosse chi fosse il vincitore. Al primo and un palio di raso azzurro coi tre gigli ricamati in oro, al secondo un palio di panno paonazzo e al terzo le calze della divisa del re di Francia indossate la sera prima, per la festa.
L'orazione era ormai conclusa, Luisa e Setembrina si fecero il segno della croce e si avviarono al portone; una lama di luce rossa le accec, chiusero gli occhi d'istinto e fecero tre passi verso l'esterno tenendosi per mano. Quando riaprirono gli occhi, ridevano, non erano pi una fanciulla grande ed una piccola, ma due bambine in faccia al sole che stava tramontando. Faticarono a mettere a fuoco quella figura scura che si parava dinnanzi a loro controluce, ma fu il tono della voce, fu quel nome pronunciato quasi come sussurro, fu quella melodia, che mut il tramonto color indaco e violetto in oro finissimo e resina profumata.
Luisa.
Franois.
La ragazza accompagn Setembrina sulla porta del palazzo, si chin e la baci sul capo. Per tutta risposta la piccola strizz un occhio e sorrise con malizia, poi scapp salutando il capitano francese con i suoi occhi lucenti.
Sono insieme alle donne della mia strada, rincasiamo.
Ti star lontano e non comprometter niente.
C' poco da compromettere, dopo ieri sera.
Ieri sera non  successo niente, lo so io e lo sai anche te.
Si erano incamminati; dietro di loro tre anziane donne vestite di nero facevano finta di parlare dei fatti loro, ma spiavano ogni gesto dei due innamorati.
Non  successo per un caso e grazie a Viola, che non vedeva l'ora di fare quello che ha fatto per potersene vantare per l'intera vita, ma tutta Pisa, sa che sono stata con il re e, ormai, mi guardano come una puttana.
Franois perse la pazienza ed alz il tono della voce, ma solo per un attimo, poi riprese un contegno pi garbato. Sei andata in chiesa a chiedere perdono, vero? Invece dovrebbe andarci tuo padre e tutti quei porci che hanno tramato la schifezza di ieri sera. Il mio re ancora non sa se ama le donne o i bei ragazzi, che bisogno c'era di tutta questa messa in scena, tanto user Pisa per i suoi piani e non per i vostri. Voi non lo conoscete, bastava chiedere a me o a qualcun altro del seguito: i pisani hanno commesso un grave errore.
Sei arrabbiato?
S, sono furioso, se ti avesse toccato lo avrei ucciso con le mie mani.
Luisa sorrise e non riusc a controllare un lieve rossore che le saliva al volto. Davvero?
Il capitano chin il capo e calci via un ciottolo con rabbia. Sono atteso a palazzo, poi si pieg verso di lei e abbass la voce: Troviamo il modo di vederci, ti desidero!
Con un balzo scart di lato, salut garbatamente
l'amata e le donne in nero e, a grandi passi, s'invol sulla via del ritorno.
Il figlio del ceraio aveva vinto il palio, ma ormai era storia dimenticata. Il re, all'alba del giorno dopo, sarebbe ripartito per la Francia e la questione della libert era ancora insoluta. Anche se la vicenda politica non era stata chiarita, il sovrano francese, prima di assistere al palio, aveva elargito un'altra concessione: il comando del porto passava dai francesi ai pisani e il capitano Giordano di Rosselmini, con venticinque fanti al seguito, avrebbe mosso di buon mattino alla volta di Livorno. Le concessioni militari facevano ben sperare, ma mancava un patto scritto, mancava la decisione finale di cancellare la sudditanza per sempre. Il re si alz presto e part in fretta col suo seguito, ma l'esercito rest accampato fuori citt per diversi giorni, ci furono razzie alle fattorie, stupri, ogni genere di violenza: quella piaga immonda ammorbava la campagna ed il fetore giungeva anche in citt. Molti giovani pisani, che per la prima volta nella loro vita godevano di una libert senza pari, si erano intrufolati nell'accampamento francese, nel susseguirsi dei giorni e soprattutto delle notti. L'esercito si tirava dietro una schiera di oltre ottocento donne vecchie e giovani: prostitute ambulanti al servizio dei soldati, un richiamo intrigante, anche per gli uomini di Pisa. A poco a poco la fiumana francese spar ed i contadini misero a fuoco le stoppie dei campi dove si era accampato l'esercito, bruciando stracci, rifiuti e lordure, purificando con le fiamme quel morbo francese. La tregua con Firenze, dettata dall'instabile monarca, sembrava tenere e Pisa viveva la sua stagione pi serena. In ogni persona albergava la speranza, ma il governo, saggiamente, continuava ad accantonare grano e vettovaglie, varare provvedimenti, organizzare la vita politica e militare. Dato che Pisa si considerava in guerra, fu mutato l'ordinamento politico e furono creati vari nuovi uffici e strutture di amministrazione. Sorse la magistratura dei Sei della Guerra, due per ogni terziere, furono creati gli Ufficiali dell'Accatto, deputati alla riscossione dei debiti e delle confische e gli Ufficiali dell'Abbondanza, che avevano il compito di provvedere all'accantonamento di grani, foraggi e biade, per il sostentamento di uomini e animali nei tempi a venire. Grazie ai buoni servigi resi a Gianbernardino dell'Agnello, Clemente Biccoli, che aveva esaurito la sua mansione al palazzo, fu nominato Vice Provveditore e responsabile del magazzino cittadino. C'erano da censire le granaglie, mantenere i locali areati e asciutti, lontani i topi, controllare l'essiccamento e prevenire le muffe, annotare entrate e uscite. Insomma, un lavoro vero, di cui Clemente, ma soprattutto Aureliana, andava molto fiera perch quell'occupazione aveva tolto al marito molte fantasie di guerra e libert. Ci furono altri atti politici: furono liberati tutti gli ebrei che il precedente governo fiorentino non vedeva di buon occhio a causa della loro rete di traffici e commerci. Questo episodio contribu in modo determinante alla ripresa di alcune attivit orafe, commerciali e anche marinare, giacch si poteva contare su denari disponibili, per armare galee e riprendere il mare.
Il sesto giorno di luglio, Pisa si svegli di buon mattino e le strade furono lavate e spazzate. Carriaggi, cavalli, muli, ma anche barche grandi e piccole, furono adornate di nastri e fiori. Dai forzieri e dai nascondigli si trassero i monili migliori, i vezzi e gli ori. Pisa si vestiva a festa: c'era da celebrare un matrimonio, lo Sposalizio del Mare. All'ora nona, come ubbidendo ad un richiamo ancestrale, la popolazione
si divise in due gruppi distinti. Da quando Firenze aveva soggiogato Pisa ed abolito ogni festeggiamento ed ogni ornamento, la cerimonia dello Sposalizio del Mare era stata cancellata, ma non dimenticata. Gli anziani, nelle lunghe sere invernali, quando si stava a veglia davanti ai camini, raccontavano di una festa meravigliosa, di fiori e di profumi, di cortei di dame e cavalieri, di barche variopinte, di soldati in armatura e di cavalcature possenti. Chi aveva assistito a quelle feste, quando Pisa era ancora libera, si era pian piano fatto vecchio ed era morto. Ma i racconti, nelle notti pisane, tanto d'inverno quanto d'estate, avevano continuato a circolare, mantenendo vitale il seme di un ricordo: il seme della speranza di una citt libera. Cos era venuto naturale che la cittadinanza si dividesse in due schiere, senza necessit di ordini o disposizioni. Le regole erano semplici: chi possedeva una barca o trovava posto su quella di qualche conoscente, poteva prendere parte alla cerimonia partendo dall'acqua. Chi invece non poteva o non voleva scendere in Arno, chi voleva chiedere perdono al Signore e fare ammenda, chi credeva nell'intercessione di san Clemente, allora partecipava allo sposalizio dalla parte di terra. Le due schiere, come coppia di fronte all'altare, si sarebbero poi riunite e avrebbero reso sacro il patto, col rito dei fiori e dell'anello. A parte le guardie alle porte, le milizie scelte per mantenere sicura la citt, qualche infermo e qualche infante, Pisa tutta si mosse. La piazza del Duomo brulicava di gente; Clemente con Aureliana e i ragazzi stavano frementi ed accaldati nei loro abiti migliori. Setembrina aveva avuto in dono da Luisa un vecchio vestito di panno morbido e ricamato; il nastro azzurro teneva alta la sua lunga coda. Nonostante fosse estate, calzavano tutti i sandali anzich stare scalzi come sempre, ma ogni tanto, una smorfia di dolore e sofferenza affiorava sul volto. Era una festa lussuosa ed elegante e per quella cerimonia si poteva, forse si doveva, soffrire. Chi invece muoveva per il fiume, si era riversato agli scali e agli approdi; le barche, colme di facce allegre e sorridenti, erano accalcate nei pressi del ponte di Mezzo. Il primo atto della festa ebbe luogo quando due galee, costruite nel cantiere improvvisato davanti a san Michele, vennero varate. Senza alberi e velatura, secondo l'antica usanza dei maestri della fabbriceria navale, erano state mosse dallo spalto della chiesa e spinte sui rulli fino alla scesa di porta Rossa, uno degli accessi all'Arno molto vicino al ponte. Le navi erano state fatte scivolare con l'aiuto di tronchi e sabbia e ora, una dietro l'altra, attendevano inclinate verso il fiume, di unirsi finalmente all'Arno. Si era discusso molto sul nome da dare alle due galee e siccome erano praticamente gemelle, nate insieme, cresciute e fortificate nello stesso grembo, il loro nome doveva unirle per sempre. Quella pi vicino all'acqua recava dipinto sulla prua il suo nome Nessun e quella dietro Mi doma. Il motto inneggiante alla forza della citt le avrebbe distinte su tutti i mari. Le fiancate color vermiglio, ancora distanti dall'acqua, anelavano a quel contatto: erano nate per immergersi e non per stare in secca. Il vescovo Michelangiolo Aloisi arriv trafelato sulla sponda, avrebbe fatto volentieri a meno di fare quella corsa: doveva dare inizio alla processione e quella novit di varare le galee proprio in quel giorno aveva scombinato i suoi piani, ma ormai era tardi per sottrarsi al destino. Con l'aspersorio e col turibolo, che emanava volute di fumo incensato, benedisse le navi poste con la poppa verso l'acqua e benedisse anche tutta la folla a terra e sulle barche, che sincrona si fece il segno della croce. Poi a bordo della prima due ragazzi, il padrino e la madrina della nave, sbriciolarono fra le palme delle mani alcuni biscotti, facendoli cadere sul ponte e contemporaneamente frantumarono sul parapetto una bottiglia di vino rosso, pronunciando l'arcaica formula del rito: Biscotto e bottiglia di vino, fate che alla mia nave non manchi mai pane.
Cos il nettare rosso, in sostituzione del sangue animale che nei tempi antichi si usava per segnare le navi al momento del varo, macchi e benedisse il legname nuovo. La cerimonia fu ripetuta anche per la seconda nave e poi, fra grida di giubilo, i due legni furono fatti scivolare in Arno, dove furono armati i remi ma non la velatura. Mancava ancora del lavoro da fare e sarebbe stato ormai per i giorni a venire; ora tutta l'attenzione era per lo Sposalizio del Mare. Il vescovo sal su un carro e veloce torn al Duomo dove si cambi i paramenti sacri. Si rec con altri sacerdoti all'altare posto nel transetto del santissimo Sacramento; l fu prelevato il reliquiario di san Clemente e posto in bella vista su una lettiga drappeggiata di velluto rosso.
I quattro portantini mossero davanti al vescovo, che seguiva con tutto il clero pisano. Appena la reliquia varc la soglia della cattedrale, ci fu un boato, un'esplosione di giubilo: dopo quasi cento anni la tradizione riprendeva a vivere. Sulla portantina giaceva la preziosa urna di marmo: aveva la forma di un piccolo sarcofago quadrangolare, profonda due piedi, larga un piede ed alta mezzo piede. Il coperchio e le pareti erano istoriate con lamine d'oro che in bassorilievo narravano la vita di san Clemente, primo vero papa di Roma dall'anno 88 fino all'anno 97, quando fu martirizzato. Clemente era venuto a Pisa per consacrare la chiesa di san Pietro ad gradus maris, chiesa che lo stesso Pietro, proveniente dalla Siria e sbarcato in quelle terre, aveva costruito nei sei mesi
di permanenza presso Pisa prima di recarsi a Roma. La tradizione voleva che per segno divino, il sangue di Cristo fosse sceso ad ungere la chiesa per mezzo del suo papa. Infatti, durante la messa di consacrazione, a Clemente era uscito il sangue dal naso e questo aveva macchiato per sempre il marmo dell'altare. Nella piccola urna che ora sfilava per le vie della citt sulla portantina bordata di velluto, era contenuta parte della lastra di pietra insanguinata.
I Biccoli erano incolonnati insieme alla moltitudine, Clemente era insofferente. Senti che caldo e poi, con questi sandali non ci so camminare! Era meglio se si accettava l'offerta dei dell'Agnello. A quest'ora eravamo sulla loro barca, senza sudare e senza durare fatica.
Aureliana voleva ribattere, ma camminare ancora due ore coi sandali, avrebbe procurato vesciche e dolori a tutti; rallent un attimo e si sfil i suoi, imitata dagli altri che sorrisero soddisfatti.
E sia, che si va scalzi, ma proprio te, che ti chiami Clemente, devi essere grato alla reliquia e pregare in silenzio per la grazia che c'ha fatto, di darci una casa e il lavoro.
Macch grazia e grazia, io ho sudato onestamente, ho servito la mia citt, questa  l'unica cosa vera e non  stato merito di nessuno, n dei santi n dei martiri.
Clemente aveva alzato il tono della voce e, subito, erano partiti dalle persone intorno a loro dei mormorii di disapprovazione. La processione, seguendo l'antica via che conduceva al porto di Livorno e poi a met piegava verso il mare, procedeva verso la basilica di san Piero, la pi antica chiesa pisana. Era stato un rischio avventurarsi fuori citt, soprattutto con una moltitudine di persone, ma la tregua teneva
da molti giorni, i confini erano presidiati e le vedette non avevano avvistato nessun movimento ostile. Era periglioso uscire in massa e lasciare sguarnita la citt, ma il popolo era assetato di sacralit, cerimonia e tradizione e la riscoperta di quella antica festa, di quella antica identit, serviva da collante per restare uniti. Parte della milizia francese e molti dei soldati agli ordini dei capitani di ventura proteggevano, facendo ala, il cammino dei penitenti. Il corteo di barche aveva la stessa meta: scendendo il corso dell'Arno, si sarebbe arrestato di fronte alla basilica che sorgeva poco distante dalla riva. Per fiume e per terra Pisa muoveva le sue genti, alcune dietro un'urna, altre dietro una fusta con le fiancate dipinte d'oro, ornata di nastri e fiori, carica di ragazzi e ragazze che spargevano sulle acque petali di fiori e intonavano canti. Un corteo sacro e uno pagano: litanie e preghiere per chi camminava, liuti e sistri, arpe, organetti e salteri sulla fusta d'oro e per le centinaia di barche sull'Arno azzurro.
Il sole ancora caldo del tardo pomeriggio lasciava la gola riarsa e Setembrina cominci a lamentarsi: voleva che suo padre la prendesse in braccio. Aureliana tir fuori una bottiglia d'acqua da un fagotto che teneva a tracolla; bevvero e placarono la sete mentre Clemente cerc di distrarre la famiglia dalla fatica, raccontandogli una storia. Sulle prime le donne incolonnate intorno a loro si mostrarono ostili, ma poi si interessarono alla narrazione, facendosi un segno della croce ogni tre passi.
Sapete, bimbi, dopo che Ges fu morto e risorto, il suo discepolo Pietro venne a Pisa e sbarc dall'Arno proprio nel punto dove ora sorge la basilica, dove andiamo noi. Pietro rest l sei mesi e costru una piccola chiesa. Le genti venivano da tutte le parti per ascoltare la parola di quel vecchio, che s'intendeva
di pesca e di barche e piaceva alle genti di Pisa. Poi Pietro part e and a Roma, ma molti venivano anche negli anni dopo a pregare in quella chiesa; ce ne fu uno, si chiamava Torpete, era un soldato pisano che prestava servizio nell'esercito romano e questo Torpete decise di convertirsi al cristianesimo.
Babbo, cosa vuol dire convertirsi?
Eh,  difficile Setembrina, ma pensa a uno che non nasce cristiano come noi e decide di diventarlo, allora si fa battezzare anche se  gi grande.
Ma lo battezzano come i bimbi piccini e lo mettono nell'acqua e poi con l'olio e...
S, s, stai zitta che vado avanti.
La narrazione riprese col consenso delle pie donne intorno a loro, che ormai volevano conoscere la fine della storia. Torpete aveva manifestato la voglia di convertirsi, ma il suo comandante, fedele agli di romani, lo aveva minacciato di morte. Torpete era andato avanti per la sua strada e si era fatto battezzare, ma questo gli cost la vita. I suoi superiori lo arrestarono, gli tagliarono la testa e poi la misero insieme al corpo su una barca. Su quella piccola scialuppa fecero salire anche un cane e un gallo e poi la spinsero verso il mare aperto. Gli animali avrebbero mangiato il corpo e la testa dell'uomo e, cos, non avrebbe mai potuto avere un posto nel paradiso dei cristiani. Infatti, per poter risorgere nel giorno del giudizio, il corpo dei cristiani morti andava sepolto intero nella nuda terra. La barca, spinta dai venti, aveva preso il largo e, dopo alcuni giorni, era approdata sulle spiagge francesi, dove gli abitanti di un piccolo villaggio raccolsero il corpo di Torpete. Miracolosamente, non solo non era stato toccato dagli animali, ma si era conservato insieme alla testa in modo perfetto. Quegli uomini, gridando al prodigio, avevano sepolto Torpete nella loro chiesa e, pian piano, quel posto
prese ad essere chiamato san Trop.
Quel paese in Provenza, ora  una citt marinara assai grande ed  sempre stata alleata di Pisa; figuratevi che, anche da quelle parti, hanno una bandiera che porta lo stemma con la croce pisana, identica nella forma, ma diversa nel colore.
Allora sono pisani anche loro.
Beniamino, sono francesi, ma amici dei pisani; lo vedi che  stato il re francese a liberare Pisa?
Aureliana lanci un' occhiata torva al marito e le donne intorno si fecero di nuovo il segno della croce.
Ancora, babbo.
Ancora cosa, Setembrina?
Ancora un'altra storia.
Clemente sbirci la moglie che manteneva attenzione alle orazioni, ma lo sguardo di lei fu conciliante.
...Ora pr nobis... Allora vi racconto cosa fecero a Clemente, il santo che consacr la chiesa, dove stiamo andando. Qualche "anno dopo la morte di Torpete, la chiesa era pronta e da Roma venne a consacrarla proprio il papa Clemente.
Perch venne il papa a fare quella cosa?
Perch, Setembrina, quella cosa trasforma una costruzione come una casa normale, nella casa di Dio e, per farlo, serve uno importante come il papa o come un vescovo. Clemente venne volentieri, perch quella era la prima chiesa dedicata al suo predecessore Pietro, che era stato papa, prima di lui. Clemente venne e durante la messa gli usc il sangue dal naso e...
Era il sangue di Cristo!
Aureliana aveva trapassato il marito con lo sguardo e la sua frase non ammise repliche. Anche le donne d'intorno annuirono col capo e al povero Clemente non rest che accettare quella versione dei fatti. Quindi al papa cadde il sangue di Cristo sul marmo dell'altare e quel marmo, un pezzettino, ora  nell'urna che ti ho fatto vedere quando siamo partiti. Clemente poi and via, in un paese lontano a convertire i turchi, ma fu fatto prigioniero e fu incatenato ad un'ancora e gettato nel mare profondo.
Ma no!
Ma s!
Ora anche le pie donne si sentivano in dovere di intervenire, Aureliana sorrise e scosse il capo.
La leggenda racconta, sentite, sentite. Il gruppo delle persone che camminavano con loro si strinse per udire meglio. Che per miracolo, appena il corpo tocc il fondo, sorse un sepolcro meraviglioso e che, e questa  la parte pi bella, ogni anno nel giorno della sua morte, il mare si ritira e permette ai cristiani di andare a pregare sulla tomba di san Clemente!
Ma davvero?
Sicuro!
Ormai Clemente aveva conquistato l'attenzione di molta gente che, invece di rispondere alle orazioni, aveva ascoltato con attenzione quelle storie. La chiesa di San Piero, con le sue belle pietre color canapa, era in vista e tutti ripresero un contegno pi serio. I Biccoli camminavano fianco a fianco.
Ma come fai a conoscere tutte queste storie, a raccontarle con passione e poi a dirmi sempre che non ci credi?
Le ho apprese dal mio babbo che le raccontava ai viaggiatori, ma non vuol dire che siano vere.
Falla finita e prega un po', che ti fa bene!
Dopo due ore, la processione era di fronte alla basilica; a perdita d'occhio, un popolo assetato e riarso dal sole, ma felice. I penitenti avevano espiato, le vergini avevano pregato di trovare marito, gli anziani avevano invocato aiuto al Signore per il pane e per la pace: san Clemente avrebbe ascoltato tutti. Dopo l'ennesimo cenno benedicente, il vescovo si incammin verso la sponda del fiume e con lui l'intera folla dei pisani, come il popolo d'Israele dietro il suo Mos. La fusta dorata era prossima alla riva, alcuni giovani e suonatori si fecero da parte e vescovo e prelati presero posto sulla grande imbarcazione. Chi vantava conoscenze e patti stipulati nei giorni precedenti trov posto sulle barche, che una ad una, s'accostavano a riva, caricavano e ripartivano seguendo la fusta che ormai puntava verso il tramonto, verso il mare.
La processione di barche, oltre trecento fra grandi e piccole, giunse in breve alla foce e si disperse laddove l'acqua dolce si sposava a quella salmastra. Sul ponte della fusta, sopra un baldacchino, una corona di fiori era legata ad una piccola ancora di ferro ed un anello d'oro, una fede nuziale, brillava in un cofanetto aperto. Mentre i rematori tenevano l'imbarcazione ferma fra il fiume e il mare e le altre barche si disponevano intorno come a corolla, il vescovo Michelangiolo Aloisi prese l'anello e lo benedisse, poi lo lanci in mare mormorando una preghiera. Subito dopo lanci anche la corona di fiori che, nel pi assoluto silenzio, sost per un attimo sul pelo dell'acqua e poi fu tratta negli abissi dalla piccola ancora, cos come era toccato in sorte a san Clemente, martirizzato per annegamento con un'ancora legata al collo. Da ogni barca si sporsero corpi e mani, a decine, a centinaia sfiorarono il pelo dell'acqua, ne trassero un po' e ne passarono ad altri e, come se fosse stata benedetta, si fecero il segno della croce. Chi troppo piccolo o troppo anziano, chi assiepato e impossibilitato a muoversi, ognuno ebbe la sua acqua passata di mano in mano; una stilla o uno schizzo bastava a suggellare il patto. Il sole dardeggiava poco sopra la linea dell'orizzonte, mille e mille riflessi luccicanti specchiavano le lacrime di molti presenti: Pisa aveva rinnovato il suo patto con il mare, il suo Sposalizio
era celebrato e, dopo quasi cento anni, la prua delle barche rossocrociate aveva di nuovo segnato linee feconde in quelle acque antiche. Sacra o profana che fosse stata la cerimonia, nel cuore di ogni uomo, donna o bambino, albergava ora la promessa di ogni matrimonio: Pisa e il mare uniti per sempre.


Capitolo 14.
Pisa dal 7 luglio 1495 al 20 settembre 1495.

Il giorno ventiduesimo del mese di agosto dell'anno 1495, quando si era oltre l'ora del coprifuoco, due messaggeri bussarono con violenza alla porta del Parlascio. I soldati di guardia aprirono lo sportello del pesante portone per ispezionare e, ai loro occhi, si presentarono due spettri impolverati, a cavallo di bestie sudate e malridotte, ma i sigilli che recavano furono riconosciuti. Ordini di Carlo ottavo erano giunti in citt; usando il sistema di segnalazione con le torce, la voce si sparse in un attimo, dalla cerchia delle mura fino alla pi buia cantina. La campana delle adunanze fu suonata a martello e una Pisa quasi addormentata fu costretta a riversarsi in strada, controvoglia. Dopo la partenza del re, complice un'estate calda ed afosa, si era vissuta in citt una vita serena e tranquilla, senza echi di lotte o scorrerie. Ora tutti i fantasmi e gli spettri di una guerra riemergevano prontamente. I messaggeri furono introdotti al palazzo degli anziani e i sigilli dei plichi furono rotti. Fu sufficiente scorrere le prime righe inviate dagli ambasciatori pisani al seguito del sovrano e lo sgomento pervase ogni volto, ogni sguardo. Re Carlo ottavo di Valois, pur dicendosi dispiaciuto, rinnegava il suo patto con Pisa e decretava che la citt si riconsegnasse immediatamente nelle mani di Firenze dalla quale il francese aveva ottenuto quarantamila ducati d'oro. Ancora una volta, il vile denaro e il tradimento decretavano anzitempo la caduta della citt e la fine della libert. Il risentimento e la rabbia presero subito il sopravvento e urla e grida passarono di bocca in bocca, nel palazzo e poi fuori. La folla inferocita inveiva contro il re, contro i soldati, contro la guarnigione francese alla Fortezza Nuova. All'udire il suono della campana delle adunanze, il capitano Franois aveva inviato il fido Raphael alla ricerca di informazioni e ora il luogotenente e amico del comandante francese galoppava sul lungarno, spronando il povero animale. Il capitano, immobile nella sua stanza, attendeva fremente. Quel giorno era riuscito a vedersi con Luisa nel loro rifugio sopra la concia. Avevano riso, abbracciandosi tutti sudati dopo aver fatto l'amore. Quella stanza nell'inverno era benedetta dal calore dei focolari del pianterreno, ma in quel periodo era diventata un forno. Nonostante tutto, era l'unico posto dove stavano indisturbati, dove nessuno li cercava pur sapendo di loro, dove Luisa si sentiva in pace. Avevano riso di tutto quello scorrere di sudore dai loro corpi; Luisa si era alzata e si era avvicinata al davanzale di una finestra, Franois da dietro le aveva sistemato le ciocche di capelli affastellate e l'aveva baciata dolcemente. L'amava, provava per lei un sentimento nuovo, potente, immenso. Era il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi e il suo primo al risveglio. La guerra, la vita, la morte, tutto aveva ora un senso nuovo, tutto era tremendamente pi complicato e al contempo pi semplice, tutto era relativo e parimenti insormontabile. Che ne sarebbe stato di loro? Baciandola teneramente, poche ore prima, aveva pensato al futuro che li attendeva, a quella pace apparente e a quella quiete pisana che aveva
imparato ad amare, ma che in fondo al suo cuore sapeva non duratura. Raphael spalanc la porta. Il re ha tradito!
Siediti, bevi.
Il soldato guard male il suo capitano, non si era stupito e neanche allarmato, sembrava che sapesse gi cosa stava accadendo.
Resta qui, vado a dare l'ordine di serrare le porte e caricare le bombarde; raggiungimi appena ti sei rinfrancato.
La fiumana dei pisani percorse il tratto che separava la piazza degli Anziani dalla Fortezza Nuova, quasi correndo. Se il re francese aveva tradito, allora anche i soldati francesi in Pisa erano traditori e per resistere a Firenze era necessario riconquistare immediatamente la Fortezza. L'esercito pisano, ormai addestrato, ma anche molti dei soldati di ventura, scesero spontaneamente in strada: non era una vera azione militare, ma una rivolta dettata dalla rabbia e dalla frustrazione. La folla si assiepava sotto le mura ed aveva circondato la Fortezza Nuova sia dal lato della citt, sia dall'argine dell'Arno. Qualche barca, armata di bombarde leggere, poggiava sotto gli argini manovrando controcorrente. Il popolo, a gran voce, prese a battere alle due porte; fu incoccata qualche freccia incendiaria e fu lanciata entro il perimetro difeso dai francesi. Raphael, sudato ed agitato, attendeva a fianco del suo capitano. Non temeva la folla, la Fortezza era imprendibile: quello che temeva era un bagno di sangue senza senso. Dello stesso avviso era anche Franois che, con studiata lentezza, si infil una mano sotto la giubba ed estrasse un laccio di cuoio che teneva al collo. Prendi questa piccola chiave, sotto al mio letto c' un forziere di legno nero bordato di ferro. Apri, non toccare niente, prendi la bandiera che sta sopra a tutto e richiudi. Fai pi in
fretta che puoi.
Raphael scese dallo spalto, attravers di corsa la piazza d'armi e spar nelle viscere della costruzione. Riemerse poco dopo con un fagotto rosso in mano. Il capitano gli indic il pennone, dove sventolava la bandiera, azzurra coi tre gigli d'oro, del sovrano francese. Franois con ampi gesti impart un ordine al compagno d'armi che esegu incredulo. Le bocche da fuoco erano tutte cariche e di fianco ad ogni affusto, stavano due soldati. I loro volti, rischiarati dalle torce, palesavano tensione e sofferenza. In quei mesi, tutti quei francesi avevano fatto amicizia, bevuto in compagnia, amato donne di Pisa. Loro in alto sui bastioni con le loro bombarde e, sotto le mura, quel popolo di amici che, tuttavia, non avrebbero esitato a macellare. Il caldo umido, che saliva dall'Arno, faceva scorrere rivoli di sudore sulle tempie e nella schiena, ma dipendeva pi della tensione, che dell'afa di agosto. Pur nel buio appiccicoso della notte pisana, rischiarato malamente da torce fumose e puzzolenti, la folla not un movimento, un mutamento. La bandiera azzurra ondeggi mollemente, mentre veniva tratta verso il basso; scomparve alla vista di quei pochi che la potevano vedere, ma la voce corse in un attimo. Ci fu una sospensione, la vita si ferm, il respiro dalle bocche fu trattenuto come se fosse l'ultimo. Quel gesto di rinuncia, quello spogliarsi del gonfalone reale, quel disconoscere il proprio sovrano, cosa avrebbe portato? La corda del pennone vibr e qualcuno percep che traeva verso l'alto qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo. Il vessillo rosso, con la croce pomata bianca, fu issato e un refolo di vento, forse un respiro orgoglioso dell'Arno, sia pure per un attimo, lo gonfi rendendolo maestoso e potente. Quella folla, che un attimo prima era pronta al sacrificio, ora inneggiava. Sulle mura dalla parte di san
Martino, reggendosi ad una merlatura, comparve il capitano Franois d'Azay d'Entraigues che, sporgendosi nel vuoto, arring il popolo di Pisa. Furono poche parole, furono pronunciate con calore, furono inaspettate e pungenti; nessuno aveva mai sentito il capitano parlare e, tantomeno, alzare la voce. Con quella cadenza morbida che piaceva alle signore, coi suoi modi gentili ma decisi, ma soprattutto parlando col cuore in mano, ammali quelli che da l in poi, divennero i suoi concittadini: Popolo di Pisa, libero e sovrano, ascolta. Da una terra lontana, per vie di sangue e miserie, sono giunto qui, in riva a questo sacro fiume. Straniero, ecco cos'ero quando sono apparso al seguito di un re ambizioso e sfuggente. Re Carlo  il mio sovrano, non lo nego, ma non il mio dio, non il mio comandamento e, certamente, non  il mio esempio. In questi mesi di vita ho imparato a conoscere Pisa, ad amarla e ad apprezzare le sue strade, le sue chiese e la sua gente. Non faccio mistero del mio vero amore, voi tutti ne siete a conoscenza. Qui sono, questa fortezza comando e se guerra sar, combatter con voi, non da francese, ma da pisano.
A quelle ultime parole il popolo esplose. Al di l del sentimento di simpatia per il capitano Franois, al di l del pentimento per aver sospinto Luisa nelle braccia di un re, poi rivelatosi infido come i serpenti, ci che contava per i cittadini di Pisa era di poter disporre di armi e mura solide, contro quel nemico che di sicuro, si sarebbe fatto vivo a breve. La bandiera pisana vegliava ora sulla guarnigione d'oltralpe, Pisa era unita e il domani sembrava meno incerto.
Il bilancio di quella notte sembrava positivo: un re corteggiato troppo a lungo, come fosse stato la donna pi bella del contado, aveva rifiutato le attenzioni, ed aveva perpetrato il tradimento. Il disgusto per il suo comportamento era tale, che i sudditi stessi del re
si erano schierati con la citt, portando in dote forze esperte e difese sicure. Forse quell'epilogo non piaceva a nessuno, ma a quel punto, era molto meglio dell'incertezza nella quale Pisa era vissuta in quei mesi. Ora si sapeva di che morte morire, o di quale vita vivere.
Al suono della campana delle adunanze Clemente era uscito, sia pur contro il parere di Aureliana, ma saggiamente era rientrato verso casa e non si era recato alla Fortezza con la fiumana urlante. Tuttavia, non era risalito nelle sue stanze e si era seduto sul parapetto del fiume davanti a casa. Intorno a lui si era riunito pian piano un crocchio di persone che, come in attesa della sposa nei d di festa davanti alle chiese, allungava di tanto in tanto il collo, per vedere se qualche notizia lieta giungeva. Le parole del giuramento di Franois fecero il giro della citt in un attimo, furono pacche sulle spalle, furono sorrisi. Clemente rientr, Aureliana in cucina era intenta ad ammollare dei ceci in un catino.
Non dormi?
Come potrei, cosa  successo?
Franois ha fatto innalzare alla Fortezza la bandiera della citt e ha giurato di restare e morire da pisano, se necessario.
Aureliana alz i toni. Maledetto imbecille!
Come osi!
Oso, oso quanto mi pare e piace: un altro scellerato che confonde l'amore con la vita e la vita con la morte. Passione, poesia, tutto bello, ma quando l'ultimo respiro lascer tutti noi, non ci sar n amore n poesia!
 allora cosa avrebbe dovuto fare, secondo te?
Avrebbe dovuto andarsene, salvarsi la vita, magari portare via Luisa, ma via dalla morte e dalla guerra e cos dovremmo fare anche noi!
Te sei pazza.
No, i pazzi siete voi che vi inalberate contro l'invasore, voi che vi nutrite di pane e libert e che sarete spazzati via e noi, con voi!
Non c'era altro da dire per quella notte; i vecchi rancori sopiti, tornavano sempre alla luce, anche nelle notti pi buie.
La citt si addorment ma il sonno dur poco. Prima dell'alba, un corriere ferito e sanguinante, buss a porta san Marco e fu fatto entrare. Fu soccorso, rifocillato e condotto a bordo di un carro al palazzo degli Anziani. La campana, per la seconda volta nel giro di poche ore, suon ancora: ora sul volto dei pisani non c'era la curiosit, ma solo il terrore. Il corriere proveniva da Ponsacco, era scampato ad un massacro, ed aveva cavalcato nella notte compiendo piccole tappe e appostamenti, per evitare di essere catturato. L'esercito fiorentino, composto da mercenari tagliagole, appena saputa la notizia che re Carlo ottavo aveva negato la libert a Pisa, si era mosso nel contado: aveva sorpreso la guarnigione francese a guardia del forte di Ponsacco ed aveva compiuto una carneficina. Quei sanguinari prezzolati, mossi dalla diceria che i francesi, prima di affrontare la battaglia, avevano inghiottito i loro gioielli e le loro monete, non si erano limitati ad uccidere i nemici. I centocinquanta soldati lasciati dal Valois, ma anche molti inermi cittadini e donne e bambini, erano stati sventrati e fatti a pezzi, uno ad uno. Le loro budella erano state aperte e controllate nella speranza di rinvenire un tesoro comunque inesistente. Quando agli assalitori era stato chiaro che nessun bene prezioso sarebbe stato trovato, avevano finito di compiere lo scempio, separando braccia, teste, membra e ammassandole in un unico, macabro mucchio. Come se il lezzo di quella
carneficina fosse giunto in citt, il tremore pervase tutti: quei visi bruciati dal sole e dal mare si fecero lividi, la morte colorava in modo lugubre le anime, ancor prima di giungere a loro. Era la guerra, ormai arrivata, ormai aperta. Nessun re avrebbe preservato Pisa, nessun esercito se non quello cittadino avrebbe difeso donne e bambini.
A nulla valsero le lettere degli alleati che pervennero nei giorni seguenti: Ludovico Sforza scrisse agli anziani del popolo di Pisa e la lettera fu letta in corte vecchia, dove una folla enorme si era riunita. Cinquecento uomini fra veneziani, milanesi e genovesi sarebbero arrivati a Pisa per contenere gli assalti fiorentini, ma era chiaro che ai governanti stranieri non interessava l'indipendenza di Pisa, ma solo, semmai, la rovina di Firenze. Poteva sembrare che le cose si assommassero, ma non era cos.
Il tempo scorreva. Clemente era costantemente indaffarato, lavorava di giorno e di notte per ammassare nei magazzini cittadini quanto pi foraggio e grani si potesse. Aureliana sentiva crescere forte la pressione della tensione: ogni sera pregava in santa Cristina, ogni sera baciava disperatamente i propri figli, dopo che avevano preso sonno. Ma non era la sola: le donne pisane avvertivano pi degli uomini la tragedia imminente, facevano piccole scorte segrete di denari o di vestiti, cercavano di risparmiare sulle spese, sui cibi, sui consumi. Anche se nessun colpo era stato sparato, la loro guerra per sopravvivere era gi iniziata. Al giorno quindici di settembre, cavalieri e fanti in rotta, feriti e malridotti, si avvicinarono alla citt. Il porto di Livorno era stato assalito dalle truppe mercenarie al soldo di Firenze e la guarnigione era stata annientata. Le vedette annunciavano che il nemico avanzava verso Pisa. Le campane furono suonate a martello: era l'allarme. Alle porte si ammassarono milizie e munizioni, pattuglie a cavallo uscirono nelle campagne vicine a dare l'allarme e a raccomandare a chi poteva, di rifugiarsi in citt. Le bombarde delle fortezze furono caricate; ferraglia, polvere e stoppacci furono posti dappresso ad ognuna, pronti al bisogno. Il Biccoli entr come il vento alla concia e si infil in cucina, baci la moglie e fece per ripartire.
Clemente, dove vai?
Non  pi tempo di domande, arrivano, vado dove devo.
Non portare Beniamino con te, ti supplico.
Beniamino  un uomo, sa far di conto, sa tenere a bada il magazzino, star l al sicuro in vece mia. Io vado allo spalto, non fermarmi, abbracciami.
Aureliana pianse in quell'abbraccio, non poteva opporsi al destino, la guerra era arrivata.
Vengo anch'io.
Clemente si chin e prese dolcemente il viso di Setembrina fra le mani. Te stai qui e controlla la mamma, guarda che faccia tutto per bene, sei la sorella del comandante della squadra di guardia a santa Cristina. Ora Beniamino viene con me e te hai il dovere di vigilare su questo palazzo e su quello di casa nostra. Io torno, te lo prometto.
Usc lasciando madre e figlia in piedi sulla soglia della concia. Nel vicolo echeggiavano urli, un gran vociare faceva intuire l'ennesimo litigio fra Luisa e suo padre, ma non era quello il momento di curiosare.
Le truppe fiorentine arrivarono al tramonto; in tutto quell'andirivieni di uomini e materiali nessuno si avvide di niente, ma quando le compagnie si schierarono e gli uomini si contarono, si scopr che i fratelli Paolo e Vitellozzo Vitelli, erano scomparsi. Soldati
di professione, condottieri valenti al servizio di Pisa, approfittando della confusione e lusingati dall'oro fiorentino, avevano tradito ed erano passati al nemico. Rabbia, impotenza, frustrazione.
Pisa scelse la difesa dentro le mura e serr tutte le porte. Il nemico entr senza trovare ostacoli nel borgo di san Marco, posto fuori dalla cerchia cittadina; il danno era minimo o cos pareva. La fresca notte di settembre stese il suo manto odoroso di uve mature, un colpo di bombarda echeggi e la scia del proiettile infuocato cattur lo sguardo di tutti. La parabola di quella maligna stella cometa era alta, penetr entro le mura ammutolendo tutta la citt e piomb con furia cieca. La campana degli incendi risuon nella brezza della sera, ma fu sovrastata da un altro boato e poi un altro ancora. Il primo colpo aveva sfondato il tetto del palazzo degli Astai vicino al vicolo del Porton Rosso, il secondo aveva scheggiato il campanile di san Matteo in Soarta e il terzo aveva centrato il campanile di san Martino. Al panico iniziale subentr la forza della reazione; i portaordini cavalcavano all'impazzata. Dalla Fortezza Nuova il capitano fece scaricare sul borgo occupato tutte le sue artiglierie e cos la truppa pisana spar con una bombarda da porta san Marco e con un'altra da porta alle Piagge. Il fuoco incrociato e risoluto zitt i fiorentini per il resto della notte. L'alba tiepida arriv lentamente e trov una citt vigile ed arrabbiata. L'incendio alla casa degli Astai era stato domato, i campanili sia pur colpiti erano in piedi; pi che la citt era ferito l'orgoglio. Il desiderio di rivalsa e la tensione avevano tenuto tutti svegli. Aureliana aveva vegliato aspettando i suoi uomini, Luisa aveva camminato nella sua stanza fino a farsi dolere i piedi e le nocche delle mani stropicciate a forza. Setembrina aveva montato la guardia ad una finestra, ma si era addormentata accanto a Lanciotto. Mille e mille pensieri, mille e mille sguardi rivolti verso il cielo, mille e mille preghiere, anche da parte di chi, non faceva di solito affari con Dio. L'alba luminosa pareva che potesse scacciare tutti gli incubi, la forza vivificatrice del primo raggio di sole parve per un attimo disperdere tutti gli spettri della notte. Forse quei tre colpi erano stati malintesi, forse quei proiettili infuocati erano stati un abbaglio. Il cuore di ogni pisano desiderava credere nell'illusione, ma lo spettro peggiore si anim e neg a tutti la pace dei cuori. I fiorentini uscirono allo scoperto e attaccarono le mura. A piedi, a cavallo, un esercito multicolore si rivers nel breve tratto di orti che separava borgo san Marco dall'omonima porta: portavano pali, picche, scale, portavano morte. La bombarda sopra la porta venne scaricata della palla pesante e fu armata a ferraglia. Prima la polvere e poi chiodi, schegge, resti di forgia, infine lo stoppaccio. La chiamavano Fregossina. Ogni arma aveva un nome, aveva avuto un battesimo, aveva avuto esperienze di crescita. La Fregossina erutt schegge e morte e nello spiazzo: fuori le mura saltarono teste e schizz sangue, ovunque. Ci furono altri colpi a mitraglia, e poi ancora, ma i nemici non diminuivano. Il capitano Franois d'Azay d'Entraigues stava nei pressi della porta e teneva le briglie di un cavallo nervoso, bardato con scaglie di ferro a protezione del petto: lo montava il capitano Animanera.
Quando volete, capitano.
Animanera sorrise torvo e fece un cenno d'assenso con il capo.
Aprite la porta ordin il capitano Franois, poi si rivolse di nuovo a quell'uomo a cavallo. Dio sia con voi.
In battaglia preferisco stare col diavolo, tratta coi morti meglio di tutti.
La porta si spalanc e duecento cavalieri uscirono come il vento: appena fuori si compattarono in pi schiere distribuite su varie file, le lunghe lance d'assalto puntarono in avanti e part la prima carica. I moschetti fiorentini erano carichi, fischi qualche palla e un paio di cavalieri caddero coi loro animali. La muraglia di muscoli e ferro era lanciata e, come il mietitore con la falce in mano s'avanza passo passo abbattendo le spighe dorate, cos le lance mietevano morte fra le schiere nemiche. La terra si macchi di sangue, qualche cavaliere fu disarcionato, ci furono perdite, ma il capitano Animanera torn indietro un'ora dopo lasciando sul campo solo morti e feriti. Mentre i cavalieri rientravano in citt, i fanti uscirono e finirono i moribondi a colpi di spada, razziando elmi, armi, armature, scarpe. Il mercato della guerra era iniziato.
Beniamino aveva dormito al granaio e fu svegliato da forti colpi al portone. Non sapeva niente degli accadimenti fuori da porta san Marco. Corse ad aprire, ma prima si sincer di chi fosse, guardando dallo spioncino e riconobbe Regolo Boromati.
Apri, pezzo d'asino!
La porta si spalanc. Mi manda tuo padre, dice che posso prendere i quattro carri del grano, ho io i cavalli.
Ma che  successo?
Animanera  uscito e ha trucidato i fiorentini, ma ci sono feriti fra i suoi cavalieri e servono i carri per trasportarli all'ospedale.
Quattro cavalli furono introdotti da altrettanti uomini nel cortile dell'edificio e i carri furono attaccati ai finimenti.
Vengo con voi.
No! Clemente si raccomanda che tu stia qui a guardia del nostro pane futuro, e basta!
Regolo sovrastava Beniamino di quasi due spanne, non ci furono repliche n discussioni. I carri furono
tradotti nei pressi della Fortezza Nuova, i feriti furono caricati e inviati verso l'ospedale di santa Chiara. Regolo seguendo il drappello di uomini e carri, discese il lungarno, poi pass il Ponte di Mezzo e prese per il borgo. All'altezza di via san Felice volt a sinistra verso piazza degli Anziani. I feriti gemevano ad ogni sobbalzo dei carri sulle strade acciottolate; alcuni loro compagni li seguivano, chi a piedi chi a cavallo, anche fra questi qualcuno sanguinava, ma lievemente. Una folla muta cingeva in abbraccio quel corteo: erano i primi, non sarebbero stati gli ultimi. Prodi guerrieri ora urlavano e bestemmiavano: la loro scorza di uomini d'acciaio era rotta e i loro sguardi, pieni di paura, inducevano vecchi e donne a farsi il segno della croce al loro passaggio, come se sfilassero gi morti. Si alzarono preghiere e perfino qualche saluto di incoraggiamento. All'angolo di via santa Maria il convoglio entr nello spalto del Duomo e si ferm all'ingresso dell'ospedale: un grande portone di legno si apriva proprio sulla piazza. Comparvero monache, frati, uomini e donne coi lunghi grembiuli sporchi e i feriti vennero scaricati. Con un cenno, un uomo grande e grosso intim a Regolo di aiutarlo, ma lui non si mosse.
Cosa sei, cieco? Non vedi che ho bisogno di aiuto?
Io vi aiuto ma l dentro non ci vengo!
 un ospedale, un posto migliore delle locande dove vai te la sera.
Mio padre mi ha detto di non entrare, ci sono i malati del male serpentino, quelli che sono andati di notte all'accampamento francese.
Pezzo di somaro, prendi questo ferito e aiutami o Dio stesso ti incenerir per la tua ignoranza!
Chi siete voi per darmi ordini?
L'uomo abbandon la presa del ferito, fece il giro del carro e si par davanti a Regolo. Sono il rettore dell'ospedale, quel male di cui hai tanta paura si prende a compiere atti impuri con una donna contagiata. Ora prendi quel ferito e entra con me, o per Dio ti ammazzo con le mie mani!
Regolo afferr vino dei cavalieri per le braccia e il rettore per le gambe. Entrarono nell'ospedale. Era un'immensa costruzione di mattoni, pi grande del palazzo degli Anziani, pi alta di molte chiese. I malati e i feriti erano addossati alle pareti, mentre in mezzo all'enorme spazio, che pareva pi una piazza che l'interno di una costruzione, stavano tavoli ricolmi di teli, bende, ferri, vasi, tutti oggetti che Regolo trovava terrificanti. Mentre trasportavano il ferito, il Rettore gli rivolse la parola. So chi sei, conosco tuo padre, stai attento ragazzo, sei forte e spavaldo, ma tieni cara la vita ed evita posti come questo. Qui si muore, forse pi che nel campo di battaglia.
Quelle parole ebbero l'effetto di impaurire ancora di pi Regolo che, senza proferire parola, avanzava spiando tutto e tutti.
Fermati, poggiamolo qui. Vedi quei quattro sdraiati insieme? Quelli sono malati di quel male francese, non so come curarli. Uno ha iniziato a tossire e sputare sangue, ma nessuno di noi dell'ospedale si  ammalato. Forse  una punizione divina per il loro comportamento, non devi temere niente se sarai retto.
Regolo riusc solo a balbettare un ringraziamento; la vista della morte, ma soprattutto della sofferenza lo aveva sconvolto. Dall'alto delle mura sembrava tutto cos semplice, cos giusto. Lui si sentiva invincibile, ma quel sangue vischioso che gli impastava le mani e sporcava il pavimento azzer tutta la sua spavalderia. Scusate, devo andare, devo riportare i carri al deposito del grano.
Il Rettore gli si avvicin e lo schiaffeggi con dolcezza. Abbi cura di te, ci servono le tue mani forti.


Capitolo 15.
Pisa dal 21 settembre al 10 ottobre 1495.

Clemente tremava come una foglia, le vesti inzuppate di acqua e fango gli si appiccicavano addosso. Beniamino accanto a lui era vigile e calmo, osservava tutto con attenzione, come se volesse memorizzare ogni dettaglio e, pure se era notte fonda, sembrava che tutto rilucesse nei suoi occhi. I volti scuriti col nerofumo si confondevano nel buio; anche le mani e gli avambracci erano stati spalmati di carbone: le imbarcazioni portavano il loro carico pulsante, ma invisibile. Attraverso le vesti bagnate, Clemente poteva percepire il calore del corpo del figlio, avrebbe voluto abbracciarlo, sentirlo pi fragile, poterlo consolare, avrebbe voluto sparire dal ponte di quella fusta per ritrovarsi a casa sua davanti al camino, ma era l. Non era stato per loro scelta: erano venuti due giorni prima ad informarlo che Pisa avrebbe tentato una sortita nottetempo. La citt ormai era in guerra; ancora non c'era un assedio vero e proprio, ma bisognava provvedere e trasferire le scorte di grano dai magazzini di Montione a quelli cittadini. Giorni prima, le truppe fiorentine avevano assalito i depositi ed avevano trucidato le due famiglie che lavoravano alle granaglie; del parroco della badia non se ne sapeva pi niente. Secondo le informazioni delle vedette, a presidiare i magazzini erano stati lasciati solo una decina di fanti. Raggiungere Montione via terra era impossibile: il borgo di san Marco era in mano ai nemici e la strada, che si insinuava ad Est nelle campagne, passava proprio dall'avamposto fiorentino. La badia ed i magazzini annessi distavano circa mezzo miglio dall'argine dell'Arno e si trovavano al centro di una grande ansa del fiume. Seguendo la via d'acqua, Pisa avrebbe condotto l'assalto nottetempo. Al ricevere gli ordini, condotti a lui e suo figlio dalla guardia cittadina, Clemente si era irrigidito, ma non si era opposto. La sua preoccupazione era come comunicare quel piano ad Aureliana, senza che questa si infuriasse. La cosa pi tragica, poi, era che Beniamino doveva partecipare all'azione: ormai era esperto nella sistemazione dei sacchi, come e pi del padre. La notte avvolgeva quella scura flotta e una voce amica distolse Clemente dai suoi cupi pensieri. Di nuovo insieme.
Capitano.
So che conoscete molte storie che riguardano la vostra citt.
Il capitano Franois si era chinato vicino a Clemente e lo aveva sfiorato con la mano guantata.
Chi ve lo ha riferito? Io ho solo ricordi di giovent, mio padre aveva una locanda e raccontava ai clienti le storie sentite da mio nonno e, prima ancora, dal bisnonno.
E cosa sapete di questa chiesa di Montione, mi dicono che sia molto bella.
Clemente esit, poi si fece coraggio: Capitano, perch mi fate queste domande, voi non avete paura?
Il giovane si tolse il cappello e si sedette sul ponte viscido di fronte a quell'uomo tremante ed impaurito. Stiamo andando in battaglia, ho paura come voi, ma io sono un soldato e devo dominare la paura
prima che lei domini me. Se cos non fosse, la paura si potrebbe trasformare in terrore e sarei un bersaglio facile per il mio nemico. Ho paura, ma cerco di pensare ad altro, di concentrarmi su qualcosa di meno triste. Ditemi Clemente, parlatemi di questa chiesa.
L'uomo interrogato sospir, faceva fatica a parlare, come se un macigno ricoprisse il coperchio del forziere dei suoi ricordi. Dovette compiere uno sforzo immenso per far emergere le sue memorie, ma soprattutto per allontanare gli infausti pensieri della notte. Poi per prese a parlare: Sorge su una collinetta, un'altura in mezzo alla campagna, per questo il luogo si conosce come Montione. Ma non  sempre stata l, mio nonno raccontava che prima era sulla riva destra dell'Arno ed era stata fatta costruire da due fratelli longobardi, molti secoli addietro. La badia esisteva gi da trecento anni, quando una piena, al tempo che l'architetto Rainaldo lavorava a prolungare la cattedrale, si port via la piccola chiesa e tutti gli alberi che crescevano l intorno. Nonno diceva sempre che quel posto si chiamava Ceragiolo, ma oggi non esiste pi.
Non ci sono pi ciliegi?
No, ma voi siete francese!
E con questo?
Come fate a sapere che c'erano i ciliegi?
Perch di cerase e ciliegi ne parla Plinio nella sua Naturalis Historia.
Beniamino, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, prese voce. E un libro di quelli che tenete nel famoso baule?
Il capitano rise. Non sapevo di avere un baule famoso.
Tutti lo sanno che avete libri e che  per via del baule, che...
Clemente aveva assestato una gomitata al figlio che
si era zittito; Franois sorrise e torn ad incitare l'uomo. Dunque, dicevate di Ceragiolo.
Carezzando una mano al figlio, come per scusarsi della gomitata, il padre riprese a parlare: Vero, il fiume si mangi la chiesa, il convento e tutti i campi; da quella notte cominci a scorrere in un nuovo letto e tutto rimase sott'acqua. Qualche volta d'estate, quando non piove per giorni e giorni e il livello del fiume si abbassa, si vedono affiorare i resti delle mura.
Clemente si era calmato, il suo respiro affannoso si era fatto regolare e pareva in armonia col lieve beccheggiare della barca che, ad ogni spinta dei rematori, si impennava dolcemente.
La chiesa allora fu ricostruita sulla riva sinistra, pi distante dall'argine e con essa un monastero, che fu tenuto dai monaci di Camaldoli. Ebbero possesso di grandi terreni e il convento divenne molto ricco. Cos, intorno alla chiesa, quasi fosse una protezione, furono costruiti i magazzini e le cisterne per la conserva dei cibi. Quando si arriva a Montione, la chiesa non si vede perch  cinta dai depositi,  come una rocca militare: poi, per, si passa un arco e si sale una rampa e allora  l, di pietra nuda, bella come poche. Da tanto tempo non ci sono pi i monaci, i fiorentini li scacciarono; non doveva esserci ricchezza intorno a Pisa.
Gli occhi dei due uomini si incrociarono, per un attimo sorrisero, la guerra, la sporcizia, la paura ed anche il freddo erano svaniti, ma solo per un attimo.
Clemente riprese. Sapete capitano, per cosa  famosa la badia di Montione?
No, dite.
Meno male che qualcosa non sapete. I monaci coltivavano degli arbusti che noi chiamiamo zizzoli. Ce ne sono parecchi, sono tutti piantati intorno alla badia.
Di questi tempi si raccolgono le loro bacche marroni: le zizzole o giuggiole, si chiamano cos. Sono buonissime, ma se si fanno appassire e poi bollire con vino e uva e un paio di mele, viene fuori tino sciroppo denso. Noi lo chiamiamo il brodo di giuggiole.
Non lo conosco questo brodo.
Visto? Nemmeno Plinio quindi lo sapeva. Allora quando torniamo, se torniamo, ve lo far assaggiare, Aureliana ha imparato a farlo buonissimo.
La voce di Clemente si era lievemente incrinata, il capitano gli pos una mano sulle ginocchia. Torneremo e ne berremo insieme.
Allora sarete nostro ospite.
Contateci e, Clemente, attento a voi, non dovete combattere, ma solo fare il vostro lavoro. Fate attenzione anche a lui.
Presteremo attenzione, non dubitate.
La fusta con a bordo Franois e le altre decine di piccole imbarcazioni erano partite da Pisa dopo lo scoccare dell'ora del coprifuoco. Alcune barche erano state modificate dai fabbri navali e vi erano state montate tre piccole bombarde e tre passavolanti. I capitani delle compagnie e gli anziani del governo avevano deciso di assaltare Montione, qualunque fosse il prezzo da pagare e di portare in citt tutte le riserve di granaglie. Sulle barche pi grandi, oltre agli uomini e alle armi, erano stati fatti salire cavalli da tiro e carri per movimentare i sacchi dai depositi, fino all'argine del fiume. Le avanguardie pisane avevano assicurato che i fiorentini non presidiavano lo scalo, ma montavano la guardia soltanto al portone dei depositi. Su barche grandi o piccole erano uscite nottetempo circa duecento anime: chi per dar battaglia, chi per muovere i sacchi, chi per tener quieti i cavalli e chi, come Clemente e Beniamino, che conoscevano i magazzini, per indicare quali merci muovere prima e quali eventualmente lasciare. Il terrore di tutti era che i fiorentini, pur di non cedere quelle ricchezze, decidessero di incendiare i magazzini prima che lasciarli preda dei pisani. Le guardie nemiche andavano eliminate in fretta e senza rumori. La silenziosa flotta si era radunata ed aveva mosso dalla zona del ponte di Mezzo. Molti degli uomini in partenza erano soldati arrivati coi capitani di ventura, ma altrettanti erano pisani, padri, fratelli, figli. Aureliana si era chiusa in un cupo silenzio, ma quando Clemente e Beniamino erano usciti di casa, si era accodata a loro. Setembrina era stata inviata a casa del Lante, dove anche Luisa stava in apprensione. Allo scalo, presso il ponte, ardeva un fuoco vivace: i bagliori delle fiamme e i loro riflessi nell'acqua scura tingevano di luci oblique i volti. Paura? Ardimento? Sfida? Qualunque fosse il sentimento che animava quegli uomini, non c'era luce sufficiente per capirlo dagli sguardi, dalle espressioni, dalle bocche chiuse e contratte. Aureliana si era chinata a terra presso il fuoco, aveva preso una manciata di cenere tiepida, l'aveva unita con un gesto sacrale con acqua d'Arno. Poi, aveva iniziato a spalmarla sul viso di Beniamino. Erano gesti lenti, quasi una carezza, quasi spalmasse uno di quegli unguenti dei monaci, facendo attenzione a non lasciare chiazze chiare. Il ragazzo si rimbocc le maniche e la madre prese a sfregargli anche le mani, le palme, gli avambracci, come fosse un rito, come se volesse memorizzare per l'eternit la superficie di quella pelle, la fragilit di quella carne, carne della sua carne. Beniamino si vergognava, ma non os sottrarsi; ad un cenno silenzioso, le barche mossero. Clemente si era girato una volta di troppo a guardare la moglie e, al momento di issarsi sul parapetto della fusta, era scivolato in acqua. Con rabbia si era rialzato dalla riva fangosa ed era salito chiudendosi in un mutismo totale.
La flotta, a colpi di remi, aveva iniziato a risalire la corrente e, oltrepassato il ponte di Spina, ultimo baluardo sicuro prima dell'ignoto, era iniziata l'avventura. Sulla sinistra l'argine erboso si era aperto mostrando la mole scura del convento di san Michele degli Scalzi e del suo campanile quadrato che pendeva verso l'Arno. Poi, dopo quell'ultimo segno di vita umana, intorno, solo umido e cannelle, strazianti grida di civette e cupi richiami dei gufi e la brezza tesa e fredda delle prime notti d'autunno. Il corso quasi rettilineo del fiume d'un tratto iniziava a piegare, dapprima in modo impercettibile, poi pi deciso fino alla grande curva di Oratojo, il luogo dell'approdo. Scesero per primi i soldati esperti ed equipaggiati leggeri: alcuni scalzi, con le camicie scure svolazzanti e con in mano spade, asce e pugnali. Poi furono fatti scendere i cavalli che, bendati e ben pasciuti, non opposero resistenza. Tocc ai carri e via via a tutti gli altri, marinai, soldati, operai. Le sei barche che montavano le armi da fuoco, furono ormeggiate e legate saldamente. Se fosse stato necessario avrebbero potuto colpire oltre l'argine, nella campagna, sparando direttamente dall'acqua. Clemente e Beniamino, malgrado non fossero combattenti esperti, sbarcarono coi primi perch dovevano entrare subito nei granai. Dal freddo e dai brividi del viaggio, di colpo il calore della tensione incendi le loro membra. Zitti, al buio, chini per non essere visti, i pisani sfilarono uno ad uno, percorrendo il mezzo miglio che separava l'argine dall'altura di Montione. Neanche un lume punteggiava l'oscurit, n in cielo n in terra, ed una luna velata lasciava a malapena intuire il cammino. Il complesso monacale di Montione aveva una sola porta d'accesso: tutto il perimetro era protetto da alte mura e sull'esterno si affacciavano
solo finestre e bertesche. Fu deciso di non attaccare l'ingresso principale, ma di scalare le mura dal lato opposto e sorprendere i fiorentini con un assalto simultaneo da dentro e da fuori. Dalle fuste erano state sbarcate scale da cantiere che furono innestate l'una all'altra e legate insieme; i primi che raggiunsero le mura le issarono nell'oscurit. Se pure tremolanti ad ogni passo, flessibili come i rami recisi dei salici, le scale permisero ai combattenti pisani di raggiungere una finestra. Uno ad uno, una ventina di assalitori spar oltre il davanzale, mentre il grosso delle forze si schierava nelle fosse e nei cespugli a poca distanza dal grande portale. Era stabilito che Clemente e Beniamino entrassero coi primi per ordinare il flusso dei carri: prima quelli col grano, poi la segale, l'avena, il sorgo, il miglio. Clemente respirava a fatica; non aveva armi se non due vecchi coltellacci. In teoria non doveva combattere, in pratica si ritrov a raccomandare l'anima sua e quella di Beniamino a quel Dio che faceva finta di non conoscere e che era pi in confidenza con sua moglie che con lui. Scosse la testa per la vergogna: non pregare mai e poi ritrovarsi a parlare con uno sconosciuto nell'alto dei cieli. Non fu fiero di s, ma sper che quella preghiera comunque arrivasse, tanto, in quella notte buia, nessuno lo poteva vedere o giudicare. Non un rumore, non un fruscio, il cuore sobbalzava nel petto e pareva volesse uscire. La mole delle mura di Montione costituiva una massa scura appena percettibile; di tanto in tanto un balugino, forse del fuoco dei fiorentini, pareva rischiarasse per un attimo quella notte di pece buia, umida e appiccicosa. Il capitano Franois lanci un'occhiata al Biccoli e questi rispose con un cenno di assenso: prima dovevano intervenire i soldati e poi i civili. Allora Clemente avvicin le labbra all'orecchio di Beniamino; quello che usc fu un flebile sussurro,
quasi un sibilo rabbioso: Stai attento, prima partiranno i soldati, poi al segnale partiremo io e te. Non ti muovere se non mi alzo io, non provare a muovere un passo senza di me!
Beniamino chin e fece intendere che aveva ben compreso. Clemente sospirava, il tempo sembrava avesse cessato di scorrere. Forse i soldati penetrati all'interno avevano trovato ostacoli, forse non erano riusciti a scendere in basso o forse erano stati aggrediti dai fiorentini... Maledetti fiorentini: a causa loro tutta la vita in esilio, la famiglia dispersa, suo padre bruciato, il suo onore ed il suo orgoglio perennemente calpestati, oltraggiati. Maledetti fiorentini che gli avevano distrutto la locanda, avvelenato la vita, che gli avevano fatto mangiare pane e fiele, che gli avevano rubato gioia e colore, che gli avevano reso la vita insopportabile e insulsa. Un'onda dirompente, alta, lenta, ma inesorabile. Un'onda che cresce e mai s'infrange, come quelle delle mareggiate invernali, quando i marosi si succedono imponenti ed incontrano il vento di tramontana, che si oppone al loro moto. Quelle onde che, quando acqua contro aria si spingono, si arrampicano in cielo, per poi precipitare in un'esplosione di schiuma rabbiosa: cos l'onda dell'odio e del risentimento, alimentati dal fuoco della paura, si ergevano in Clemente. Maledetti fiorentini, che anche in quella notte buia e fredda, lo costringevano lontano dal suo letto caldo. Maledetti, arroganti, usurpatori, maledetti, ora e nei secoli. Un grido improvviso, uno squarcio nel silenzio, acuto e doloroso come uno stilo che oltrepassa il cervello: il segnale. In barba a tutti i propositi, Clemente balz dal proprio riparo e, come una furia, prese a correre tra i primi. Non si cur delle sue armi spuntate, non si preoccup del figlio, non rispett gli ordini. In quell'attimo di meditata follia, anni di patimenti e frustrazioni rotolavano a valle in modo rovinoso: l'ora del riscatto era giunta. Baluginio di lame, corpi a terra, tizzoni sparsi. Urla, nomi chiamati per verificare dove la vita fluisse ancora e dove si fosse interrotta. Risposte gridate, silenzi tetri. Poi, dopo un attimo di quiete, suoni diversi e mai uditi prima: le preghiere dei vinti, subito spente dal calar di un fendente. Appagante l'idea del riscatto, appagante la fierezza e l'orgoglio che deriva dall'azione. Clemente percep la fredda morte in quella notte cupa, fredda eppure seducente. Poi, un calore sal dal basso, una sensazione piacevole, un'onda benefica che fece scaturire il sorriso, ma fu per poco. Sangue, caldo, fumante: colava fra le pietre, lordava i piedi a Clemente e a quelli con lui. Calore innaturale quello che sale dalla terra fredda, calore di corpi esanimi che pagano il loro tributo, calore che non scalda, se non per un attimo, ed  subito brivido e terrore. Un colpo di tosse, un conato, orrore e terrore e di corsa a vomitare amaro e a pulirsi i piedi nell'erba umida. Lacrime, vergogna e un enorme vuoto nella testa, una mancanza: Beniamino!
L'azione era stata fulminea, forse Clemente non aveva neanche portato un colpo; si era scontrato con un corpo in fuga, l'aveva trattenuto poi gli si era afflosciato fra le braccia come un sacco vuoto. Non importava se avesse ucciso o avesse contribuito a farlo: era l, lordo di sangue vischioso, ancora una volta incapace di gestire la sua rabbia e per questo, ancor pi infuriato. Uno strattone, un grido. C' bisogno di te, Beniamino  gi dentro!
Oltre il grande portone della fortificazione, una rampa di scale in pietra portava sul sagrato della chiesa: a destra, si apriva una volta che immetteva all'interno del chiostro e dei granai. Padre e figlio, occhiate torve. Poi ordini, consegne: prima il frumento, poi la segale, l'avena, il sorgo, il miglio. Sacchi a  centinaia, migliaia.
Franois aveva inutilmente cercato di trattenere Clemente. Si sentiva militarmente responsabile di tutti quei suoi nuovi concittadini, ma nutriva anche un sincero affetto per le persone che conosceva meglio. Era stato suo preciso intento proteggerli, ma quell'uomo sempre sorridente e gentile, il padre di quella bimba cos bella, era schizzato in avanti con la velocit del fulmine. Ora tutto era finito e per parte pisana si contava un solo ferito, non grave. Centinaia di mani mulinavano in silenzio sacchi e corde, carri partivano e tornavano: un immenso formicaio umano nel cuore della notte. La porta della chiesa era socchiusa, il capitano spinse ed entr. Se fuori era buio, dentro pareva che il diavolo avesse rubato la luce per sempre. In lontananza solo un lieve pallore, meno della luce di una lucciola, sembrava rilucesse a terra. Franois avanz, urt una sedia, sguain la spada e la us come prolungamento del suo braccio, per percepire ostacoli davanti a lui; poi, dopo molti passi, giunto al presbiterio, vide nel transetto di destra un piccolo moccolo emanare una pallida luce. Si chin, prese l'esile candela e l'alz. Altre candele, ceri sull'altare, una cassa: ancora candele. Ne accese una e poi un'altra: tiepide gocce cadevano sul pavimento e subito fungevano da collante per sostenere la sorgente da cui quella stessa cera era scaturita. Una luce, due, tre, decine. Franois accese frenetico tutti i lumi che trov, poi, lentamente, torn sui suoi passi ed usc dalla chiesa accostando il pesante portone. Un respiro nella fredda notte e poi un altro, quasi come un battesimo, una purificazione: spalanc la porta, un attimo di sosta sulla soglia ad occhi chiusi, e poi, fu di nuovo dentro. Pietra, nuda, ruvida e pur armoniosa: due pareti si alzavano altissime e non era possibile scorgere il soffitto. Nel paramento murario
si percepivano esili finestre, insufficienti forse anche di giorno, ad inondare di luce quello spazio, del tutto inutili in quella notte. Davanti a s, per terra e sull'altare, rilucevano decine di fiammelle ed il fumo denso saliva verso l'alto. Quella luce ondeggiante rendeva tremulo tutto il presbiterio, l'abside a semicerchio, i due rami dei transetti che si percepivano come antri oscuri. Avanz, non c'erano pareti intonacate o dipinte, solo pietra su pietra sapientemente legata; istintivamente si sedette nella panca pi vicina all'altare. Una lieve nota di incenso aleggiava in chiesa, forse risvegliata dal calore delle candele, calore insufficiente, eppure Franois era madido di sudore. Il capitano chiuse gli occhi: candele, luce tremula e fioca, eppure accecante rispetto alla sua anima scura. Aveva appena privato due uomini della loro vita, due nemici. Ma chi era lui per dispensare vita e morte, per decidere chi dovesse vivere o perire? Gli avevano sempre insegnato che quello spettava solo a Dio. Dov'era Luisa in quella notte di morte e saccheggio? Cosa ci faceva lui in quella chiesa? Ogni volta era diverso eppure sempre uguale: si illudeva che combattere fosse naturale e giusto, ma dopo il suo sconforto era immenso. Quanto era bella quella chiesa! Perch non aveva potuto visitarla di giorno, magari soffermarsi e farne un disegno, studiare le sue pietre, le sue decorazioni? Si sentiva un ladro nella casa di Dio, rubava pace e conforto, rubava emozioni e conoscenza, rubava e uccideva: che vita era la sua? Pianse. Le mura del transetto di sinistra sostenevano un alto campanile. Visto dal basso, quello spazio scuro di cui si poteva solo immaginare la sommit, gli fece paura; di colpo si sent fragile, forse inutile, le sue certezze vacillarono. Era nella casa del Signore, ma si sent sull'orlo di un precipizio; gli parve che mani invisibili lo arpionassero per trarlo agli inferi,
che il suo respiro venisse meno e allora cerc di sentirsi vivo, di reagire. Soffi con violenza sulle fiammelle, le spense tutte ed usc da quella tenebra. Fuori, almeno, i rumori e le voci sommesse dei pisani gli confermarono che c'era ancora vita.
Le imbarcazioni cariche all'inverosimile discendevano il fiume. Era pericoloso perfino muovere i remi: il beccheggiare, o il rollare, poteva portare l'orlo delle barche sotto il pelo dell'acqua. La corrente sostenuta dell'Arno era sufficiente a ricondurre quella flotta in citt e poi, il tutto, avveniva senza sciabordi o tonfi ed il silenzio era un ottimo alleato. Le fuste si accodarono l'una all'altra; le prime ad entrare in citt furono quelle coi carriaggi ed i cavalli. Dal ponte di Spina fu dato il segnale che i concittadini tornavano: una dopo l'altra le barche scaricarono allo spalto di san Nicola. Per le vie di Pisa, carri, carriole, tavole, assi da letto usate come barelle, tutto era utile per spostare il carico verso i magazzini; all'alba ancora si lavorava. Al ritorno della spedizione, Aureliana non era uscita: il passaparola l'aveva rassicurata sulla sorte dei suoi cari, ma ora il sole era sorto e Setembrina era sveglia da tempo. Di fronte a loro, per la via di san Frediano, volti stanchi, occhi cerchiati, ma anche serenit, quella di chi ha compiuto il proprio dovere. In un panno quadrato e legato per i quattro angoli, del pane e del formaggio per i suoi, nel cuore ansia e speranza. Tutto si sciolse quando entrarono nel grande magazzino: Setembrina corse ad abbracciare il fratello, Aureliana prov ad avvicinarsi al marito, ma l'orrore la ferm. Spettinato, con le vesti lorde di sangue, la pelle del viso e delle braccia incrostata di terra e umori, Clemente emanava un lezzo terribile, ma quello che aveva fermato la donna era stato lo sguardo: colpevole, implorante il perdono,
sguardo afflitto di un uomo tanto generoso, quanto scellerato. All'alba dell'undicesimo giorno di ottobre i magazzini pisani erano ricolmi di grani e farine, l'animo di Clemente era vuoto e grigio. Beniamino era ancora scuro in volto per il nerofumo, suo padre anche pi sporco, ma Setembrina, aveva avuto il coraggio di baciarlo. Per lei tutto era un gioco e quei camuffamenti, uniti alla gioia di rivedere i suoi cari, la facevano sorridere felice. Aureliana pos il fagotto col cibo su un ripiano, abbozz un sorriso; Clemente mosse un passo, ma lei lo gel con lo sguardo. Forse ci fu perdono o solo commiserazione, forse fu solo sollievo. La donna si volse a Beniamino, voleva abbracciarlo, ma quello con un gesto supponente le sorrise e la tenne lontana. In quel mattino di pace apparente con gli odori dei sacchi e delle farine che impregnavano la mente, Aureliana si trovava con un figlio che stava per diventare uomo e con un marito che, ai suoi occhi, uomo non sarebbe mai stato.


Capitolo 16.
Pisa dal 12 ottobre 1495 al 1 gennaio 1496.

La Lega che si era formata tra gli stati italiani per contrastare le ipotetiche mire di Carlo ottavo di Valois, ormai non aveva pi ragione di esistere: il re era rimpatriato ed ogni principato, repubblica o signoria, aveva ripreso a guardar male i propri confinanti. Nuove alleanze, nuovi patti venivano ora stretti e sanciti e, per molti stati, era imperativo contrastare la forza e l'arroganza di Firenze: repubblica con molte possibilit economiche e, dunque, molto pericolosa. Ambasciatori, vecchi e nuovi, chiesero il permesso di porre quartiere in Pisa; non passava giorno che buone notizie giungessero in citt. L'imperatore Massimiliano d'Austria invi centoventi cavalieri alemanni, cos come Ludovico il Moro, signore di Milano, invi oltre seicento fanti tedeschi. Agli inizi di novembre, alla foce dell'Arno, una fusta di grosse dimensioni, salpata da Genova, recava oltre duecento soldati di professione e i rispettivi ufficiali. Una volta sbarcati gli aiuti, invece di tornare in patria, il capitano della nave si mise al servizio di Pisa con tutto il suo equipaggio. La grossa fusta, con le due galee che erano state varate in Pisa, costituirono il primo esiguo nucleo di una flotta destinata a crescere e a vegliare sul mare affinch nessun vascello nemico osasse avvicinarsi alle coste. Quanto ai rapporti dei pisani con la guarnigione francese, si erano ormai consolidati, al punto che il capitano Franois, anche animato dal sentimento verso Luisa e dal desiderio di sentirsi cittadino di quel luogo, organizz presso la Fortezza Nuova una cena, alla quale invit i governanti e molte delle famiglie pi in vista. Per tutti gli invitati quella fu l'occasione di entrare per la prima volta nella piazza d'armi e molto scalpore fecero le strutture che, in origine, i fiorentini avevano edificato per volgere le proprie armi contro la citt. Se ne parlava da decenni, ma nessuno le aveva mai viste e, toccare con le mani gli affusti delle bombarde pronte a seminare morte e terrore, indusse i pi a rivolgere una parola al cielo. In quei giorni il governo si risolse di riaprire la zecca. Le casse dello stato erano colme dei denari confiscati ai fiorentini, ma essere indipendenti e dover maneggiare soldi stranieri, non pareva onorevole. Avendo Firenze, quasi cento anni prima, vietato a Pisa di coniar moneta, non c'era in citt pi zecca, fornace o maglio per la battitura e cos da Lucca vennero dei maestri coniatori. All'angolo fra la via di san Frediano e quella delle Tavolerie, una delle case che era rimasta diroccata, fu riattata e usata come forgia e come zecca. All'inizio furono fusi i fiorini d'argento delle casse dello stato, poi, man mano che la riserva dei nuovi soldi cresceva, fu chiesto ai cittadini di versare i propri averi e, al giusto cambio, venivano restituite le monete pisane. Clemente, seduto davanti al camino, teneva una moneta in mano e quando Aureliana ebbe finito di rassettare, si riunirono tutti intorno al fuoco.
Allora ascoltate bene, ogni lira d'argento vale venti soldi ed ogni soldo corrisponde a dodici denari. Chiaro?
Chiaro, ma facci vedere i soldi nuovi.
Buona, Setembrina, dopo te li faccio vedere. Ora attenzione, Beniamino stai attento che queste cose ci servono al magazzino. Questo sistema di lire, soldi e denari, servono come riferimento per stabilire il prezzo del grano, la paga di un maniscalco o quella di una donna, come la mamma, che fa servizio alla concia. Di fatto per, la zecca ha coniato i grossi, i mezzi grossi e i quattrini che valgono un quarto di grosso. E siccome un grosso pisano vale come quarantotto denari, ovvero quattro soldi, per fare una lira ne servono cinque!
Clemente spesso si sentiva incompreso, soprattutto dalla moglie, ma in quel momento la sua famiglia lo guardava con diffidenza e forse con astio: tutta quella faccenda di avere un sistema di riferimento e poi usarne un altro, non era comprensibile. Decise di lasciar perdere per il momento e infil una mano in tasca. Apparve un borsello che tintinnava, sciolse lentamente i legacci e si rovesci sul palmo della mano alcune monete nuove e lucenti. Su tutte, grandi e piccole, campeggiava l'effige della Vergine Maria e sull'altra faccia la croce pisana. Ognuno dei Biccoli prese a rimirarle, toccarle, a farle suonare due a due nel pugno chiuso: era la prima volta che i soldi assumevano un valore cos importante. Clemente spieg poi, che c'erano le monete d'oro, ma che raramente circolavano nella vita di tutti i giorni e casomai ce le avevano i ricchi, ma soprattutto servivano da deposito nelle casse della citt. Clemente era contento, ne aveva pochi, ma quei nuovi e lucenti dischi d'argento erano belli: lo rendevano orgoglioso, erano stati fusi in quella che un tempo era stata la sua casa e la locanda di suo padre. Aveva deciso che avrebbe sempre tenuto un quattrino in tasca: camminando avrebbe potuto soppesarlo e rigirarlo tra le dita, quel legame con i suoi vecchi affetti lo faceva stare bene.
Luisa ed il suo capitano si erano incontrati sopra la fornace, i fuochi dabbasso erano accesi.
A cosa pensi, Franois?
A Raphael, mi ha sempre accompagnato in ogni mio spostamento, in ogni mia avventura e ora, dobbiamo separarci.
Franois giaceva sul fianco destro e cingeva Luisa che si era addossata a lui, seguendo il contorno del suo corpo. Avevano fatto l'amore con calma e libert, ormai era chiaro a tutti come stessero le cose e nessuno aveva mai opposto argomenti o interessi. Luca del Lante, dopo la notte scellerata in cui aveva gettato la figlia nelle mani del re, era morto ai suoi occhi.
Ma questa gotta  cos pericolosa?
Non  pericolosa Luisa, ma non si sa come curarla e lui, in quello stato, non  utile n all'esercito n a se stesso. Domani arriver la nave da Genova con il carico di aiuti e lui si imbarcher, cos potr tornare a casa.
Sai che Raphael  innamorato della mia amica Benedetta?
So che Benedetta  innamorata di Raphael, lui forse...
Forse cosa?
Forse, niente.
Si spost leggermente e le chiuse la bocca con un bacio, dapprima scherzoso, poi pi intenso, profondo. Franois sent tutta la sua essenza scivolare verso l'anima di quella donna, cos bella, cos soave, cos forte, eppure cos fragile.
La mattina del giorno seguente una piccola barca manovrava di fronte alla Fortezza Nuova. Il sole sorto da poco era ancora basso sull'orizzonte e l'ombra che il ponte di Spina Alba proiettava sulle acque e sugli argini si estendeva anche all'approdo. Le sterpaglie sulle rive del fiume avevano il piede imbiancato dalla brina: l'autunno stava regalando giornate assolate e limpide, ma durante la notte si formavano sottili strati di ghiaccio nelle pozze e la rugiada gelava sugli steli d'erba. Il barcaiolo si teneva al centro del fiume, almeno il sole poteva scaldarlo un poco. La porta della fortezza che dava sul ponte si apr, ne uscirono quattro barellieri ed altri soldati; piegarono tutti verso il piccolo molo e scesero il sentiero inclinato. Raphael Artaldo de Materiat, amico ed attendente del capitano Franois, veniva tradotto sulla barella; la piccola barca lo avrebbe condotto fino alla foce dell'Arno e da l avrebbe ripreso la via del ritorno verso la Francia, sulla nave genovese. Ci furono saluti ed abbracci, ma non ci fu commozione: non si doveva lasciar trapelare sentimenti di fronte ad altri soldati. Nel cuore dei due amici albergavano umori contrastanti: chi dei due avrebbe avuto la sorte migliore? Pisa poteva essere la citt ideale dove iniziare una nuova vita, ma poteva trasformarsi in un attimo nel luogo dove perderla. Nessuno dei due poteva saperlo e quel sentimento di incertezza rendeva il distacco meno doloroso.
Abbi cura di te Raphael.
Non temere, io torno a casa, piuttosto te stai attento, la situazione cambia ogni momento e poi...
Poi?
Raphael fece cenno all'amico di avvicinarsi. Attento a Luisa, sposala, portala via da qua. Benedetta  una brava ragazza, ma a casa mi aspetta un matrimonio combinato da mio padre. Te, invece, ormai sei un ramingo e puoi decidere della tua vita, cerca di spenderla bene.
Franois abbozz un sorriso. Lo far.
La piccola barca con l'infermo e altri quattro soldati, si stacc dal pontile e prese a scendere il fiume.
La corrente non era impetuosa, ancora non c'erano state grandi piogge e, anche se il livello e la forza delle acque erano saliti rispetto al mese precedente, la navigazione era tranquilla. Raphael sarebbe giunto alla foce senza problemi e poi sarebbe scomparso, forse per sempre. Era passata circa un'ora da quel commiato e cupi pensieri mulinavano ancora nella mente di Franois, quando la campana delle adunate fece sentire la sua voce. Il capitano si sent solo senza il conforto dell'amico; esit, ma poi sal a cavallo e prontamente usc dalla Fortezza Nuova seguito da una decina dei suoi. Per strada, uomini che correvano all'adunanza e donne riunite in capannelli a commentare gli eventi.
Nella piazza delle Sette Vie non si parlava d'altro: la piccola barca, con sopra il caro Raphael, era stata attaccata da un manipolo di mercenari al soldo di Firenze nei pressi della sponda dei Caetani. I nemici, appostati tra le cannelle della riva sinistra, avevano esploso alcuni colpi di moschetto: il barcaiolo era caduto in acqua e forse altri erano rimasti feriti. I superstiti avevano manovrato spostandosi verso la riva opposta per approdare sicuri. L'allarme era stato dato da altre barche che transitavano in quel momento. Quante erano le perdite? Raphael era vivo? Ma soprattutto, si trattava di un'imboscata isolata o il nemico era giunto alle porte della citt? Pisa era in armi; gli accessi furono sbarrati, le artiglierie preparate, le compagnie schierate. Un paio di piccoli navicelli scesero il fiume tenendosi sempre appresso alla riva destra e raggiunsero la barca che aveva subito l'agguato. Fu lanciata una cima ed inizi il viaggio di ritorno. Il barcaiolo e due dei soldati francesi erano morti: il primo era caduto in acqua, i due cadaveri erano rimasti a bordo e nella barca sciabordava, caldo e schiumante, il sangue perduto. Raphael incolume, ma immobile sul fondo della barca, era lordo del sangue amico.
Un colpo di bombarda fu sparato verso la citt dai campi paludosi, fuori porta a Mare. Poi un altro. Colpi a caso, colpi cadenzati. Dalle fitte cannelle ogni volta si levavano colonne di fumo e palle di pietra sibilavano, schiantandosi poi per strada o sui tetti. Quella tattica infruttuosa continu per tutto il giorno; i pisani si facevano quasi beffe della scelleratezza dei nemici, ma sottovalutarono il pericolo. Quei colpi ripetuti ebbero l'effetto di tenere le milizie pisane chiuse entro le mura, mentre fuori andava armandosi un esercito numeroso. Alla sera del cinque dicembre, giorno dedicato a san Saba Archimandrita, i colpi di bombarda e passavolante si intensificarono. A volte ravvicinati, a volte sincroni, gli scoppi e il sibilo dei proiettili ebbero pian piano l'effetto di terrorizzare la citt. L'oscurit era calata velocemente, uscire ed affrontare il nemico era impensabile, si doveva attendere mattina e la notte si profilava piena di insidie. Gli ordini iniziarono a fioccare contrastanti: fu comandato di ammassare le forze sulla piazza di san Paolo a Ripa d'Arno, al bastione Stampace e lungo le mura, fra porta a Mare e porta sant'Antonio, ma le palle che cadevano mietevano vittime fra le schiere compatte. Furono sciolti i ranghi, furono allestiti o cercati ripari: era la guerra, che iniziava male e nessuno sapeva bene come combatterla. Ansia, paura, tensione, necessit di capire come il nemico fosse schierato, necessit di nascondersi, ripararsi, sopravvivere. La citt era muta, le artiglierie pisane rispondevano ai colpi mirando laddove si scorgevano i bagliori delle bombarde nemiche. Lampi di luce abbaglianti squarciavano l'oscurit e davano, per un attimo, l'illusione di sconfiggere le tenebre, ma subito, gli occhi feriti da tanto brillio, tornavano a brancolare ciechi nella notte. In citt si respirava ovunque un fumo acre che portava l'odore della polvere da sparo, l'odore della morte. Quello che per offendeva di pi era il rumore dei colpi: tuoni sordi, brontolii, alcuni pi acuti, quando le mitraglie di calibro piccolo sparavano ferraglia; altri, cupi, sembravano provenire dalle profondit della terra, come se tutti gli esseri degli inferi gemessero insieme. Ogni colpo faceva vibrare l'aria e veniva percepito nel petto e alla bocca dello stomaco. Sincrono al rumore, il cuore perdeva ogni volta un battito, ogni addome fremeva per una stretta improvvisa.
Aureliana stava nel letto e teneva le mani sopra le orecchie di Setembrina, mentre Lanciotto guaiva sotto il letto. Clemente e Beniamino erano al magazzino dei grani; non avrebbero combattuto, ma il loro posto era quello. Luisa, chiusa nella sua camera, aveva accolto la sorella pi piccola; anche se non andavano troppo d'accordo, quello non era il momento delle divisioni. La campana delle ore non suon e neppure quella del coprifuoco fece sentire la sua voce: non si potevano dare punti di riferimento al nemico e le fiaccole e le lanterne furono spente, o comunque ridotte a piccolo lume. Per la prima volta, il serpeggiante sentimento di paura prese a strisciare per le strade, si insinu fra gli stipiti, sotto le soglie consunte, si un agli spifferi di finestre malmesse; non c'era luogo sicuro, non c'era luogo scevro dal pericolo. Non ci fu nessuna tregua, il martellare dei colpi divenne poco a poco un rumore consueto, qualcuno trov il sonno, qualcuno la morte, colpito dalle schegge o sepolto dalle macerie. Nella zona a Sud Ovest di Pisa erano affluiti carri con tini e fiasche pieni d'acqua; una catena umana armata di secchi si snodava dall'Arno fino alle case della zona, ogni palla nemica poteva
innescare un incendio, ogni colpo poteva seminare morte. L'alba invernale arriv tenue e insicura, il sole sorse a destra della Verruca, velato e pallido. Non faceva pi freddo come i giorni precedenti e da occidente stormi di gabbiani e cormorani penetravano la terraferma sfuggendo al mare: presto ci sarebbe stata burrasca sulle acque e forse i temporali sarebbero arrivati fino in citt. I capitani delle compagnie e i governanti pisani avevano tenuto un consiglio per tutta la notte: volti tirati, modi bruschi e decisi, ognuno andava ad occupare il posto che gli spettava: la guerra era arrivata in citt.
Se un esercito di uomini si apprestava a combattere, quello delle donne era in allerta da diverse ore. Fagotti di panno, ceste, bottiglie e fiaschi, il rifornimento per i combattenti era pronto e sin dalle prime ore di luce, una teoria di mogli, sorelle e figlie si era mossa spontaneamente per portare le vettovaglie. Luisa era scesa in cucina ed aveva preparato pane, formaggio ed insaccati per Franois; era uscita sotto lo sguardo impietrito del padre e supplicante della madre, ma non avevano osato fermarla. Scendendo per il lungarno, verso la chiesa di san Paolo a Ripadarno, si un al corteo di altre come lei, tutte avvolte in scialli e mantelli o con pezzole e cuffie in capo. L'aria umida faceva sembrare i suoni pi nitidi, pi vicini e anche se il passo era deciso, nel cuore, il tumulto e la paura, si fondevano in una morsa dolorosa. Le prime timide gocce d'acqua caddero sparse e distanti l'una dall'altra: erano portate dal vento, raccolte chiss dove e seminate a caso su quella citt assediata, ma nessuno se ne curava. Con l'aumentare del chiarore mattutino i colpi dell'artiglieria si erano intensificati e l'ordine preciso di tenere lontani i cittadini, imped alle donne di recapitare gli alimenti. Ferme, assiepate nei pressi del monastero delle benedettine, scrutavano il cielo. Le alte mura del convento separavano vite e destini: dentro, donne al servizio di Dio per scelta o imposizione, talvolta per vocazione. Fuori, donne al servizio della citt e dei mariti, dei fratelli o dei figli, per amore, solo per amore. Intanto le folate di vento si placarono, le gocce si fecero compatte; obliqua e battente cominci a martellare la fredda pioggia di dicembre. Sul pelo dell'acqua dell'Arno, milioni di cerchi nascevano, si incrociavano e morivano lasciando il posto ai nuovi. La pioggia, che batteva forte sul cappuccio del mantello, produceva un rumore sordo che isol Luisa e quasi la faceva sentire sola. I colpi di bombarda cessarono: le polveri erano mal gestibili sotto la pioggia. Il folto gruppo delle donne ondeggi, si mosse; potevano passare. Voci, sussurri, bilanci: il numero dei feriti era imprecisato, qualcuno era morto, un moschetto era scoppiato al momento dello sparo, in tre avevano avuto ferite. Poich i francesi erano raggruppati verso il bastione di Stampace, Luisa travers lo spalto di san Paolo e si diresse verso le mura. Anche sotto la pioggia, anche col capo chino ed il volto coperto dal cappuccio, la sua presenza non era passata inosservata e tanto gli uomini che le donne, si scostavano un poco al suo passaggio. La donna pi bella della citt, il sogno di ogni cittadino e l'invidia e l'ammirazione di ogni cittadina, era l, coi piedi nel fango e la veste inzaccherata, come tutti gli altri. Se Luisa era sempre stata considerata bella ed inarrivabile, quasi irreale e addirittura impalpabile, il vederla passare tra le cataste di legna, tra le tende delle compagnie, nei rigagnoli creati dalla pioggia, la rendeva ora vera ed autentica e, se possibile, pi bella. Le voci si rincorrevano veloci e dal camminamento sopra le mura verso porta a Mare, il capitano Franois d'Azay d'Entraigues sur Sourgue in Provenza, francese di nascita ed ora pisano per amore, era sceso nello spiazzo incontro alla sua donna. La pioggia si era fatta martellante ed il cielo, poco prima rischiarato dall'alba, era di nuovo color piombo.
Cosa fai qua?
Non cercare di rimproverarmi, ti ho portato da mangiare; ce n' un po' di pi, anche per gli altri.
Franois sorrise ed allung una mano, spostando dietro l'orecchio di Luisa, una ciocca di capelli affastellata dalla pioggia. Vieni!
La prese per mano e fece per condurla verso le stalle dei cavalli che avevano, almeno, le tettoie di legno. Camminava avanti a lei e saltava le pozzanghere sempre tenendola per mano, cos giunsero sotto il primo riparo, dove decine di cavalli legati stretti ai pali traversi delle baracche, creavano col loro respiro, piccole fluttuanti nuvole di vapore. Luisa tir indietro il cappuccio e scopr il suo bel viso, sorrise con aria complice e si sfil un fagotto dal braccio porgendolo a Franois, quando, uno dei colpi sordi della bombarda nemica, ruppe il monotono battere della pioggia. Ne segu un altro, ma le gocce d'acqua, col loro battere incessante rendevano tutto confuso e distante. La donna fiss i sui occhi in quelli del capitano e lui si perse in quella beatitudine; il rumore della grandine, improvviso, pi forte e pi secco, picchi sul legname del tetto. Gli occhi di Luisa si aprirono per la sorpresa, il respiro si ferm un attimo e poi parve riprendere; la donna assunse un'espressione strana, quasi stesse per porgere una domanda al suo uomo, ma nessun fiato le usc dalla bocca. La grandine era arrivata e scomparsa in un attimo, nessun sibilo, nessuno schianto, solo un'improvvisa ondata di grandine. Luisa si era chinata in avanti e, nell'attimo di un battito d'ali, si ritrov poggiata al petto del francese.
Franois fece per abbracciarla, ma percep che quel corpo stava scivolando verso terra, la cinse in vita con un braccio e con l'altro le sostenne la testa. Luisa, che fai, Luisa!
Un calore improvviso s'impadron della sua mano colando dentro la manica della giacca: sangue sul collo, sangue tra i capelli, sangue ovunque.
Perdio, aiutatemi!
Cerc di adagiarla a terra fra la sporcizia della stalla e chinandola le sostenne il collo: qualcosa di ruvido e caldo gli rig il palmo della mano. Luisa respirava a fatica ma era vigile ed il suo sguardo implorante urlava un muto e straziante dolore. Accorsero, comparve un carro; in un attimo fu sul pianale e via di corsa trainati da un cavallo schiumante. Il portone del convento delle suore di san Benedetto era sbarrato, ma a calci e pugni le sorelle furono convinte ad aprire. Gli uomini restarono fuori, solo Franois nell'atrio, Luisa dentro. Fu adagiata in una stanza tanto buia quanto fredda, nei suoi occhi mantelli, croci, volti pallidi, labbra sussurranti incomprensibili preghiere. Le parve di stare meglio, un attimo prima era davanti al suo capitano, dov'era sparito, ora che si sentiva cos debole? Dov'erano quegli occhi cos dolci? Una mano, poi un'altra, la voltarono, la sollevarono; una sorella pi robusta delle altre aveva le maniche rimboccate e le dita freddissime: la ispezion sporcandosi le mani e le braccia nude di sangue gi rappreso. Dietro il collo, a sinistra, una scheggia di metallo era conficcata fra la spina dorsale e l'orecchio. La suora
lo tast e a gesti fece intendere alle altre che quella era la causa del sanguinamento e che l'avrebbe tolta. Fu un movimento secco, rapido: Luisa si irrigid, poi
il suo corpo si fece molle, il sangue cominci ad uscire a ondate seguendo il ritmo del cuore, ormai molto lento. Lino, stoffa immacolata fu pressata sulla ferita,
quegli occhi vivi, che avevano fatto innamorare tutta la citt si fecero vitrei, lo sguardo si dissolse, al suo posto, il gelido volto della morte. Fu chiamato il capitano, entr furente e prese Luisa tra le braccia: come poteva essere morta? Il suo corpo era ancora caldo, la sua pelle continuava a sudare e a trasmettere calore, muovendola e tastandola pareva che dai polmoni uscissero ancora aria e i rumori del respiro, ma nessun cenno, nessun movimento, nessun sorriso...
Tempo di guerra, tempo di morte. In molte chiese della citt si celebravano funerali, spesso di pi persone insieme, ma per Luisa fu diverso. La piccola chiesa di santa Cristina conteneva a mala pena i parenti e gli amici pi cari, ma fuori, sullo spalto, sull'argine, in acqua assiepati, sulle barche fino alla sponda opposta, alle finestre dei palazzi, sui tetti delle case, ovunque persone, ovunque occhi lucidi in quel freddo e umido pomeriggio di dicembre. Tre giorni prima la morte aveva colto la donna pi bella della citt. Il furore del capitano Franois era stato tale che, al comando dei suoi uomini, era uscito dalle mura all'improvviso, per sbaragliare il nemico forse, per cercare anch'esso la morte, di certo. Colti di sorpresa, di fronte ai duecento cavalieri lanciati senza freno e poco dopo raggiunti dalle altre compagnie, i mercenari al soldo di Firenze avevano abbandonato le loro posizioni. Corpi, sangue, armi abbandonate fra le cannelle: non un prigioniero, solo cadaveri, non un atto di clemenza, solo vendetta. Alla sera del sei dicembre, Pisa aveva sbaragliato il nemico; l'assedio era durato meno di un giorno, poco aveva risolto, molto aveva preso.
Luisa giaceva su un baldacchino di stoffe davanti ai volti impietriti dei suoi cari. Setembrina aveva intrecciato pianticelle di borragine: i sottili steli rossastri
sostenevano centinaia di stelle azzurre e la piccola aveva guarnito tutto il cuscino su cui era poggiato il capo della povera Luisa. Di solito non si permetteva ai bambini di vegliare i morti, ma non c'era stato verso di dissuadere Setembrina e, alla fine, sua madre Aureliana l'aveva lasciata fare. La porta del convento delle Benedettine si era aperta tre giorni prima: Luisa era entrata viva e ne era uscita morta. Ora ci tornava per restarvi per sempre: le suore avevano donato di loro iniziativa una sepoltura nel pavimento della cappella, sarebbe stata la sua dimora, fino all'oblio.
I giorni che seguirono furono tranquilli e tristi al tempo stesso: la vita aveva ripreso il suo fluire, la guerra aveva solo sfiorato la citt, ma come il rapido morso del lupo, aveva lasciato segni indelebili e solchi profondi. Verso il mezzogiorno del venti di dicembre, Clemente Biccoli rientrava a casa dal magazzino, insieme a suo figlio Beniamino. Sulle gradule del palazzo stava seduto il capitano francese e, legati ad un anello, due cavalli e un mulo. Sul basto di quest'ultimo, robuste cinghie di cuoio fissavano un grande baule di legno.
Salute, capitano.
Salute a voi, Clemente, salute, Beniamino, vi aspettavo.
Il ragazzo sorrise felice ed il padre riprese. Eccoci, al vostro servizio, ma come mai il baule? Sembra che siate in partenza.
Cos , infatti.
No, no, no capitano, venite dentro che ne parliamo.
Il francese cerc di opporsi, ma Clemente lo trascin in casa; Aureliana aveva lasciato la tavola apparecchiata e da l a poco sarebbe rientrata dalla concia col pranzo per tutta la famiglia. Sedete, sedete, capitano, vi verso un poco di vino.
No, Clemente, ascoltate. Sono in partenza, la libert di Pisa mi sta a cuore, ma capite anche voi che non ho motivo di restare. Ho sognato e sperato una vita diversa, ma forse non avr mai una vita diversa da questa. Il governo della citt mi ha offerto un compenso per lasciare la Fortezza Nuova, ho accettato e Pisa avr il controllo su tutte le strutture militari, niente pi francesi in giro, niente, pi niente.
Il giovane aveva abbassato gli occhi a terra e Clemente non aveva trovato n coraggio n parole per replicare.
Il capitano riprese. Sono venuto a cercarvi, alcuni dei miei sono morti negli scontri, ci avanzano dei cavalli ed uno ve lo reco in dono.  un puledro,  nato qui, voglio che resti qui. Con me siete sempre stato gentile, la vostra famiglia  quello che di nascosto ho ammirato e forse desiderato, vi porter con me ovunque pogger i miei occhi, prendete il cavallo e fatene buon uso, io...
La frase era rimasta a mezz'aria, Aureliana e Setembrina erano entrate ed avevano udito l'ultima parte del discorso. Le lacrime rigavano le guance della donna, la piccola era seria, ma il suo sguardo era altero e duro. La morte di Luisa l'aveva mutata, era sempre silenziosa, remissiva, ma si capiva che celava un ardore ed una rabbia che prima o dopo, sarebbero esplosi: serbava fuoco sotto un manto di cenere. Ci furono abbracci, lacrime, un pane di segale fu avvolto in un panno e donato a forza al francese. Sul portone del possente palazzo, la famiglia Biccoli muta e triste; eretto ed elegante sul suo cavallo, il capitano francese ed il suo famoso baule, sparivano dietro lo spigolo della chiesa, questa volta, per sempre.
Il primo giorno di gennaio dell'anno del signore
1496, i pisani si radunarono intorno alla loro maestosa cattedrale. Il clero, dopo aver benedetto le reliquie e le immagini sacre, usc in processione e tutta la citt si un. Non c'era baldanza, semmai timore e questo accresceva quel senso di ansia e superstizione, che molti gabellavano per fede. Il corteo era silenzioso, quasi fosse quello di un funerale. Il fiume di gente si rivers per le vie della citt e giunse alla Fortezza Nuova, ormai lasciata vuota dai francesi. Non tutti riuscirono ad entrare, ma una posizione di privilegio fu lasciata ai fabbri del mare e ai carpentieri. La torre quadrata, che vantava punti di mira verso la citt e che si trovava al centro della Fortezza, fu circondata dal popolo pisano. Si inizi a smurare le pietre ad altezza d'uomo e, col lavoro di molti, le mura vennero indebolite. La costruzione sarebbe crollata, ma i carpentieri la puntellavano mentre i fabbri navali la demolivano. Dopo un pomeriggio di lavoro, alcuni tratti di muro erano stati divelti e tutto il torrione restava in piedi grazie alle palificazioni e ai puntelli di legno. Furono portati dei paioli di pece di pino, di quella preparata per calafatare il fasciame delle navi e i legnami furono cosparsi e intrisi di quel liquido, viscoso e utile, quanto infiammabile e pericoloso. Bast una fiaccola accostata a tutto quel castello: il fuoco divamp intorno alla torre e prese a consumare i sostegni e le travature. Non ci volle molto, non passarono le Ave Maria di un rosario ed il peso della torre, ormai non pi sorretto, precipit su se stesso lasciando a terra un cumulo informe di pietre. L'ultimo emblema della dominazione fiorentina era scomparso fra grida di giubilo e preghiere. Pisa era libera e padrona di se stessa. Pisa era sola.


PARTE TERZA.
Ovvero di come, in Pisa, ognuno che respirasse fosse al contempo cittadino e soldato.


INTRODUZIONE STORICA.

La discesa di Carlo ottavo in Italia aveva aperto un lungo e drammatico periodo di scontri fratricidi, di alleanze nate a sera e dissolte all'alba, di congiure e tradimenti. Al re, morto nel 1498, era succeduto Luigi dodicesimo che, alleandosi con Venezia e con papa Alessandro sesto Borgia, tent la riconquista del regno di Napoli. Re Luigi chiese al papa l'annullamento del suo matrimonio, in modo da poter sposare la moglie del suo defunto predecessore. In cambio concesse che la nobildonna Charlotte d'Albret andasse in sposa al figlio del papa, Cesare, offrendogli anche il titolo di conte ed i territori del Valentinois. Il duca Cesare Borgia, detto il Valentino, govern con violenza e furia cieca, portando morte e tragedie nei territori da lui dominati sulle rive dell'Adriatico. Mentre le piccole signorie italiane si dibattevano nel fango della politica, altre monarchie allargavano i propri orizzonti ed ampliavano i propri guadagni. Vasco de Gama, circumnavigando l'Africa, apr la via delle Indie, togliendo a Venezia il monopolio dei commerci con l'est. Mentre Firenze, stanca del suo governo moralista metteva al rogo lo scomunicato Savonarola, Amerigo Vespucci progettava il suo primo viaggio oltre oceano. Il sovrano spagnolo, Ferdinando il Cattolico, riconquistava Granada sottraendola agli arabi
e, sull'onda del consenso popolare, faceva votare la sua legge sul monopolio degli schiavi. Sottratti dalle coste africane dai portoghesi e poi da questi comprati, gli spagnoli avviano uno dei pi turpi commerci che la storia avrebbe mai potuto concepire.
Firenze, nella sua miope politica, mirava solo alla conquista di Pisa; le azioni fiorentine in quegli anni sembrano pi dettate da una cieca ostinazione che da un ragionevole calcolo politico o da motivi riconducibili a benefici economici o territoriali. La citt gigliata ingaggiava i pi celebrati capitani di ventura, ma gli assoldati stranieri misero malvolentieri a repentaglio la propria vita, ed ogni tentativo si rivel una sconfitta.
Papa Rodrigo Borgia muore il 18 agosto del 1503, viene eletto Francesco Piccolomini, ma dopo neanche un mese anch'egli passa a miglior vita e sale al soglio di Pietro Giuliano della Rovere, acerrimo nemico dei Borgia. Tutti gli equilibri politici cos si spostano e si ricalcolano. Francia e Spagna si contendono il Sud d'Italia e gli spagnoli vittoriosi entrano in Napoli nella primavera del 1504.


Capitolo 17.
Pisa dal 18 giugno 1503 al 31 agosto 1503.

Giovanni Rossi dei Lanfranchi, conosciuto da tutti come il Buttafuoco, stava in piedi, schierato d'innanzi alla sua truppa di combattenti, ormai ridotta ad un manipolo senza speranza. Al suo fianco Ferruccio da Calci, comandante in seconda della guarnigione, teneva ancora nella destra la spada insanguinata, mentre l'altra mano serrava, raggomitolata e sporca, la bandiera rossa con la croce pisana. Aveva fatto strage di soldati fiorentini e, a costo della vita, aspettava solo un segnale dal suo capitano per tornare a combattere. L'armatura del Buttafuoco era ammaccata in pi punti e sporca di sangue, suo e del nemico. Dalla tempia sinistra un rivolo rosso colava sulla guancia e sul collo, ma non se ne curava; il suo sguardo fissava l'uomo severo e massiccio che gli si parava davanti. Il sole, prossimo al tramonto in quel diciottesimo giorno di giugno, dava vita ad ombre lunghe, che si confondevano le une nelle altre al limitare del cortile interno della fortezza. Tutto era iniziato la notte precedente: la rocca della Verruca era l'unica fortezza ancora in mano ai pisani. Firenze non tollerava questo oltraggio: aveva ingaggiato il balivo d'Accon, il capitano di ventura francese pi astuto e temuto e questi, alla testa dei suoi, aveva conquistato san Giovanni alla Vena e Vicopisano e si era messo in animo di espugnare la rocca. Quella notte, costringendoli ad uno sforzo estenuante, aveva spronato i suoi trecento cavalieri e i tremila fanti ad inerpicarsi su per il monte, trascinandosi dietro le pesanti artiglierie. All'alba il balivo aveva intimato la resa, ma la risposta della fortezza era stata un colpo di bombarda sparato verso il nemico. I fiorentini avevano piazzato i loro pezzi in prossimit di un piccolo pianoro noto come Sasso della Rosa: da l, pur essendo schierati pi in basso, potevano facilmente indirizzare i loro ordigni verso il forte pisano. Gli scontri ed il martellare delle artiglierie erano andati avanti per tutto il giorno; le vedette pisane, appostate nelle campagne, recavano fino a sera la notizia che il vessillo rossocrociato era ancora issato al centro del forte. Quel giorno il popolo di Pisa, riunito in camposanto Vecchio e su tutto il prato del Duomo, aveva pregato, incurante del sole a picco di giugno. Le forze fiorentine avevano martellato le mura della Verruca con le loro ferraglie ed il primo torrione sopra il portone d'accesso, a met giornata, era stato conquistato. La lotta uomo contro uomo, spada contro spada, moschetto contro olio bollente, era andata avanti tutto il giorno e alla fine il Buttafuoco, Ferruccio da Calci e una decina di pisani si erano asserragliati nel maschio del castello. Quando l'ultima freccia fu incoccata, l'ultima goccia d'olio versata, l'ultima carica di polvere incendiata, il Buttafuoco aveva dato ordine di ammainare la bandiera rossa e di segnalare la resa. Ora, con gli occhi ancora accecati dal sudore, con le urla dei compagni ancora vive nelle orecchie, col sapore di ferro e fiele in gola, i pisani attendevano l'ultimo atto di quel massacro.
I mercenari al soldo di Firenze tenevano d'occhio i nemici: moschetti e lance erano pronti ad offendere.
Il balivo si consult coi suoi, poi, con fare imperioso, si par innanzi al Buttafuoco e lo guard dritto negli occhi. Senza distogliere lo sguardo, si batt un pugno sulla corazza all'altezza del cuore e scart di lato per tre passi. Giovanni Rossi dei Lanfranchi, che per tutto il giorno aveva combattuto, ucciso e visto morire amici e nemici, inspir profondamente, volse lo sguardo verso Ferruccio da Calci, ponendogli una silenziosa domanda e questi, con un impercettibile movimento degli occhi, acconsent. Il Buttafuoco si batt il palmo aperto sull'armatura lorda, poi grid: Uomini di Pisa, in marcia!
Ci fu solo un abbozzo di movimento: il balivo d'Accon, con un balzo, era tornato a fronteggiare il Buttafuoco. Dove vi recherete, di grazia?
In Patria!
Volete dire, laggi?
Dallo spalto della Verruca, nella pianura sottostante, Pisa appariva come oasi di pace e rifugio sicuro; poche miglia separavano il monte dalla citt, ma in quella rossastra serata, con l'aria rarefatta da una brezza sottile che entrava dal mare, sembrava di poter toccare il Duomo, la torre pendente e tutti gli altri opifici.
Laggi  casa nostra.
Questo potrebbe voler dire, che incroceremo ancora le nostre armi. La prossima volta non far sconti.
Neanche noi ne faremo!
E sia, ma portate alla vostra citt il messaggio di saluto di un uomo nato nel posto sbagliato e vissuto in quello giusto, almeno cos lui mi ha riferito.
Dite.
Il balivo riprese a parlare. Mi trovavo a Barletta quattro mesi or sono, ho assistito senza combattere alla disfida tra i miei compatrioti e voi italiani.
Le voci del torneo corrono fra le genti d'arme, sappiamo della sfida.
Forse, per, non sapete che nelle nostre file ha combattuto un capitano, francese di nascita, italiano per amore: il suo nome, o almeno  cos che si fa chiamare,  Franois da Pisa. Quando ha saputo che salivo a combattere al servizio di Firenze, si  incupito e mi ha incaricato di portare il suo saluto, alla citt e alle sue genti.
I soldati pisani presero a bisbigliare: la storia della bella Luisa si raccontava ancora a veglia e nessuno aveva pi saputo niente dello sfortunato capitano. Ferruccio da Calci prese la parola: So di chi parlate, ero un ragazzo al tempo di quei fatti, porteremo noi il saluto di Franois.
Il balivo chin il capo in segno d'assenso e si fece nuovamente di lato; il Buttafuoco, senza impartire ordine, mosse e, sincroni, i suoi uomini lo seguirono. Mentre attraversavano lo spalto della Verruca e si dirigevano verso l'uscita, i mercenari nemici sfoderarono le spade ed alzarono le picche, tributando l'onore delle armi. Pochi erano stati i valorosi degni di tanto rispetto da parte del balivo d'Accon: di fronte alla morte gli uomini si facevano agnelli tremanti. Quei pisani invece, avevano raddoppiato ad ogni ora la loro forza ed il loro orgoglio. Mentre il manipolo di soldati pisani usciva dalla fortezza, dalla torre colombaia di Montemagno, s'involavano gli alati messaggeri. La Verruca era persa e Pisa era accerchiata.
Setembrina era appena entrata in casa e sua madre le lesse in faccia il disappunto. Cosa  successo?
Cosa vuoi che sia successo, quei prepotenti degli svizzeri.
Ti hanno toccata?
No, ma a me non va bene nemmeno che mi guardino, sono arroganti, sono pagati per combattere e stanno tutto il giorno a dare noia alla gente per bene. Perch ieri non erano alla Verruca ad aiutare i nostri?
Lascia perdere queste cose, lasciale agli uomini.
La ragazza, a quelle parole, and su tutte le furie: amava sua madre, ma detestava il suo carattere remissivo, la sua rinuncia al vivere la vita della citt e la sua totale dedizione alla casa e alla mensa della concia. Setembrina picchiava come un uomo, cavalcava come un uomo, era forte e robusta, si infiammava al suono della campana delle adunate e, soprattutto, voleva sempre essere informata su ci che accadeva. Aureliana si era ritagliata la vita e l'aveva incastrata in quelle stanze, in quei pochi passi da casa alla concia, in quei gesti ripetuti migliaia di volte, sempre identici a se stessi. Clemente e Beniamino rientrarono per il pranzo e nell'irreale silenzio che si era creato, percepirono qualcosa di strano.
Cos'hai, sorella?
Non ha niente, lo sai che le donne sono lunatiche.
Aureliana aveva risposto in vece della figlia: temeva che si aprissero discorsi sulla guerra, che si parlasse dei soprusi dei soldati, dei diritti, dei doveri e di ci che andava, o non andava fatto. Beniamino ormai era un uomo robusto e sveglio; da ragazzo, quasi per gioco, era stato nominato il capo della squadra dello spalto di santa Cristina, ma ora era uno dei componenti dell'esercito della citt e, quando suonava l'allarme, abbandonava la casa o il magazzino dei grani ed accorreva ad armarsi. Clemente dal canto suo, anche se non era vecchio, non aveva pi preso parte ad una battaglia; eppure, in quei nove anni d'assedio, di scontri sotto le mura ce n'erano stati. Solo una volta, molti anni addietro, aveva cessato di essere uomo e si era trasformato in belva feroce, aveva provato il senso di onnipotenza nel dare e nel togliere la vita e, quell'attimo lo aveva segnato per sempre. Ora era
pi timoroso, sempre pronto a collaborare, sempre pronto a fare ci che la sua citt chiedeva, ma sempre lontano dalle armi.
Pisa era circondata e solo l'accesso al mare, dato dall'Arno, gli permetteva di comunicare, ricevere merci, far uscire ed entrare truppe amiche. In citt convivevano i manipoli austriaci, svizzeri, francesi e tedeschi, tutti soldati di ventura agli ordini di temuti capitani. Ora che la Verruca era persa e che l'esercito cittadino contava meno di duemila armati, ci si chiedeva come e quanto Pisa avrebbe potuto resistere e le voci che circolavano non erano positive. Il governo oltretutto lamentava l'assenza di denaro e, pi di una volta, gli assoldati stranieri avevano minacciato di andarsene a cercare fortuna altrove, magari proprio tra le file nemiche. Quel momento sembrava essere arrivato e, se pur villani, beoni e costosi, quei soldati avevano dato negli anni un po' di forza e molto sostegno alle sorti della citt.
Setembrina mangiava di malavoglia; i capelli lunghi, raccolti sopra la testa con uno spillo di legno, lasciavano cadere ciocche ribelli sul collo e sulle tempie. Stava eretta ed altera, solo quando incrociava lo sguardo del fratello pareva addolcirsi: con lui condivideva le passioni, al suo fianco aveva vegliato per notti intere durante gli assalti, con lui sarebbe andata fino alla fine del mondo. Il lavoro alla concia insieme alla madre non le piaceva, ma sapeva che doveva farlo; la Dervina era morta da tempo e Setembrina sbrigava anche commissioni per la famiglia dell'Agnello. La sua amicizia con Caterina del Lante si era interrotta con la morte della bella Luisa. La bimba bizzosa di un tempo, ora era una bella ragazza, ma arrogante e presuntuosa. Ogni tanto donna Lara, di nascosto, mandava a chiamare Setembrina e le regalava qualche panno di Luisa: aveva conservato tutte le
sue cose, ma la sorella minore non le aveva mai volute indossare e a quella donna, segnata dal dolore prendeva talvolta il bisogno di far rivivere il passato. Setembrina, coi suoi sedici anni da compiere, era cresciuta in una citt assediata, dove la vita era dura ed i confini ristretti, ma quello era il suo mondo ed intendeva difenderlo.
Il sole a picco rendeva l'aria rovente e, anche se l'ultimo tratto del sentiero si snodava all'ombra di querce e pini, gli uomini sudavano copiosamente. Buona parte della salita, per la via di Vicopisano, era stata fatta coi carri ed a cavallo, ma poi il pendio si era fatto impossibile, ed il drappello era stato costretto a procedere a piedi. L'ultima parte del viottolo pareva tracciata dal diavolo: si dovevano sorpassare scaloni, evitare massi staccatisi dalla cima e rotolati nei secoli a valle, aggirare imponenti macigni sporgendosi verso il baratro e, della fortezza, ancora non si vedevano le mura. Maestro, volete riposare?
Zitto Jacomo, cammina e zitto.
Lo dicevo per voi, maestro.
Lo dicevi per te, ragazzo, ma non viviamo pi nell'oro e nei lussi, ora ci tocca combattere le miserie e quindi, cammina e taci!
In testa al drappello il fiorentino Antonio Giacomini saliva agilmente e pareva la fatica non gli pesasse; era spinto dall'orgoglio, dalla frenesia e dal desiderio di porre finalmente piede sullo spalto della Verruca, ormai in mano fiorentina da circa un mese. Giacomini, in qualit di consigliere per la guerra e responsabile del campo presso Pisa, era di fatto anche il legittimo comandante di quel forte, che per non aveva ancora visitato. Giacomini procedeva spedito staccando gli altri; ogni tanto s'arrestava per attenderli e si volgeva all'indietro. Pi sotto seguivano sei soldati carichi
di bagagli pesantissimi e due strani individui: uno, coi capelli lunghi, arruffati e in parte grigi, ridicolo con la sua tunica che lo faceva sembrare una serva; l'altro, si chiamava Jacomo e ad ogni passo cercava di sistemarsi la cascata di boccoli biondi ormai affastellati dal sudore. Entrambi non erano a proprio agio su quel sentiero impervio. Chiudevano il gruppo altri due soldati, che su una lettiga improvvisata portavano un pesante baule di legno con grosse fasce di ferro. Fra i rami delle querce, puntando lo sguardo verso l'alto, apparve alla vista la fortezza: le sue possenti mura, poggiate direttamente sulla roccia verrucana, parevano il prolungamento verso il cielo del monte stesso. Gli ultimi passi furono i pi duri: il camminamento era quasi verticale e si doveva procedere tenendosi con le mani ai rami e alle radici sporgenti, evitando acuminati affioramenti rocciosi che creavano un percorso serpeggiante; sembrava di salire una scala scavata direttamente nella roccia. Il corpo di guardia, schierato nel cortile, accolse gli uomini che salivano, dapprima con saluti formali e poi recando acqua e vivande servite su un tavolo da campo. Il giovane Jacomo si avvent sulla frutta senza usare riguardi o dare precedenza, per contro, l'uomo corpulento con la tunica completamente intrisa di sudore, prosegu il suo cammino fino al limitare opposto delle mura, sal con un ultimo sforzo sugli spalti e, alfine, sorrise. Si era ormai nel tardo pomeriggio; un'aria velata dall'afa impediva di scorgere i margini dell'orizzonte, ma la vista fino a Pisa era perfetta. La citt sorgeva a quasi sette miglia in linea d'aria verso Ovest, mentre ai piedi del monte, come un gigantesco serpente addormentato, l'Arno scorreva formando ampie anse, prima di entrare con le sue acque proprio nel cuore della citt nemica. Scese la sera, agli ospiti furono assegnati alloggi semplici, ma
puliti e fu servita una cena a base di carne cotta sulle braci. Mangiarono tutti, tranne l'uomo dai lunghi brizzolati capelli, che seduto in disparte, scrutava il cielo e mangiava lentamente una pera.
Il giovane dai capelli biondi si avvicin. Maestro?
Dimmi, Jacomo.
Non avete mangiato niente, vi porto qualcos'altro?
Lascia perdere ragazzo, lo sai che non mangio carne di nessun animale, sto bene cos. Guarda che cielo! Avevo forse dieci anni la prima volta che ho visto questo luogo e allora mi nacque il desiderio di visitarlo.
Avevate gi visto questo posto, maestro? Ma cosa ci trovate di tanto bello?
Lo avevo visto da lontano, da Pisa, quando mio padre mi portava con s perch imparassi il suo mestiere; poi ci venni tempo dopo, forse avevo gli anni che hai te ora, ma passai in fretta: ricordo che feci un disegno di queste terre, ora che ci sono, fammi osservare bene le cose.
Il maestro si volse verso la pianura: sulle torri del porto di Livorno ardevano fuochi e anche Pisa era punteggiata da tenui bagliori. Una luna a tre quarti concedeva di intravedere, di immaginare, quella terra per la quale tanto sangue era stato versato e altro attendeva di sgorgare.
Sai, Jacomo, laggi, in citt, ci sono molte belle chiese, ma io di una in particolare conservo un bellissimo ricordo, delle sue mura, della sua gente.
Maestro, ma voi mi avete sempre detto di non amare troppo la gente di chiesa.
Jacomo, Jacomo, quanto sei bello e quanto sei stolto, ti ho sempre detto questo,  vero, ma la chiesa oltre ad essere un gran tempio,  anche il luogo dello studio, del lavoro; in una chiesa ti chiamano a dipingere, a scolpire, ad affrescare. Sai chi aveva lavorato in quella chiesa?
No, maestro, dite.
Tommaso di ser Giovanni di Simone Cassai e anche Masolino.
Il giovane scosse i suoi capelli color oro. Alla luce della luna parevano quasi bianchi; abbass la testa confessando. No maestro, non li conosco.
Vedi Jacomo, non ho mai torto quando ti do della bestia, t'ho raccontato mille volte la storia di Masaccio e Masolino, ma a te non ti resta in mente.
Il giovane si atteggi come i bimbi piccoli quando fanno gli offesi, il maestro volse lo sguardo verso i soldati che ancora mangiavano intorno al fuoco; nessuno si curava di loro, allora allung una mano e si concesse una carezza a quel volto perfetto, fissando quegli occhi color del cielo.
Quando mio padre veniva a Pisa per i suoi uffici, mi portava con s, diceva che dovevo imparare il mestiere. Poi, quando si arrivava in citt, mi lasciava al convento del Carmine sulla carraia di san Gilio. Io allora lo spettavo in chiesa ed osservavo quei dipinti. Ce n'era uno fatto dal Masaccio, era diviso in tre tavole: c'era san Paolo con la spada in mano, un Cristo crocefisso e poi la Madonna col bambino. Avevano tutti il fondo in oro lucente e le vesti di un blu ultramarino, che brillava anche nella penombra. Figurati, Ges in grembo a sua madre mangiava un chicco d'uva, luminoso e tinto con foglia d'oro puro! Ci pensi Jacomo, quanti averi in quella chiesa? Si potevano permettere quadri dipinti in oro, noi invece ci siamo ridotti a fare gli ingegneri militari.
Maestro, non vi crucciate, io non ci capisco di dipinti e colori, ma sono con voi.
Non essere ipocrita, a te piace il lusso e il buon cibo e vieni con me perch ti pago, ma ne faresti volentieri a meno, vattene a letto che  tardi!
Il giovane si alz, era affezionato al maestro, ma doveva sopportare anche i suoi eccessi di rabbia e risentimento. Erano passati almeno dieci anni, da quando era stato comprato all'orfanotrofio per fare da modello al pittore. In casa di quello strano uomo si era sentito al sicuro, ma lo terrorizzavano gli animali imbalsamati e gli scheletri d'uomo nascosti in cantina. Non si sentiva n figlio, n dipendente ed aveva capito troppo tardi che era semplicemente un amante. Ma ormai erano insieme da anni e non sapeva dove altro andare, soprattutto ora che non avevano pi casa e denaro, che il maestro non aveva pi apprendisti a bottega e, soprattutto, ora che erano scampati alle folli stragi del duca Valentino. Venne la notte odorosa di resina, di pruni e ginepro, satura di grilli e stridule civette; venne l'ora del riposo, ma non per tutti. L'uomo brizzolato, quello che tutti chiamavano rispettosamente maestro, chiese alle guardie il permesso di sostare sul camminamento della ronda e, trovato un posto comodo, si sedette contemplando la pianura. Pisa, citt nemica per le avverse sorti della storia, un tempo lo aveva accolto sorridente. Gli sovvennero le lunghe giornate trascorse al convento dei Carmelitani, i giochi con i suoi coetanei, le ore passate nella sacrestia e quel monaco sorridente che gli permetteva di usare le scale e di poter ammirare i dipinti da vicino. Quel monaco che con lui era stato affettuoso, dolce e che gli aveva fatto scoprire quell'amore che gli era sempre mancato perch Leonardo era cresciuto con un padre che non lo aveva mai voluto e con le tre matrigne che si erano sempre profittate di lui. Quel monaco, forse gli aveva rubato l'innocenza, ma sicuramente lo aveva fatto sentire importante, come solo suo nonno o suo zio avevano saputo fare con lui. Ed ora era l, rimirando Pisa, cos amata e cos lontana, costretto a combatterla dall'indigenza, dalla vita, imprevista e talvolta cos ostile. Dorm poco e all'alba era gi sul limitare delle mura a rimirare dabbasso, con le mani sporche d'inchiostro. Varie pergamene stavano a terra, fermate da sassi, cos che la brezza non le facesse volare. Antonio Giacomini si stup di trovarlo gi all'opera. Maestro Leonardo, buongiorno. Siete mattiniero.
A quest'ora l'aria  pulita e si osserva meglio la pianura. Dormito bene, comandante?
Da soldato, ma dite, reputate il progetto realizzabile?
Ritengo di s. Se il balivo d'Accon fallir, toccher mettere mano alle vanghe.
Non riuscendo ad espugnare Pisa, nonostante i nove anni di assedio e di lotte, Firenze si era rimessa ad un progetto tanto assurdo, quanto geniale: deviare il corso dell'Arno. Tagliando il fiume poco fuori Pisa, si poteva impedire che le acque potessero essere ancora porta di accesso da e per il mare e che di l, potessero pervenire gli aiuti e le armi. Togliendo a Pisa la via d'acqua, Firenze avrebbe potuto completare l'accerchiamento e affamare la citt, fino a vincerla.
Vedete comandante, se dall'ansa del fiume nei pressi di Riglione si operasse un taglio parallelo al mare ed in direzione del mezzogiorno, si potrebbero far fluire le acque verso l'invaso di Stagno e di l, traboccando, raggiungerebbero il mare. Pisa perderebbe il suo fiume per sempre. La nuova linea d'acqua farebbe anche trincea, per i pirati che dal mare, volessero dare assedio alle colline.
Il Giacomini soppes le parole del maestro nativo di Vinci, scrut la pianura e con raziocinio militare elabor il suo pensiero. Non gli piaceva quell'uomo, gli ripugnava la sua tendenza ad accoppiarsi coi ragazzi e lo trovava repellente anche nell'aspetto: non
si era mai visto un ingegnere militare in ciabatte e cappotto rosa. Su tutti i suoi pensieri negativi, prevalse il senso pratico ed il dovere di condurre in porto l'impresa.
Voi mettete per iscritto il vostro piano, io provveder a convincere Firenze, a trovare i finanziamenti per l'oggi e per il domani, ma beninteso: se il balivo d'Accon forzasse l'assedio e s'impadronisse di Pisa, fra noi e voi si scioglie il patto.
Sia cos, stringiamoci la mano.
Riluttante, accett e restarono uno a fianco all'altro a rimirare il piano, Leonardo da Vinci, costretto dal destino a progettare canali e l'uomo d'arme bramoso di conquista.
Il campo fiorentino contro Pisa era situato nei pressi di Cascina. Alla fine di agosto, nella tenda del comando generale, un corriere recava la notizia che il governo di Firenze aveva accolto le richieste di Antonio Giacomini. Messer Machiavelli mandava a dire che a rimborso degli studi del maestro Leonardo, erano state stanziate cinquantasei lire e tredici soldi per tre carrozze e sei cavalli, vitto e locanda. Mentre il commissario per la guerra leggeva la missiva, il lembo della tenda si apr illuminando l'interno del sole estivo.
Perdonatemi comandante, il balivo d'Accon  giunto e si mette al vostro servizio per espugnare Pisa.
Fatelo accomodare, oggi si cambia il destino di questa guerra!


Capitolo 18.
Pisa dal 1 settembre 1503 al 6 settembre 1503.

Le onde lunghe e morbide rovesciavano sulla spiaggia stanchi riccioli d'acqua; appena il mare incontrava il basso fondale della riva, il moto si faceva orizzontale e le carezze salmastre, ritmate, lambivano le caviglie di Setembrina. Stava sulla battigia con le braccia distese lungo i fianchi e le mani serrate ai lembi della gonna, che teneva rialzata, per non farla bagnare. Ad ogni ondata, l'acqua mulinava intorno ai suoi piedi che, via via, sprofondavano sempre pi nella sabbia. Era l da molto tempo: l'acqua dilavava i granelli intorno alle sue gambe, li sentiva fluire, risucchiati verso il mare. Due, tre, quattro ondate: sprofondava nella sabbia morbida, poi, doveva trarre i piedi in superficie per ritrovare una nuova posizione. Quelle carezze di acqua tiepida erano piacevoli, non sentiva il contatto del mare da molti anni, dal tempo in cui viveva a Pontugione. La nuova casa in citt, ma soprattutto l'eterna guerra con Firenze, non le avevano mai permesso di allontanarsi dalle mura, neanche in compagnia dei suoi genitori. Vivere a Pisa voleva dire vivere sotto assedio e non c'era licenza alcuna per arrivare al mare o ai monti. Era quasi l'ora del tramonto e quel primo di settembre era per lei un giorno veramente speciale. Il cielo era
sgombro di nubi e la sottile brezza di maestrale aveva rinfrescato l'aria sin dal mattino. Ora che il sole stava per tuffarsi in mare ed il vento era calato, restava sulla pelle la piacevole sensazione di calore che i raggi rosati lasciavano sulle braccia e sulle gambe nude. Non era sola: pi indietro, sdraiati o seduti, scalzi e allegri, altri giovani parlavano e sognavano. Le camicie di alcuni erano tese ad asciugare sui cespugli di filliree: si erano tuffati ed avevano nuotato laddove le acque dell'Arno si sposavano con quelle del mare. Alla loro sinistra il fiume si gettava nella vastit azzurra, davanti a loro l'immensa distesa delle acque pisane, al loro fianco spade e picche piantate nella sabbia ed i moschetti appesi per gli spallacci ai ginepri pi alti. Le barche, con le quali erano scesi da Pisa verso la foce, erano state tratte in secca su quel lembo di spiaggia che spartiva l'acqua dolce da quella salmastra. Sulla riva sinistra dell'Arno, la torre di Foce, arrossata dal tramonto, vegliava coi suoi soldati sul mare e sulla terra e infondeva sicurezza e pace. Setembrina se ne stava sola sulla riva. Era cos da molto tempo, quasi dovesse recuperare anni perduti; ogni tanto alzava gli occhi al cielo, quando un gabbiano veleggiava vicino o semplicemente per farsi baciare il viso ed il collo dal sole.
Fra i giovani seduti a terra, da qualche minuto due si erano appartati.
Siamo rimasti soli un'altra volta, Beniamino.
S, Regolo, ho sentito ieri quello che ha riportato il corriere da Roma, il papa  morto e gli aiuti promessi sono sfumati.
Papa Alessandro sesto, al secolo Rodrigo Borgia, era stato eletto nel 1492 ed aveva governato in modo dissoluto, generando almeno otto figli da amanti conosciute e meno conosciute. Per due dei suoi figli, Cesare e Lucrezia, aveva avuto molto riguardo e, attraverso atti di simonia, aveva favorito una campagna militare di Cesare, consentendogli di conquistare la Romagna e di fondare un ducato. In Francia, dopo la morte di Carlo ottavo, tanto amato dai pisani, era salito al trono Luigi dodicesimo d'Orleans e questi, per mantenere buoni rapporti col papato, aveva concessa in sposa a Cesare Borgia la duchessa Carlotta d'Albret e, come dono di nozze, il ducato di Valentinois in Francia. Il duca Valentino, cos amava farsi chiamare Cesare Borgia, era oltremodo ambizioso e minacciava seriamente Firenze. Padre e figlio, ovvero il papa ed il duca Valentino, vedevano in Pisa un'alleata importante per ridurre il potere fiorentino e, attraverso il lavoro degli ambasciatori, Pisa si attendeva aiuti in denaro e truppe per contrastare Firenze. La morte del papa era avvenuta tredici giorni prima ed ora, i pisani non solo avevano perso dei potenti alleati, ma anche la promessa di nuove paghe per i mercenari a difesa della citt.
La morte del Borgia non  il male pi grande, c' di peggio.
Dimmi.
Ieri  finito il mese di agosto, i soldati hanno preteso la paga e stamani si sono congedati, cos Pisa non ha pi un esercito esperto. Le navi della flotta papale, che incrociavano fuori dalla foce per assicurarci gli aiuti che arrivano da Genova e da Piombino, sono salpate per tornare verso Roma. Beniamino, siamo rimasti solo noi cittadini, ed io e te siamo fra i pi vecchi. Guarda questi nostri compagni: hanno preso il posto dei loro padri, dei loro parenti morti per la libert, siamo soli e pochi, dovremo far combattere anche le donne.
Tutte?
Certo, tutte, oddio, tutte...
La voce di Regolo si era fatta incerta, si era voltato
in direzione del mare e poi aveva di nuovo fissato Beniamino che, anche se pi giovane di lui, lo eguagliava in quanto a forza e coraggio.
Senti, c' una cosa che devo dirti da tanto tempo,  per tua sorella.
Beniamino rise. Potevi aspettare qualche altro anno.
Dai, smettila, io non, non sapevo come fare, cosa dire.
Vai da lei, parlaci.
Sei certo?
Non credo che sia un segreto per nessuno, nemmeno per lei, quindi approfitta, ai miei genitori non pensare, se vuoi parlarle fa pure, io resto qui.
Regolo Boromati si alz scuotendosi dalle palme delle mani i granelli appiccicati; nel fare quel gesto, pareva applaudisse a qualcosa o qualcuno e, involontariamente, attir l'attenzione di tutti. Gli bast uno sguardo per spegnere i sorrisi: era il capo indiscusso di quegli uomini ed era temuto e rispettato. A passi lenti si avvicin al battito dell'acqua, si piazz in silenzio al fianco di Setembrina e sprofond le mani in tasca ed i piedi nella sabbia calda. Ci fu silenzio. Complice e luminoso, il mare rimandava milioni di riflessi d'oro scaturiti dal sole basso. Gli occhi socchiusi faticavano a scrutare l'orizzonte, cos che lo sguardo, invece di rimirare, restava soggiogato dalla fantasia e vagava lontano. La lieve brezza portava verso terra il vociare dei compagni, fra loro solo due passi, intorno a loro l'universo intero.
Come sar?
Come sar, cosa?
Come sar di l, di l dal mare volevo dire, ora che quel genovese c' arrivato e quell'altro, quel fiorentino, Vespucci, ha navigato fino alle terre degli antipodi?
Non lo so Regolo, io non vedevo il mare da quasi dieci anni e mi ero anche dimenticata di quanto fosse bello, di quanto fosse luminoso, starei qui per tutta la vita. Non lo so come sia di l, non ci ho mai pensato e forse non m'interessa neppure; te ci pensi?
Ci penso, ci ho pensato, soprattutto da quando  morto il mio babbo. Ho creduto che il tempo per me fosse esaurito e dovevo scappare, volevo scappare.
E allora perch non sei scappato?
Il giovane si incup, che domanda era quella? C'era da difendere la citt, da accudire alla madre e ad un fratello minore, c'era la guerra e poi c'era Setembrina, che lo aveva stregato fin dalla prima volta che l'aveva vista allo scalo di santa Cristina; ma lei non lo sapeva o forse fingeva di non saperlo? Il sole baci l'orizzonte e tutto si tinse di rosso, Regolo si volse verso la ragazza e rise.
Cos'hai da ridere ora?
 buffo!
 buffo cosa? Insomma, Regolo, parla per bene, per favore.
 buffo che la prima volta che ti ho vista ti tenevi la gonna e stavi coi piedi nell'acqua, come ora e poi ti sei messa a fare a cazzotti con quelli della Pera. E buffo che ora sei qui nello stesso modo e siamo di nuovo insieme.
Allora speriamo di non fare a cazzotti con nessuno.
Risero, Setembrina sfil i piedi dalla sabbia e trov una nuova posizione.
Sai perch sono qui?
Regolo scosse il capo.
Perch oggi  il mio compleanno e siccome non vedevo il mare da anni, ho chiesto come regalo a mio padre di venire qui con voi ad attendere la nave genovese, tanto c' mio fratello a vegliare su di me.
Non lo sapevo, auguri.
Grazie.
E Clemente ti ha mandata senza fare storie?
Setembrina rise. Sono tre mesi che in casa mia si discute di questa cosa, poi per Beniamino mi  venuto in aiuto ed ha preso le mie difese ed ora mi godo il mare.
Si volt verso Regolo; un po' per gioco e un po' sul serio, lo aveva sempre considerato suo, lo aveva ammirato da lontano. Con gli anni Regolo era divenuto amico di suo fratello, suo compagno d'armi e molto pi vicino a lei e a tutta la sua famiglia, ma tra di loro c'era una distanza incolmabile. Era quella degli innamorati silenti e timorosi, quella di chi non chiede e non osa pensare che una storia possa nascere. Quella tra chi, pur osservandosi ogni giorno, non induce mai in pensieri o progetti, per il troppo amore, o forse per il troppo rispetto, o per la troppa paura: paura di perdere qualcosa ancor prima di averla. Ora sul mare quasi si sfioravano e tutta quella distanza parve dissolversi. Setembrina chiuse gli occhi: il sole batteva sulle sue palpebre creando strane traiettorie luminose. Le pareva di vedere lucciole incandescenti, quasi faville impazzite di un fuoco notturno che danzavano in quella penombra, ora veloci, ora lente. Ruotava gli occhi per seguirle, ma quelle, subito, si spostavano di lato. Dischiuse le palpebre: Regolo la osservava, si guardarono negli occhi e fu un attimo, lui allung una mano, lei cerc di prenderla, ma, mollando la presa, le cadde la gonna in basso e il mare, pronto, la bagn sollevando spruzzi. Setembrina fece per muoversi, inciamp nella veste impregnata e cadde, altre onde ed altro mare. Era sulla riva da molto tempo e non si era neanche bagnata con una goccia, ed ora invece, camminava con la campana dell'abito inzuppata ed insabbiata. Rideva Setembrina della sua goffaggine, della spiacevole
sensazione delle vesti umide sulla pelle, rideva perch con lei c'era Regolo e forse le voleva prendere la mano; lui invece la cinse in vita e la fece voltare verso di s. Non era pi il ragazzo impacciato di un attimo prima, era un uomo dallo sguardo fiero e pulito, le si avvicin e con la bocca le sfior le labbra. Dapprima lei non si ritrasse, ma poi spost il capo indietro. Ci guardano tutti.
Bene, cos tutti sapranno.
Sapranno cosa?
Regolo soffi, stava quasi per lasciarla andare. Perch le donne erano sempre cos complicate? Ricacci indietro il sospiro, la voglia di baciarla era troppa e si protese di nuovo in avanti. Ci fu solo il tempo di percepire le sue labbra salate, di capire che un incendio stava per incenerire la sua anima, di immaginare quanto fuoco potesse ardere in lei. Un grido riport tutto a zero. Vela in vista!
Mani alle armi, le barche trascinate ancora pi in secca al riparo di una duna di sabbia, corpi acquattati fra la terra ed il cielo. Regolo e Setembrina erano sdraiati fianco a fianco con tutti gli altri vicini, ma a loro, per un attimo, parve di essere soli. Lui scrutando l'orizzonte e palesando una falsa distrazione sfior la mano di lei e le fece scivolare sul palmo un sasso levigato, grande come un uovo di quaglia. Era tutto nero ma una stria bianca lo divideva in due met, unite, salde, indivisibili.
La grossa fusta proveniva da Nord e veleggiava sotto costa; dopo poco il vessillo di Genova fu riconoscibile e la truppa usc allo scoperto. Nella citt amica risiedevano molte famiglie pisane fuggite negli anni precedenti e una volta alla settimana, in virt di quel legame con la patria che non si era mai sciolto, veniva armata una nave colma di aiuti. Con quelle imbarcazioni arrivavano armi, talvolta cavalli, ma soprattutto cibo e verdure fresche, dato che gli orti di Pisa non potevano bastare a sfamare tutta la popolazione. Pass altro tempo, poi, ormai vicina, la fusta ridusse la velatura, vir verso terra e con un'agile manovra si introdusse nella foce dell'Arno senza inoltrarsi. Sulla riva opposta del fiume, dalla torre di Foce i soldati di guardia agitarono la bandiera di segnalazione: tutto era tranquillo ed un corriere mont a cavallo per recare a Pisa la notizia che gli aiuti erano giunti. La nave genovese gett l'ancora da prua e la corrente dell'Arno esercit sullo scafo una spinta dolce e costante. La fusta non rollava n beccheggiava e si alline al centro della foce. Le barche pisane, come api intorno alla loro regina, presero a mulinare i remi, circondandola. Ci furono saluti, sorrisi e pure battute: l'esercito pisano ora si portava le donne in missione? Nessuno aveva voglia di attaccar briga, bisognava far presto, scaricare tutto il carico dalle stive e rientrare in citt prima che la notte divenisse cupa. Casse, decine di casse di un legno rossastro ed odoroso, casse inchiodate senza poter vedere cosa ci fosse dentro.
Cosa ci avete portato?
Non lo sappiamo,  un carico giunto con un veliero spagnolo,  cibo che viene dall'altro mondo, ma n a Cartagena n a Barcellona e alla fine, neppure a Genova, hanno voluto mangiarne.
E allora perch le dovremmo prendere noi?
Perch siete sotto assedio e non vi conviene fare i difficili, l'armatore assicura che si possono mangiare, che i nativi delle terre oltre il grande mare le mangiano e quindi, voi le prenderete.
E come va cucinato questo cibo segreto, almeno fatecelo vedere! Beniamino si era fatto sentire anche se non era il comandante della spedizione, aveva voce in capitolo sugli alimenti, dato il suo lavoro al magazzino dei grani. I marinai genovesi si guardarono l'un l'altro, comparve un gancio di ferro, fu fatta leva su una delle tavole e poco alla volta i chiodi cedettero. Una mano scese nel varco aperto e trasse un'orrenda cosa. Poteva essere una grande mela, ma era marrone e come i raggi di un sole malato, si dipartivano dalla superficie stoloni biancastri che recavano gemme.
Cos'?
Non lo so, ci hanno raccomandato di dirvi che va mangiata cotta e che  buona.
Ma come si chiama questa cosa?
Dall'altra parte del mare, sembra che la chiamino batata, ora basta scarichiamo!
Alle logge dei Lanfreducci, le casse erano allineate e intorno si era creata una folla di persone che assisteva in religioso silenzio. La notte precedente i soldati pisani avevano remato con vigore, trasportando in citt gli aiuti di Genova, ma insieme a questi, erano giunte anche strane voci. Come sempre, nel passaparola da bocca a orecchio, la verit sulle batatas era stata mistificata: c'era chi assicurava che le casse contenessero frutti avvelenati, chi animali mummificati, chi addirittura si opponeva all'apertura per paura di un maleficio. Data tutta quell'apprensione e per scacciare ogni dubbio, le casse rimasero chiuse finch il vescovo non fu arrivato a presenziare l'apertura. Fece la sua comparsa verso la met del pomeriggio, tir fuori una fiasca ed un aspersorio e benedisse di malavoglia quel carico e tutti i presenti.
Ecco, e ora potete aprire!
Furono aperti alcuni di quei misteriosi forzieri: in tutti le batatas avevano lo stesso aspetto, quasi diabolico o somigliante al capo della dea Medusa, con tanti irti serpentelli che da ogni cranio marrone si dipartivano. Un giovane prete che era venuto accompagnando il vescovo, fece mostra di s richiamando l'attenzione di tutti. Diffidate da queste verminose escrescenze, se, come dicono, sono frutti della terra, avete mai visto una pianta germogliare senza acqua e senza nutrimento? Vi dico che  opera del maligno e che quei filamenti sono le corna del diavolo!
Ci fu un mormorio, difficile dire se d'assenso o di diniego, ormai la sfida era aperta: da una parte si era schierato il prete, dall'altra una comunit di cittadini che non se la sentiva di difendere qualcosa che non conosceva e che, comunque, temeva. La discussione rimase in sospeso, poi si fece avanti un monaco, uno di quelli di san Michele di Borgo. Avanz lentamente e con rispetto salut il vescovo, chiese ed ottenne di toccare una di quelle cose e prese a strappare, una ad una, quelle pallide propaggini che parevano semplicemente germogli.
Ecco fatto, le corna del diavolo non ci sono pi. A guardarlo cos potrebbe somigliare ad una radice, o al bulbo un po' grande di un gladiolo, o agli orchis da cui gemmano quei fiori bellissimi, che in oriente chiamano orchidee. Abbiamo un libro al convento, l'Herbarium Apulei Platonici. Ci sono molte descrizioni di bulbi che somigliano a questo. Ebbene, se altri uomini le mangiano le mangeremo anche noi. Cittadini pisani, fate dono di una cassa al monastero, faremo bollire queste batatas e le proveremo, Iddio ci aiuter.
Un mormorio sommesso port all'approvazione della teoria del monaco ed una cassa fu caricata su di un carro.
I Biccoli dopo cena erano a veglia, seduti sui gradini del palazzo insieme ad altri vicini. Si discuteva, assaporando il tepore di quelle ultime sere d'estate.
L'argomento che teneva banco era sempre lo stesso: l'assedio. Ora che Pisa aveva perso la Verruca, era circondata quasi totalmente, se si faceva eccezione per quella parte che guardava al mare e che la manteneva viva. Giravano voci: pareva che i fiorentini stessero organizzando un assalto; ben presto il sangue avrebbe di nuovo tinto le mura. I nove anni di guerra avevano mutato Pisa, avevano mutato i pisani. All'epoca della dominazione fiorentina non c'era libert, non si potevano prendere iniziative, ma il pane non mancava a nessuno. Ora la situazione era completamente ribaltata: le leggi e le regole della guerra avevano permesso tutto, ogni comportamento, anche il pi assurdo era stato accettato e ogni sogno coltivato, ma le difficolt alimentari e i raccolti inceneriti dalle scorrerie nemiche avevano costretto tutti alla fame. Molte famiglie avevano deciso di abbandonare la citt, i mercenari erano scomparsi insieme alla carenza del denaro; chi resisteva era folle o disperato, anche se non mancavano i sognatori e gli innamorati, cittadini invaghiti della loro citt e disposti a tutto, pur di mantenerla libera. Gli adulti chiacchieravano, adagiati sui gradini del palazzo dei dell'Agnello e i ragazzi, a pochi metri di distanza, erano seduti sulla soglia della chiesa di santa Cristina e davanti al portone. Il sagrato della chiesa era il luogo di ritrovo di quel gruppo di amici che, molti anni prima, pescavano le sanguisughe in Arno. Qualcuno era purtroppo scomparso, qualcun altro si era aggiunto; quei ragazzi, pur nelle difficolt, erano cresciuti insieme. Ad Aureliana, che teneva d'occhio i giovani, era giunta la voce che Regolo Boromati si fosse in qualche modo dichiarato, ma finch non avesse chiesto il consenso a lei ed a Clemente, non poteva permettersi di sfiorare sua figlia, nemmeno con lo sguardo. Erano bambini soltanto ieri ed ora erano uomini e
donne forti e generosi, pronti a combattere, pronti a morire. Scacci i pensieri infausti e finse di interessarsi a quanto diceva suo marito: quelle casse, sbarcate la notte prima, l'avevano comunque incuriosita. Alla concia c'era meno lavoro e meno personale, ma era comunque difficile inventarsi un pranzo decente con le poche cose che si trovavano in circolazione e quelle batatas, forse, potevano esserle di aiuto. Sulla soglia della chiesa Setembrina e Regolo erano seduti vicini e tenevano ambedue le braccia conserte. Poggiati all'antico portale, partecipavano alle chiacchiere degli altri stando spalla a spalla e celando dietro quell'innocente postura le loro mani, che ansiose, si sfioravano.
I ragazzi parlavano della guerra e si lev una domanda.
Regolo, i fiorentini attaccheranno?
Non lo so, ragazzi, pare che il bali d'Accon abbia preso campo a Pontedera. Regolo chin mestamente il capo. Se quei mercenari al comando del francese attaccheranno, sar dura. Ora, siamo rimasti solo noi.
Si levarono altre voci.
Li ricacceremo indietro anche stavolta, come nella battaglia al bastione di Stampace.
Oppure moriremo tutti nell'estremo sacrificio.
Vero e cos il Pistoia comporr nuove poesie.
Ma se  morto a Ferrara l'anno passato!
Non lo sapevo, allora in suo onore recitiamo i suoi sonetti.
Attaccarono tutti insieme
O quante acute spine
quante mortali querele e acerbe nuove,
del quattrocento fa il novantanove!
Forte Pisa alle prove!
Che - chi ha tempo, suol trovar ventura -
Dice il proverbio, - e quel che vince, dura.
E se in fin, non sei sicura
per non restare del nimico in prigione
fa di te stessa sacrificio al foco e di' con tutti i tuoi:
- mora Sansone! Chi more per la patria, ha fama eterna. -
I ragazzi risero, Antonio Cammelli, il poeta pistoiese che aveva parteggiato per Pisa e aveva composto varie storie in rima, era citato dai grandi, affinch i piccoli sapessero.
Uno dei ragazzi alz la voce. A me piaceva quell'altra, quella che parlava della ragazza di Faglia, che accorsa a difendere Pisa, scagli dalle mura la sua lancia contro i fiorentini mentre gli urlava:
Ritornate a Peretola civette a vender le cipolle a centinaia!
Questa volta sorrisero anche i Biccoli e gli altri adulti seduti davanti al palazzo, che si erano messi ad ascoltare i giovani.
Risate spensierate. In quel momento, niente sfiorava Regolo e Setembrina. Erano l, ma erano altrove, erano rimasti lungomare, avevano ancora il sole negli occhi, avevano ancora il sapore salmastro sulle labbra. La campana del coprifuoco parve risvegliarli, Regolo strinse forte la mano di Setembrina e poi si alz. Devo andare, fra un'ora ho il turno di guardia alla porta Calcesana.
Abbozz un sorriso e si conged fissando la ragazza nel profondo degli occhi. Lei ricambi sostenendo lo sguardo e Regolo si sent nutrito da quel contatto, da quel comune desiderio. Si incammin sul lungarno in compagnia di un altro ragazzo. Si sforzava di essere tranquillo, ma non lo era. Aveva colpito il suo primo avversario con la fionda quando aveva tredici anni, ora ne aveva ventidue e in mezzo c'erano state battaglie ed incursioni, assalti e devastazioni. Quando Firenze, nell'agosto del 1499, aveva sferrato l'attacco al bastione di Stampace, lui era l, giovane ed inesperto e oltretutto scellerato ed infuriato. Quella volta i fiorentini erano riusciti a fare breccia nelle mura e stavano per entrare in citt. Gli sovvenne di come in quel frangente fosse rimasto paralizzato di fronte agli sguardi feroci dei nemici che stavano per lanciarsi a corsa per le vie della citt. Rimase immobile ed incapace di reagire, poi una mano, quella di Astore, l'aveva afferrato e trascinato via. Suo padre aveva sempre fatto il muratore, ma il coraggio non gli aveva mai fatto difetto e anche quella volta si era battuto con caparbiet e slancio e lo aveva salvato. Sorrise Regolo mentre camminava; i fiorentini avevano sfondato le mura dopo dieci giorni di bombardamento, ma, Paolo Vitelli, il loro comandante una volta al servizio di Pisa, aveva inspiegabilmente dato ordine di ritirarsi. Finito l'assalto, era immediatamente iniziato il lavoro dei muratori per ricostruire le mura e lui, a fianco di suo padre, aveva raccolto le pietre, aveva impastato malta, aveva innalzato travature e ponteggi. Pisa quella volta aveva resistito, ma forse era rimasta salva per un miracolo o un pentimento: il comandante nemico, il Vitelli, era poi stato giustiziato per alto tradimento proprio dal governo fiorentino.
Regolo, ma a cosa pensi?
Ti ricordi l'attacco di Paolo Vitelli al bastione di Stampace?
Me lo ricordo s, anche se non s' mai capito perch si ritirarono. Vero, ma sai a cosa pensavo? A tutte quelle palle di pietra che in dieci giorni ci spararono addosso con le bombarde. Ti ricordi che i nostri babbi ci mandarono a scegliere quelle che erano rimaste intere e le murarono sulla cinta che, pian piano, veniva ricostruita?
Me lo ricordo s, erano pese come il piombo e poi, la vuoi sapere una cosa?
Dimmi.
Quando sono di ronda fuori dalle mura, se mi scappa, ce la faccio sopra. Sono proprio all'altezza giusta.
Ma sei matto, la fai sulle mura!
No, io la faccio solo sulle palle dei fiorentini.
Risero, mentre si avviavano al loro turno di guardia, ma l'allegria svan ed i pensieri cupi si riaffacciarono dopo poco. Regolo sospir, tutto quello che gli tornava alla mente, apparteneva al passato; in tutte quelle vicende era stato sempre aiutato da suo padre, ora era solo. In nove anni di guerra la generazione del suo babbo era pian piano scomparsa, la citt non poteva pi contare sui soldati di ventura e nemmeno sui padri e su quegli adulti che infondevano coraggio e si accollavano il rischio delle scelte. Pisa aveva un esercito di giovani, ragazzi dediti ai loro mestieri che, al suono della campana delle adunanze, gettavano a terra i loro arnesi da lavoro e si bardavano per andare in guerra. Un attimo prima si poteva discutere e sognare, un attimo dopo, morire.
All'ora sesta del sei di settembre, una folla vociante si era riunita nei pressi del convento di san Michele in Borgo, all'angolo della via di sant'Orsola e del vicolo degli Orafi. La confusione era massima e le strette vie parevano scoppiare. Da una finestra al primo piano era volata di sotto una cascata d'acqua e quelli che erano stati bagnati, inferociti, volevano sfondare la porta per pareggiare i conti. Il vociare era massimo,
ma di colpo cal il silenzio. La porta del convento che dava su via sant'Orsola si spalanc e apparvero due monaci che recavano un paiolo fumante. Lo poggiarono a terra e chiesero di fare spazio. Tranne i pochi nelle prime file, nessuno vedeva niente e tutti si alzavano in punta di piedi nell'illusorio tentativo di capire qualcosa. Il monaco pi anziano, usando un mestolo di legno, trasse un pomo bollito, lo adagi in un piatto e con una lama lo tagli in due. La polpa giallastra pareva avere il colore di certe albicocche, ma forse era pi pallido. Il monaco ne tagli un pezzetto, la sottile buccia marrone si stacc da sola; lo prese tra le mani e soffi per attenuarne il calore, poi se lo mise in bocca e lo mangi.
Ce ne siamo cibati ieri e l'altro ieri, nessuno ha avuto problemi e anzi  stato gradito. Il monaco vivandiere ha suggerito di bollirle in acqua di mare e, infatti, questo mangiare  risultato pi saporito. Vanno bollite per due ore e diventano morbide e farinose. E ora, andate!
Cos dicendo rovesci il paiolo facendo rotolare la batatas bollite; chi si gett a terra per prenderle, chi fu spinto, chi calpestato. Pisa aveva una nuova rissa per la strada, ma aveva anche trovato un nuovo ed insperato cibo. La folla nel vicolo degli Orafi ondeggi, ci furono grida. Era frequente che, nella spinta, qualcuno morisse con il torace schiacciato, ma un suono allarmante fece cessare ogni azione. La campana delle adunate era percossa a martello e quel suono ricondusse tutti ad un nuovo ordine. Fabbri, fornai, bottegai, maniscalchi: il semplice suono di una piccola campana di bronzo trasform tutti in soldati e lo fece nel tempo di un battere di ciglia. Un attimo prima la rissa aveva diviso gli animi, ora l'allarme aveva unito i pisani. Il balivo d'Accon marciava contro la citt, cavalcando sulla via calcesana.


Capitolo 19.
Pisa dal 7 settembre 1503 al 10 settembre 1503.

La notte era trascorsa senza che alcuno cedesse al sonno: la guerra era attesa da un giorno all'altro, ma nonostante i molti piani elaborati e le strategie di difesa, la citt si trov comunque impreparata. Quanto era numeroso l'esercito accampato appena fuori dalle mura? Avrebbero bombardato o sferrato un attacco improvviso? Il Consiglio degli Anziani e tutti gli organi del governo pisano avevano trascorso la notte lavorando e il comando delle operazioni militari era stato assegnato a Ferruccio da Calci. Dopo la perdita della Verruca il comandante Buttafuoco, anche se con rimpianto, si era congedato da Pisa come tutti gli altri mercenari. Il suo secondo, appunto il prode Ferruccio, risultava essere il capitano pi esperto e, soprattutto, aveva retto indomito un assalto da parte dello stesso nemico che ora minacciava la citt. Soldati di professione ormai non ce n'erano, gli uomini in et utile erano comunque pochi ed allora era stata presa la decisione che sotto le mura, a recare le scorte, a ricaricare i moschetti, a veicolare i feriti, a spengere gli incendi se necessario, dovevano pensare le donne. Non era la prima volta che succedeva, ma erano stati momenti spontanei ed occasionali. Ora invece la citt, con tutti i suoi abitanti, rispondeva unita. Negli
occhi di ogni madre c'era il biasimo e la disperazione, ma quale esempio poteva dare una madre affranta? Il bisogno indur i cuori e gli sguardi; l'alba non era lontana e non si poteva indugiare.
Quindi dove ci dobbiamo sistemare?
Fa fede dove si vive e noi siamo con quelli dello scalo di santa Cristina, uomini e donne insieme: ci tocca la porta Calcesana, io sugli spalti. Babbo e mamma, attaccate il cavallo ad un carro del magazzino e se c' da trasportare feriti toccher a voi, vi riunite con gli altri davanti al convento di san Silvestro. Le monache avranno bisogno di aiuto per curare feriti; qualunque cosa di cui ci sar necessit, vi sar comunicata al momento.
E io?
Te, Setembrina, vieni con me, lo sanno tutti che sai caricare un moschetto, sarai sotto le mura. Non ho potuto evitarlo.
La famiglia Biccoli usc unita nella notte, affrettandosi a guadagnare il posto assegnato. Non succedeva da molto tempo che uscissero tutti insieme per andare da qualche parte: i figli ormai erano grandi e soprattutto Beniamino, fra il lavoro e l'esercito, era sempre fuori casa. Di certo, n Aureliana n Clemente, avrebbero mai immaginato questo. A passo svelto si confusero fra la moltitudine di persone che si muoveva nella notte: ognuno attendeva al proprio comando, ognuno seguiva il proprio destino. Aureliana non aveva detto una parola, Clemente cercava di apparire sereno, ma soffriva come un cane all'idea che qualcuno dei suoi potesse rimanere anche soltanto ferito. Marciavano svelti, non c'era tempo da porre in mezzo. Beniamino?
Dimmi, Sete.
Regolo, dove sar?
Con me alla Calcesana, lui ha casa al porto delle Gondole, quella  la sua porta.
L'esercito fiorentino era accampato ad Est della citt, le possibili porte a cui avrebbero tentato l'assalto erano la Calcesana e porta di Spina Alba. Questo preoccupava moltissimo i pisani: la porta di Spina era difesa dal lato sinistro dal bastione del Barbagianni e a destra dall'argine dell'Arno, dal ponte di Spina e dalla Fortezza Nuova. Le due postazioni a guardia delle porte erano armate con bombarde leggere e pesanti, qualunque aggressore avrebbe subito perdite notevoli solo tentando di avvicinarsi. Se per avessero preso uno di quei due accessi, sarebbero capitolate subito anche le fortificazioni vicine. Quindi il dubbio era uno solo: o i nemici erano degli sprovveduti o erano numerosi come non mai, si sentivano forti e in grado di subire molte perdite e comunque proseguire. Nell'uno e nell'altro caso sarebbe stata una carneficina. Contrariamente a tutte le previsioni, il bali d'Accon non si avvicin alle mura, ma dette inizio ad un bombardamento intenso, ancor prima che il chiarore si facesse netto dietro i monti pisani. Colpo su colpo, dalle mura e dai bastioni, Pisa rispose. Il Bufalo, il Basilisco e l'Ulivetta vomitavano palle e ferraglie. Ogni bombarda aveva un nome proprio e, nel tempo, i soldati avevano imparato a riconoscere il cupo boato di ognuno degli affusti di bronzo, cos come avveniva per il suono delle campane. I nemici erano troppo lontani per tentare di contrastarli usando i moschetti: si cap subito che chi aveva pi polveri e pi munizioni avrebbe avuto la meglio e fu chiaro a tutti quale sarebbe stata la tattica nemica. Il bombardamento poteva durare due, tre, quattro giorni e ancora di pi. Chi stava fuori aveva il vantaggio di non dover difendere niente; le postazioni di tiro erano distribuite apparentemente a caso e potevano comunque spostarsi facilmente, mentre le truppe di cavalieri e fanti stavano ancora pi lontane, a distanza di sicurezza. Sulle mura e alle fortificazioni, per quanto le artiglierie pisane vomitassero fuoco, le postazioni erano in definitiva pi un bersaglio che un'arma di offesa. Le palle cadevano sibilando e si frantumavano al suolo, sulle mura o sui tetti delle rare case presenti entro quel tratto della cinta. Per quanto ognuno avesse un riparo, schegge impazzite riuscivano ogni volta a causar danni e mietere feriti. Ogni monastero aveva speziali e i locali adibiti al soccorso, ma i feriti pi gravi venivano portati agli Spedali Riuniti di santa Chiara, di fronte al Duomo. Di quelli che entravano nello Spedale, ognuno sarebbe uscito per poi andare in cattedrale, nessuno escluso. Qualcuno per ringraziare, molti, per essere pianti.
Venne il giorno, il sole si alz a picco e poi pian piano prese a calare; a sera ancora i bombardamenti non avevano diminuito la loro intensit e nemmeno la notte rallent il fuoco avverso. I sordi tonfi delle esplosioni penetravano come un soffio d'aria sotto le vesti e facevano vibrare il petto ed il ventre. Colpo su colpo si impar a riconoscere il ritmo di sparo, a calcolare dopo quanto sarebbe caduta la prossima palla, ad intuire il punto d'impatto ascoltando i sibili dei proiettili. Dentro le mura, donne e uomini si muovevano con fare intermittente. Correvano e si spostavano agili per poi, di colpo, fermarsi immobili nella speranza di eludere l'offesa. Dieci volte andava bene, forse venti, poi qualcuno, semplicemente pi sfortunato, veniva tranciato in due dalla ferraglia nemica o schiacciato a terra da una palla di pietra serena, morendo senza neanche averne avuto sentore, proprio laddove aveva cercato riparo. Scese la notte, portando almeno il sollievo della frescura agli uomini piazzati sulle mura, che avevano le labbra screpolate dal
sole e la gola riarsa. Scese la notte, ma fece pagare il refrigerio a caro prezzo: il bombardamento si intensific, Pisa badava pi a stare coperta, che ad offendere le postazioni nemiche. A notte fonda nel palazzo degli anziani, Ferruccio da Calci, Simon Francesco Orlandi, Valtiero dei Gronchi di torre di Foce, Alfonso del Mutolo da Pontasserchio e gli altri comandanti delle fortezze e dei baluardi, sedevano disordinatamente intorno ad un tavolo. Ad ogni colpo, amico o nemico che fosse, i vetri delle finestre tintinnavano e dai soffitti cadeva la sottile segatura che spolverava dalle antiche travi. Non era ancora disperazione, ma nell'animo di tutti albergava un sentimento lacerante: lo scoramento e la frustrazione erano palpabili. In un'altra sala, anche il governo pisano era riunito, ma era da quella assemblea di capi militari che si attendeva una risoluzione. Erano state analizzate tutte le possibilit, ma Pisa, questa volta, non aveva carte favorevoli da giocare. Nel silenzio cupo una voce si fece largo fendendo gli animi scuri. Abbiamo una sola possibilit di resistere e sopravvivere.
E sarebbe?
Combattere! Combattere uomo contro uomo, fuori dalle mura!
Bella pensata, comandante Valtiero e, di grazia, come si farebbe? Chiediamo al bali di sospendere il fuoco e poi lo sfidiamo a duello? No, lo inganniamo e lo costringiamo a venire sotto le mura.
Cercate di essere pi chiaro.
Comandante Ferruccio, quanta polvere e quante palle abbiamo ancora?
A questo ritmo possiamo sostenere il fuoco ancora per due giorni. E se rallentiamo il ritmo?
Se dimezziamo i colpi si va avanti per il doppio del tempo, non ci vuole una grande scienza per questo conto.
Non vi spazientite, Ferruccio, vediamola cos: se il nemico iniziasse a rallentare i colpi e dopo sei ore rallentasse ancora e dopo altre sei ancora fino quasi a non sparare pi, cosa pensereste voi?
Penserei che il balivo d'Accon ha poca polvere e la raziona e pian piano la esaurisce.
Appunto! E se noi facciamo finta di esaurirla e induciamo il bali a credere che siamo in difficolt, se vogliono Pisa, prima o dopo dovranno venire a prendersela e, a quel punto, noi usciremo a dar battaglia.
Il silenzio che si cre era ancora pi profondo di prima: era un'idea folle, ma era anche l'unica che poteva in qualche modo mutare le sorti dello scontro. C'era un problema enorme e tutti lo sapevano: anche se le cose fossero andate come pensava il Gronchi, Pisa avrebbe poi mandato fuori un esercito di ragazzi inesperti ed avrebbero cozzato contro soldati mercenari pronti a tutto. Simon Francesco Orlandi si era alzato dalla sua sedia e fronteggiava lo sguardo serio del possente Valtiero. Comandante, date retta, non si pu fare. Quelli l fuori sono pronti a sgozzare la propria madre, sono soldati di mestiere.
Vero, Cavaliere, ma anche quelle bestie l fuori non sono mai pronte per una cosa. Non sono pronte a morire.
Quell'ultima frase fece breccia nell'animo di tutti. I soldati di ventura agivano con ferocia e calcolo: se le prede, oltre la paga, valevano la pena, rischiavano e si buttavano nella mischia, ma era ormai pratica comune, quando le cose si mettevano male, abbandonare i campi di battaglia. Loro combattevano per un compenso, i pisani combattevano per la sopravvivenza del popolo e della citt e questo, era chiaro a tutti.
Messer Ferruccio.
Dite, Valtiero.
Cosa potrebbe convincere i nostri ragazzi ad uscire allo scoperto e ad affrontare quei mostri fasciati di placche di metallo?
Potremmo semplicemente ordinare loro di uscire ed uccidere, o farsi uccidere, ma non baster ad annientare il terrore che coglie gli inesperti. Potrebbero andare, certo, ma una volta l fuori sarebbero solo carne da macello.
Cal di nuovo quel greve silenzio che non era foriero di buoni presagi. Visi segnati da fatiche e privazioni, animi induriti dalle traversie di quei nove anni di assedio; ognuno aveva convinzioni e dubbi, ognuno rispettava i pensieri degli altri, ma non era facile trovare la concordia. Simon Francesco Orlandi in tutti quegli anni si era adoperato, con politica quanto con la spada, a sostenere Pisa. Appariva segnato dalle privazioni che come tutti, bench fosse cavaliere, aveva patito. I capelli erano pi radi e grigi, gli zigomi prominenti, una cicatrice lo solcava dalla tempia destra fino al mento. Se sorrideva, appariva ancora come un uomo pieno di vigore e carisma, ma quando i suoi occhi si perdevano nel vuoto, pareva l'ombra di se stesso. Il cavaliere Orlandi, Ferruccio da Calci, Federico, il comandante della fortezza di Terzanaia sin dal primo giorno di libert, Valtiero dei Gronchi, Alfonso del Mutolo e tutti gli altri uomini d'arme, sembravano persi in un limbo fumoso: la stanchezza e lo scoramento non lasciavano spazio a nessuna idea positiva.
C' una cosa che si potrebbe fare.
Dite, Valtiero.
Quello che serve  una cerimonia in Duomo, ma non una processione o una messa.
A che cosa pensate?
Ad una investitura!
L'unico cavaliere era l'Orlandi e la questione lo fece sobbalzare. Di quale follia state parlando?
Il silenzio cal di nuovo, questa volta gelido, il diritto di essere elevato al rango di cavaliere spettava per discendenza e raramente per merito. L'Orlandi si accigli, ma il Gronchi riprese. Ci sono molti giovani che si sono distinti. Pensate alla loro vita, all'inizio della guerra erano bambini ed hanno votato l'intera esistenza alla difesa della citt. Non hanno viaggiato, non hanno studiato, hanno avuto solo lutti e privazioni. Eleviamo dieci giovani allo stato di cavaliere e si spieghi alla gente cos che a tutti sia ben chiaro, che difendere la propria citt e lottare per la propria terra  un valore riconosciuto da Dio e condiviso dal popolo. Diamo segno che l'impegno e la dedizione possono mutare gli animi, rendiamo noto a tutti che un cuore forgiato nella tempesta  pi forte degli altri, ma che per gli altri  esempio e baluardo. Facciamolo, Simone!
Si fronteggiarono, erano entrambi esperti nelle armi e nella vita, ma il ceto sociale aveva ancora valore, soprattutto se uno stava sopra l'altro. Anche Ferruccio da Calci si alz e si pose al cospetto dell'Orlandi, prendendo la parola. Una cosa non capisco, comandante Gronchi.
Dite.
Che ne sar di quei novelli cavalieri?
Valtiero rispose senza abbassare lo sguardo. Usciranno animati da una forza sovrumana, usciranno con entusiasmo e ardore, usciranno sentendo addosso gli occhi orgogliosi dei padri, quelli invidiosi degli amici, quelli innamorati delle fanciulle. Usciranno trascinando col loro esempio tutta Pisa: la nobilt d'animo non si ha per censo o parentela, la nobilt sta solo qui.
Il rumore della mano guantata sbattuta all'altezza
del cuore sulla corazza di scaglie, risuon nella stanza. Simon Francesco sostenne lo sguardo, pareva irato, spost gli occhi in quelli di Ferruccio poi di nuovo sul possente comandante dei Gronchi.
Sorrise. E sia, ma sar come Dio vuole!
Ovvero?
Senza fretta e secondo tutti i dettami della cavalleria, o cos o niente!
Pisa si risolse di ritmare pi lentamente i suoi colpi di bombarda sin dalla notte, volendo far intendere che le razioni di polvere erano messe a regime stretto. Mentre i fiorentini continuavano alla stessa cadenza a riversare fuoco contro le mura, la citt viaggiava ad una differente velocit. Gi all'alba i comandanti avevano stilato l'elenco dei giovani meritevoli, il vescovo era stato messo sull'avviso e le voci cominciavano a circolare. All'ora terza, Beniamino Biccoli chin il capo per entrare nella legnaia della bassa casa che si affacciava sul porto fluviale, detto delle Gondole, allung un calcio al mucchio di stracci buttato a terra e, di repente, una mano armata di spada si sollev contro di lui.
Posa la spada, alzati, Regolo.
Non dormo, ho sentito la campana delle ore, ma lasciami riposare, che fra poco devo tornare sulle mura.
Alzati e basta, sei atteso al Consiglio degli Anziani.
Perch, cosa ho fatto di male?
Non lo so, mi hanno solo chiesto di trovarti e portarti l, alzati ho detto!
Erano in dieci, erano stati fatti lavare e radere e, anche se diverse, indossavano tutti tuniche candide e una sopravveste scarlatta. Avevano trascorso tutto il pomeriggio insieme al cavalier Simon Francesco Orlandi che li aveva ammaestrati sull'uso e sulle regole della cavalleria. Erano stati fatti entrare nel battistero di san Giovanni dalla porta Ovest, uno ad uno si erano confessati ed erano stati aspersi con acqua benedetta, tratta dalla grande vasca ottagonale. I ragazzi avevano alzato gli occhi al cielo che si poteva osservare, lass, in alto, dove la cupola era volutamente aperta alla sua sommit, per fare entrare luce ed acqua piovana che alimentava direttamente il fonte battesimale. Poi, in processione tra due ali di folla, erano usciti dalla porta che guardava verso la cattedrale ed erano entrati in chiesa sedendo nelle due panche pi vicine all'altare. Secondo l'usanza, i futuri cavalieri, come i profani, erano entrati nel sacro recinto dei pisani, ove si ergevano il battistero, la cattedrale e la torre, venendo da Ovest, dal luogo ove il sole tramonta, dal luogo ove scaturiscono le tenebre. Dopo il nuovo rito del battesimo, avevano proseguito il loro cammino verso Est, verso il sorgere del sole, verso l'oriente di luce e di salvezza. Ora, al duomo, i cerimoniali per l'elevazione al rango pi ambito potevano proseguire. All'ora di compieta era iniziata una messa solenne alla quale aveva partecipato, dentro e sulla piazza, tutta la cittadinanza. Sulle mura, con gli occhi bene aperti e con i colpi di bombarda sempre pi rarefatti, stavano solo gli uomini di turno e nessun altro: i fiorentini si tenevano ancora lontani. Dopo la funzione la folla si ritir, i dieci futuri cavalieri rimasero soli, distanti gli uni dagli altri ed in ginocchio: li attendeva, secondo il rito, una intera notte di preghiera, per rendersi degni del grado che avrebbero acquisito. Rimasero soli sotto lo sguardo del Cristo Pantocratore che, assiso sul suo trono vegliato dai leoni, con a fianco la Vergine Maria e san Giovanni, tutto osservava e tutto sapeva. La notte fra l'ottavo e il nono giorno di settembre trascorse nello stesso modo: i fiorentini continuavano a far grandinare i proiettili sulle mura, mentre i pisani riducevano, quasi fino al nulla, la loro attivit di fuoco, caricando le bombarde con proiettili improvvisati, di cocci e frammenti di forgia e di cantiere, per far credere ai fiorentini di aver terminato le palle di pietra e di ferro.
All'ora sesta del giorno dopo, al termine di una messa solenne, dieci ragazzi digiuni ed assonnati, stavano in ginocchio di fronte al vescovo. Pativano le pene dell'inferno combattendo contro i crampi alle gambe e all'addome, ma ognuno stava eretto e dritto come un fuso. Simon Francesco Orlandi si alz dal suo posto e si par d'innanzi ai candidati, sguain la sua spada e con quella salut Dio e gli uomini.
Popolo di Pisa, ascolta. Oggi, ad onore e gloria della nostra Signora, la Beata Vergine Maria, io, cavalier Simone Francesco degli Orlandi di Pisa, per la volont di Dio, della Repubblica di Pisa e del Popolo pisano tutto, sono qui per officiare l'investitura di questi giovani e prodi guerrieri, ed elevarli al rango di cavaliere.
Tenendo la spada in mano, si spost e si pose di fronte al primo dei ragazzi che stavano tutti inginocchiati di fronte all'altare maggiore.
Regolo Boromati, hai digiunato e pregato la grazia di nostro Signore?
S.
Hai mostrato a nostro Signore Iddio e a suo figlio Ges il Cristo la tua anima e il tuo cuore, liberandoli da ogni peso?
S.
E sei tu disposto e pronto ad essere creato cavaliere?
S.
Alcuni soldati anziani, veterani di molte battaglie, si avvicinarono recando fagotti di panno rosso e vassoi d'argento.
Regolo Boromati, per nostro Signore Ges Cristo, per Dio e la Beata Vergine Maria, per san Giorgio, san Michele e Gabriele arcangeli comandanti delle schiere celesti, per il nostro Santo Patrono Sisto papa e martire, per la gloriosa nostra Repubblica e per la volont del Popolo pisano Valtiero dei Gronchi si era avvicinato al ragazzo e lo aveva fatto alzare mentre Alfonso del Mutolo porgeva all'Orlandi un vassoio. Ricevigli speroni, con i quali camminerai sulla sacra terra Patria, ovunque i suoi figli la portino e calpesterai il suolo del nemico che intenda oltraggiarla.
Il vecchio soldato, cos come l'usanza prevedeva, allacci gli speroni al giovane, che poi riprese la sua posizione in ginocchio.
Ricevi la lancia, perch come lei, tu sia sempre retto e forte, saldo come la virt. Ricevi lo scudo, per difendere i giusti, i poveri, i deboli, gli indifesi, gli oppressi, nostra Madre Chiesa, Pisa e te stesso. Ricevi la spada, simbolo del cavaliere e della Santa Croce, con essa porterai virt e giustizia nel nome di Dio e di Pisa.
A questo punto Simon Francesco si avvicin al ragazzo ed inchinandosi lo baci. Ricevi ora il bacio della pace. Per il tempo che la Repubblica necessiter e ove ti chiamer, amministrerai la giustizia, sarai sempre esempio di rettitudine e onore e dirai sempre e comunque il vero anche se ti condurr alla morte. Accetterai tu il giudizio della Repubblica, di Dio e del popolo? S.
L'Orlandi si erse e per la prima volta i suoi occhi si fissarono sul popolo raccolto. In quel momento elevava al cavalierato dieci giovani che per censo non ne avevano il diritto, tuttavia non sent di essere nel torto, ma anzi, che il volere di quel Dio talvolta pregato, talaltra oltraggiato, si stava compiendo e lui era il Suo braccio. Un brivido gli pass sulla pelle, ma doveva procedere. Con la spada in mano ruot dietro il ragazzo e gli assest un colpo di piatto sul collo
che quasi lo fece cadere in avanti.
Ricevi questo colpo affinch tu ne serbi sempre memoria e sul tuo onore, sar l'unico che non renderai. San Martino ti accompagni col suo esempio. Regolo Boromati svegliati ora dal sonno della malizia e del peccato. Rinasci figlio di Pisa e mio fratello in arme. Sorgi cavaliere e fai che le genti conoscano chi sei.
Il figlio di un muratore si alz colmo di orgoglio e gratitudine, sua madre e suo fratello erano sicuramente in lacrime, confusi fra la folla, con la donna felice e fiera, sostenuta da chi le si trovava vicino. Il novello cavaliere aveva gli occhi velati di pianto, ma la voce fu ferma. Io sono messer Regolo, di Astore Boromati, cavaliere pisano, al servizio di Dio, di Pisa, e del Popolo pisano tutto. Che nostro Signore renda forte e giusta la mia mano, affinch possa proteggervi tutti e compiere i miei doveri, sempre con onore.
Ci furono grida ed applausi, ma lo sguardo severo dell'Orlandi zitt immediatamente la folla; si dovevano investire ancora gli altri e urgeva farlo in fretta, il nemico non aspettava. Regolo fu saldo come tutti gli altri ragazzi, ebbe solo un attimo di debolezza in chiesa, quando si volse a cercare gli occhi di Setembrina, che non incontr. Ma lei c'era ed era in lacrime, silenziosa, fiera ed orgogliosa del suo uomo, il suo cavaliere, il suo eroe spettinato.
Il giubilo e l'esaltazione durarono un attimo, alla fine della cerimonia ci fu appena il tempo per abbracciare i propri cari, poi Pisa torn ad attendere al suo dovere. I bombardamenti fiorentini non erano cessati, quelli pisani ormai si erano volutamente esauriti. Il resto della giornata trascorse con logorante attesa e, sull'ora dei vespri, anche dal campo nemico l'attivit era cessata. Muti stavano i pisani sugli spalti, ad osservare i campi ad Est delle mura. Macchie
scure muovevano, avanzavano, si confondevano e cambiavano colore. Gli ordini erano chiari: appena i nemici fossero arrivati a portata di mitraglia, tutti i pezzi caricati a ferraglia avrebbero eruttato fuoco per seminare morte. Erano previste un massimo di cinque ricariche e poi, dopo l'ultimo colpo, le porte si sarebbero aperte vomitando fuori i soldati pisani, i nuovi cavalieri, i nuovi martiri. Setembrina, seduta a terra con accanto i corni di polvere, la bacchetta e gli stoppacci, rigirava tra le mani una palla di moschetto. Suo fratello le aveva insegnato a caricare, ma anche a tirare e di nascosto, avevano provato insieme molte volte. Teneva la palla fra le dita e ripassava a memoria le fasi del caricamento: la dose giusta da far scendere nella canna si misurava versandola sul palmo fino a coprire la palla da sparare. Era ormai notte e non era riuscita a vedere Regolo, ma era felice per lui, inebriata dalla scena a cui aveva assistito in chiesa dall'alto dei matronei, ma ora aveva voglia, bisogno e desiderio del suo sorriso.
Setembrina?
La ragazza si risvegli dai suoi sogni ad occhi aperti. Beniamino, cosa c'?
Non attaccheranno, succeder tutto domani mattina, mamma ti aspetta al convento: sotto il loggiato del chiostro potrai dormire un po'.
Va bene, Tato, vado.
Setembrina si alz e not che altre donne prendevano la sua via. Voleva restare, voleva fuggire, voleva vedere Regolo e si volt dopo pochi passi per chiederne notizie al fratello. Lui era l che la osservava andare via.
Lei si sorprese dell'espressione amorevole del fratello. Mi guardi?
No,  che...
Che?
Beniamino colm la distanza che lo separava dalla sorella.  che, ho detto tutto a Regolo, se mi capita qualcosa, lui sa cosa fare e te devi stare attenta.
Si guardarono negli occhi, bast un attimo e si accorsero entrambi di piangere, si abbracciarono.
Sete.
Cosa c'.
Io so cavalcare.
Lo so, anch'io so cavalcare e allora?
Domattina uscir coi primi, ma non dirlo a mamma e babbo.
La voce le trem. Va bene, non dir niente. Regolo dove sar domattina?
Regolo sar il primo.
Ci fu un altro abbraccio, senza lacrime, senza indecisioni, il cuore era tornato di pietra. Vado al convento, fai ammodo.
Bada a te e anche a quei due.
Venne l'alba, Firenze aveva ripreso a sparare. Il balivo d'Accon, durante la notte, aveva fatto avanzare le postazioni dell'artiglieria ed i colpi pi ravvicinati avevano iniziato a causare danni maggiori, ma Pisa non aveva mai risposto al fuoco. La luce del mattino svel l'enorme distesa di soldati nemici: fanti e genieri in avanti, con legnami e corde e gatti e travate per arrivare sotto le mura in sicurezza e al riparo dalle saette dei balestrieri pisani. L'esercito fiorentino avanzava e quando arriv in prossimit delle mura, l'artiglieria smise di colpire. Il silenzio che ne deriv era irreale: dopo giorni e giorni le orecchie si erano abituate a quel rumore permanente. Ci furono attimi di stallo, anche la brezza della notte cadde, sgonfiando stendardi e gonfaloni. Bast un fischio, le passavolanti montate su carrette furono di nuovo abboccate fuori dalle merlature e i colpi secchi dell'artiglieria pisana iniziarono a susseguirsi con rapida cadenza. Chiodi, scaglie, residui di forgia, ferri d'ogni genere proiettati nella campagna, portavano ognuno un messaggio infausto e definitivo. La morte colse le truppe di svizzeri e sassoni prezzolati, prima che potessero percepirne la presenza. Ci furono quattro bordate lungo tutto il percorso delle mura che andava dalla porta Calcesana al Bastione del Barbagianni. La quinta e conclusiva era anch'essa latrice di lutti e, al contempo, segnale d'apertura delle porte. Regolo faticava a tenere quieto il suo cavallo, Beniamino teneva le briglie con la sinistra e con la destra carezzava il collo al suo, quello che aveva avuto in dono dal capitano Franois. Gli assi di blocco della porta furono alzati, mani forti afferrarono le ante che, come sospinte dalla luce, si aprirono. Il sole del mattino, ormai comparso sopra la linea dei monti, penetr gli occhi di quei giovani indomiti. Uscirono al galoppo per gettarsi in quell'oceano di sangue e carni lacerate, uscirono gridando, pi per far coraggio a se stessi che per incutere timore. Uscirono accecati dal sole basso, cos che il nemico parve solo una massa informe, quasi come nube fluttuante sull'orizzonte del mare. Uscirono menando fendenti ad ombre e spettri, penetrando come cunei nelle schiere avverse, uscirono tagliando e sgretolando le linee del nemico e, quando ai pi torn la vista, fu solo per vedere sangue e orrore.


Capitolo 20.
Firenze dal 13 luglio 1504 al 29 agosto 1504.

Leonardo da Vinci stava verificando il funzionamento del palco mobile che esso stesso aveva progettato e, che da poco, era stato installato nel grande salone. Il ponteggio era montato su due binari paralleli alla parete: attraverso un sistema di cavi, leve e bozzelli, poteva essere spostato lateralmente e pure alzato e abbassato, senza che fosse necessario scendere dal piano di lavoro. La grande sala era stata costruita anni prima per volere del Savonarola, affinch ospitasse il governo dei cinquecento rappresentanti della cittadinanza fiorentina. Il frate aveva preteso un arredamento minimo e sobrio in accordo con la visione monastica della vita, ma lo scellerato Savonarola si era scagliato, con le sue orazioni, contro la curia romana e, dopo molti atti e patteggiamenti, era arrivata la scomunica di papa Alessandro sesto. Imprigionato, torturato e poi processato per eresia, era stato prima impiccato e poi arso sul rogo nel giorno del Signore ventitr maggio 1498. Dopo la caduta di quel governo ispirato ad ideali monastici, Firenze si era data un nuovo ordinamento politico e il Gonfaloniere Pier Soderini aveva manifestato l'intenzione di decorare quel grande spazio, con dipinti che celebrassero la magnificenza della citt. Per passare dalle intenzioni
ai fatti e per vincere le ritrosie dei rappresentanti del popolo, erano dovuti trascorrere ancora sei anni prima di porre mano alle opere e commissionare parte del lavoro al maestro Leonardo. La grande sala del governo era rettangolare e una delle pareti lunghe volgeva ad Est. Il maestro di Vinci era stato interpellato e convinto grazie alla mediazione di ser Niccol Machiavelli, segretario di stato e personale amico di Leonardo. I lavori erano iniziati mesi prima e il maestro aveva gi dipinto il cartone che avrebbe costituito il modello dell'affresco. Ora, col nuovo palco mobile, poteva dar vita all'opera che avrebbe occupato la met destra di quella grande parete, mentre la met sinistra era stata assegnata ad un altro pittore. Fuori dalla sala, tre persone stavano confabulando. E la seconda brutta notizia in meno di sette giorni, io non me la sento di parlarci, lo sapete quanto sia iroso e pronto alla collera. Ser Niccol, l'unico che pu risolvere, siete voi, siete amici e voi sapete come prenderlo.
Machiavelli si drizz sulla schiena, per darsi un tono o forse per farsi coraggio. Conosceva bene Leonardo e la loro amicizia si era consolidata l'anno precedente quando Cesare Borgia aveva messo sotto contratto lui e il maestro di Vinci, l'uno come segretario e l'altro come ingegnere militare. La morte di Alessandro sesto, papa e padre del Valentino, aveva minato profondamente le sorti del ducato e i due amici erano rientrati in Firenze, anche per sfuggire all'iroso Borgia, che non esitava a far strage di chi gli si opponesse. Niccol entr nel salone e si diresse verso il palco di legno. La sua figura esile ed ossuta, con i capelli corti e neri, contrastava con quella dell'uomo che gli si par di fronte, corpulento, ansimante, coi lunghi capelli grigi affastellati dal sudore e con quelle vesti pi adatte ad una serva che ad un pittore. Leonardo
non bad a chi sopraggiungeva, era irato e chiuso in un silenzio impenetrabile. Un mese prima il governo fiorentino aveva chiamato a decorare l'altra porzione di parete, quella alla sinistra del suo spazio, quel tal Michelangelo Buonarroti, irriverente e curioso che stava sempre ad occhieggiare per rubare i segreti del suo mestiere. Poi, quattro giorni addietro, gli avevano recato la notizia che messer Pietro, suo padre, era morto in quel di Vinci. Nel primo pomeriggio di quell'afoso sabato estivo, il salone era l'unico luogo fresco dove poteva lavorare e meditare in solitudine e non gradiva la visita di nessuno.
Maestro. Maestro, per favore, son Niccol, vi devo parlare.
All'udire la voce suadente e conosciuta, Leonardo alz il capo e porse attenzione.
Vi ho portato del vino e pane e cacio.
Che umile governo in questa nazione se il segretario di stato va di persona a nutrire gli artisti. Dov' l'inganno, Niccol?
Machiavelli aveva superato i trentacinque anni ed era da poco diventato padre per la seconda volta. Era scattante, veloce ed arguto e pareva avesse meno della sua et. Leonardo aveva superato i cinquantadue ed appariva ormai sfiorito di quella bellezza di cui molti, in citt, avevano ancora ricordo. Tra i due per era il pi giovane ad avere modi di padre, mentre il pi anziano, bisbetico e volubile, appariva al suo confronto come un figlio irriverente.
Non c' inganno, Leonardo, sediamo e mangiamo insieme, vi devo comunicare notizie di lavoro che, spero, vi faranno piacere, ma versiamoci prima un po' di vino.
Si sedettero su una panca vicino ad una delle grandi finestre che si aprivano nel lato a mezzogiorno. Leonardo occhieggi fuor di finestra. Non si gode
di una bella vista da questa sala, non si vede neanche la piazza; solo un monaco poteva concepirla cos.
Machiavelli lo lasci dire e vers del vino rosso in due bicchieri di coccio che si era portato. Alla salute.
Alla salute.
Mi dispiace per vostro padre
Non ti dolere, non mi ha mai amato: io ero figlio illegittimo e da marted mi sono liberato del marchio.
Non dite cos, Leonardo, vostro padre si era preso cura di voi.
L'anziano scosse la testa facendo dondolare i capelli spettinati. Certo, si  preso cura di me sposando tre donne pi giovani dei suoi figli, abbandonandomi in campagna per la vergogna di avere un bastardo; mio nonno Antonio e mio zio Francesco mi hanno amato, loro s.
Machiavelli ormai conosceva gli eccessi d'ira del maestro e stette un po' in silenzio per poi cambiare discorso.
Come procede il lavoro?
Ora che ho il palco mobile, posso trasferire lo studio della battaglia di Anghiari sull'intonaco e poi inizier a dipingere, ma user l'encausto, e non l'affresco.
Il segretario di stato finse di essere interessato ed allora il maestro continu. Si mescolano i pigmenti con cera punica, si mantengono liquidi scaldandoli con un braciere e poi si applicano sull'intonaco col cauterio, a caldo, cos non devo attendere i lunghi tempi dell'essiccamento dell'affresco e posso finire il dipinto prima di quello l.
Leonardo nel terminare la frase aveva alzato il mento verso la parete dove Michelangelo avrebbe dipinto un grande affresco che doveva rappresentare la battaglia di Cascina.
Perch ce l'avete tanto col Buonarroti?
Leonardo espir violentemente e si chin in avanti piegando il capo a terra e nascondendo il suo volto in mezzo ai capelli grigi.
Hai visto cosa ha fatto con quel pezzo di marmo sciupato che gli ha dato il Soderini? Pareva che quel blocco di pietra fosse maledetto e invece ha scolpito quel David in modo perfetto. Se anche con i pennelli  cos bravo, chiss cosa sar capace di fare...
Allora, Leonardo, temete il confronto?
Leonardo e Michelangelo si erano scontrati pi volte anche in pubblico. Una lite tremenda era nata quando il Buonarroti aveva terminato il suo colossale David e pretendeva di esporlo davanti al palazzo della Signoria, mentre Leonardo propendeva per sistemarlo nella loggia dei Lanzi, adducendo il motivo che il marmo si sarebbe meglio preservato dalle intemperie e dal passare del tempo. Forse l'astio fra i due risiedeva altrove: incomprensioni dovute al modo di interpretare la vita. Leonardo non aveva mai fatto mistero della sua tendenza ad amare i ragazzi, non temeva la chiesa e i dettami morali e girava per la citt col suo compagno Jacomo, bello e bizzoso. Michelangelo viveva la stessa tendenza con laceranti turbamenti, oscillando fra estreme passioni e periodi di contrizione, oppresso dall'idea che Dio lo vedesse e lo giudicasse, tuttavia, di cose cos intime il maestro non osava parlare, nemmeno ad un amico come Niccol.
Non temo niente, nemmeno la morte, io andai a bottega dal Verrocchio per costruirmi una vita mia, per elevarmi dalla condizione di bastardo malvisto nella famiglia; costui  andato a bottega dal Ghirlandaio sottraendosi al suo censo patrizio e retrocedendo il suo rango sociale, ma se ne vergogna e non si degna di ammettere che i Buonarroti hanno avuto
difficolt economiche. Ecco che ha inventato la storia di esser nato a bottega e di essere stato allevato a latte mischiato con polvere di marmo. Veniamo da mondi diversi: ha la met dei miei anni,  certamente dotato, ma lui, di natali nobili, fa dell'arte bottega, io, povero e senza soldi, faccio arte sognando che sia solo arte. L'arte per me  madre e padre, lui li aveva e se n' privato. No, non ce l'ho con lui, per quanto mi costi dirlo, forse lo invidio, forse mi fa pena. L'ho scoperto a copiare il mio disegno per la battaglia, di solito lo lascio fare ai miei ragazzi di bottega, ma lui non si deve permettere di rubare la mia arte, non gli  concesso!
Il maestro continu a mangiare pane e formaggio con lo sguardo perso nel vuoto, poi riprese: Sai Niccol, il Buonarroti  un uomo repellente: guarda me, sono in ciabatte, lui invece anche con questo caldo non si leva mai quei suoi stivali di pelle di cane e non d mai aria alle solette. Non si lava e il pi delle volte, a sera, si butta a terra laggi, sotto la parete e dorme fra i calcinacci dove magari ha orinato un'ora addietro. Io mi chiedo quale nobilt abbia quest'uomo e dove abbia appreso le maniere che convengono al suo censo, o meglio, come abbia fatto a dimenticarle. Pare quasi che debba espiare una colpa. Ah, Niccol, che essere meschino sa divenire l'uomo!
Machiavelli lasci che i pensieri foschi si diradassero un poco, la notizia che recava non era piacevole, almeno in quel momento o cos credeva.
Leonardo.
Dimmi.
Si  tenuto un consiglio, Firenze s' risolta di prender Pisa una volta per tutte e, dopo il fallimento dell'anno scorso, s' deliberato che il progetto di deviare l'Arno sia realizzato.
Leonardo scoppi in una risata fragorosa, sputando frammenti del cibo che stava masticando. Quando si riprese un poco dal suo attacco d'ilarit, bevve un sorso di vino e riprese: E cos, te, ora vieni a chiedere a me, di abbandonare tutto questo lavoro per andare a scavare il canale in quel di Pisa?
Ebbene, maestro Leonardo, questo  ci che il governo vi chiede e, per quanto siate riluttante all'idea del lavorare per denaro,  stata pattuita una ingente somma e, in pi, questa non sar un'impresa per celebrare la gloria di Firenze, sar la gloria stessa.
Leonardo si chin di nuovo in avanti e, poggiando i gomiti sulle cosce, si prese la testa tra le mani. Volgendo lo sguardo al pavimento si perse nuovamente nei suoi pensieri. Machiavelli si volt verso l'ingresso: i suoi collaboratori attendevano un responso, ma lui, con un gesto, li richiam alla calma. Col maestro bisognava pazientare, era cos intelligente e pronto di spirito, quanto imprevedibile e non si poteva esser mai certi delle sue reazioni.
Dimmi, Niccol.
Chiedete.
Ma perch ancora con questa fissazione di Pisa? Che non abbiamo in citt ricchezze sufficienti e palazzi, s da esserne fieri?
Vedete Leonardo, gi cinque anni fa esposi al governo la questione di Pisa, ma le mie parole sono rimaste nell'aria. Prender Pisa ormai  da considerarsi un vezzo: la libert di quella gente  come un primo nell'occhio. Quando poi per aver accesso al mare, si debba sperperare tanto denaro, io non l'ho mai capito. A che ci serve un porto, a noi, noi che per mare non ci sappiamo andare e ci fa paura finanche la sola parola? Maestro, ai fiorentini il mare non piace e non sanno cosa farsene, per lo vogliono.
Leonardo rise. Ma poi, dimmi Niccol, com' che con i nostri forti eserciti, non si  mai riusciti a cavar il topo dalla tana?
Questa volta fu Machiavelli a perdere lo sguardo nel vuoto. Da tempo andava analizzando la questione: Firenze si era sempre affidata a soldati di mestiere, quasi sempre stranieri, quasi sempre poco inclini al sacrificio e molto al compenso. Per ogni pisano che combatteva per salvare la casa, la famiglia e la patria non bastavano dieci di quei sassoni o svizzeri armati fino ai denti. L'esercito cittadino aveva una forza e uno spirito indomito, che niente avrebbe mai piegato; l'esercito mercenario era solo una piaga. Come riferire al consiglio della citt, che in fondo ammirava quei pisani? Come spiegare che l'esercito cittadino era l'unica vera forza militare che avrebbe potuto vincere e, soprattutto, come scrivere le regole di coscrizione per arruolare i giovani figli di Firenze? Di sicuro sarebbe stato impiccato per tradimento. Dopo la sconfitta, patita l'anno prima dalle truppe guidate dal balivo d'Accon, pi d'uno al governo aveva gridato allo scandalo. I pisani, con uno stratagemma, avevano attirato il nemico sotto le mura e poi, come indemoniati, oppure sorretti dallo stesso Iddio, erano usciti dalle porte seminando morte e terrore. Da quei giorni circolava una voce riguardo a dieci cavalieri pisani, che erano usciti in battaglia recando legato alla lancia un drappo. Su quella stoffa bianca stava una croce rossa ricamata e si diceva che fosse stata donata loro da san Giorgio in persona. Erano voci e dicerie, ma non si poteva combattere quando con il nemico erano schierati i santi ed i principi della cristianit. Oppure il diavolo. Che forse Firenze tutta fosse in errore a voler prendere Pisa? Che forse il disegno dell'Onnipotente fosse un altro? A chi poteva confidare i suoi pensieri, senza venir accusato di tradimento? Eppure era l, per convincere l'ingegnere militare Leonardo a recarsi nel pian di Pisa a risolvere la questione.
Niccol?
Dite.
Dove  naufragato il tuo pensiero, Niccolo? Non tentare di capire tutto, quando le cose si muovono troppo veloci ingannano l'occhio. Prendi la corda del liuto: quando vibra, il movimento  cos rapido, che a noi pare di vedere due corde e non una. La mente umana ha bisogno di posarsi ed osservare bene le cose che sono ferme o in movimento lento e da l ripartire, ma voi, uomini di stato, avete fretta di capire e non osservate. Niccol, ti vedo, la tua anima  una sola ma  doppia come le corde del liuto, sei troppo agitato, placa il tuo spirito.
Machiavelli sorrise benevolo all'amico. Scusate, riflettevo su queste faccende di guerra, volente o nolente s'ha da prender Pisa e si attende la vostra risposta.
Niccol, fammi un favore.
Dite, maestro.
Torna domani a quest'ora. Ti dar una risposta, ma lascia ch'io oggi ci pensi sopra.
Mi pare giusto, maestro. Allora vi lascio al vostro lavoro. Passo domani.
Il segretario di stato si conged; incamminandosi verso l'uscita incroci lo sguardo ansioso dei suoi colleghi. Bast una smorfia per far capire loro che la decisione non era presa. Dal fondo della sala la voce di Leonardo suon imperiosa. Niccol, domani potrei avere della frutta?
La giornata afosa si spense. Leonardo rientr al suo alloggio e dopo cena si sedette al tavolo del suo studio, ricolmo di carte e disegni. La tenue luce crepuscolare ormai era svanita, una fioca candela illuminava il piano di lavoro, attirando farfalle ed altri piccoli insetti. Leonardo si perse ad osservare i moti del loro volare. Sulla stessa pagina dove stava annotando le spese per l'encausto, prese a disegnare l'ala di una farfalla. La mano sinistra tracciava segni precisi, gli occhi socchiusi spiavano quei piccoli esseri. L'ala prese forma, poi la mut: il maestro ne prolung un'estremit, la pieg, la fece simile a quella di un grande rapace, di un gufo. Lavor lungamente a quel disegno, cur i dettagli, disegn singole penne remiganti, evidenziandone la frangiatura, una caratteristica che permetteva ai gufi di volare in totale silenzio annullando il rumore prodotto del battito delle ali. Uno sfrigolio azzer tutto quel mondo: una falena, passando troppo vicino alla fiamma, era arsa e la candela si era spenta. Pass in camera da letto, una lieve brezza percorreva le stanze; se pur sfinito indugi in mille pensieri, allontanando vieppi il sonno. Voltare il corso dell'Arno non era affare da poco, ma erano anni che ci pensava. Il suo progetto era addirittura pi ambizioso: regimentare tutto il corso del fiume, renderlo navigabile e unire con barche e commerci il mare a Firenze. Il corso del nuovo Arno lo aveva disegnato anni prima, puntando il compasso e tracciando un semicerchio che univa Firenze a Serravalle e passando per Prato e per Pistoia. Agli stolti era parso un tracciato lungo e dispendioso, ma invece era pi corto del corso naturale, perch si eliminavano inutili curve ed anse, createsi nei secoli. Certo, c'era da scavare, innalzare acque con pompe ad immersione, ma i disegni delle escavatrici e delle cicognole erano pronti da tempo ed attendevano solo di essere realizzati. Gli sovvenne, che aveva letto da qualche parte di impianti di sollevamento delle acque, in Siria. Quei sistemi si chiamavano norie e per funzionare non necessitavano di forza animale o umana. La stanchezza era scomparsa, la mente fervida del maestro vag sulle acque del fiume, immagin cantieri, acquedotti, cave per la rena e molini
per la follatura. Cambiare il corso dell'Arno avrebbe cambiato il corso della storia, avrebbe permesso di realizzare la pi grande opera di ingegneria dalla fine dell'impero romano. Curvare l'Arno a Pisa era solo una parte del suo disegno, ma tanto valeva iniziare da l. Gli acuti richiami delle gazze e dei merli preannunciarono l'alba; solo allora Leonardo cedette al sonno.
Il giorno dopo, all'ora di pranzo, Machiavelli si ripresent nel salone, recando pere e pesche mature.
Buongiorno maestro.
L'aspetto di Leonardo contrastava con la sua euforia. Vieni, vieni Niccol. Ho meditato tutta la notte e sono giunto ad una conclusione.
Machiavelli non os chiedere, ma prefer incitare Leonardo con un sorriso conciliante
Sai cosa far, Niccol? Lascer questa sala, andremo laggi e diriger lo scavo, ma anche se questo servir alla causa bellica, lo far solo per compiere un'opera d'arte migliore e pi grande di questo quadro e lascer che quel pidocchio del Buonarroti rimanga qui a giocare coi pennelli. Io scaver il pi grande canale mai visto, devier l'acqua e con quella si potranno alimentare pompe, fucine, gualchiere, si potr irrigare ed allagare, si potr dare vita ad una nuova terra.
A noi preme solo che l'Arno, non arrivando pi al mare, cessi di essere la via di ingresso degli aiuti che arrivano con le navi.
Perch voi siete esseri limitati! Leonardo era balzato in piedi urlando. Voi pensate solo alla ragion di stato, al profitto e all'inganno, il canale sar un nuovo Nilo per generare terre e ricchezze, sar difesa dai pirati saraceni, sar canale per navigare e recar merci. Quando tu metti insieme la scienza dei moti dell'acqua, Niccol, ricordati di mettere sotto ciascuna proposizione
i suoi giovamenti, acciocch tale scienza non sia inutile. Gi anni fa provai a convincere i Medici, di creare un canale navigabile fino al mare, cos come cercai di spiegare ai veneziani di come arginare le maree e al contempo dissuadere i turchi dall'attaccare la citt. L'acqua  morte o vita a seconda di come la si regimenta; io creer una nuova vita, Niccol, lasciamo questa sala che puzza di frate morto, andiamo!
Si avviarono verso l'uscita, ma a met del salone Leonardo trasse a s il segretario di stato e gli parl a bassa voce, volgendosi all'intorno per paura di essere ascoltato. Me lo puoi fare un favore, Niccol?
Dite.
Se io lascio questa sala, affidate al mio amico Botticelli il compito di sorvegliare il cantiere.  vecchio e malandato; dopo quell'infame accusa di sodomia non  pi capace di dipingere. Io so Niccol quanto pesi una cosa del genere. Se darete l'opera al Botticelli non muover neanche un pennello, ma almeno si sentir utile a qualcosa e poi...
Poi maestro?
Poi torner e il mio dipinto splender pi di quello del Buonarroti,  una promessa.
Ma voi avete diversi ragazzi nella nuova bottega che avete da poco riaperto: Salaj era stato gi vostro allievo ed  gi esperto e anche quel Tomaso dei Masini, quello che si fa chiamare Zoroastro.
Per il cielo, no! Zoroastro  interessato solo a far volare le mie macchine e prima o poi ci si romper il collo e Salaj  arrogante, finirebbero per litigare e rovinare tutto. Dai retta a me, Niccol, chiama il vecchio Botticelli.
Al ventesimo giorno di agosto dell'anno 1504, il consiglio della citt di Firenze deliberava che i lavori dello scavo dell'Arno potevano iniziare. Furono reclutati mille marraioli e furono inviati a Pisa, protetti
e sostenuti da duemila fanti dell'esercito mercenario. Avrebbe comandato il campo, contro le sue volont, Antonio Giacomini. Secondo questo commissario, l'impresa di deviare l'Arno si sarebbe rivelata un fallimento e un danno, ma il governo di Firenze gli aveva imposto il compito.
Il convoglio con gli operai e i soldati viaggiava verso Pisa, alcuni procedevano sui carri o a cavallo, i pi a piedi. Sul pianale di un carro era stato montato un tendone e un po' di ombra portava refrigerio, ma, sia l'alito del vento, sia il continuo divagare della via, non permettevano di assicurare sempre il riparo dal sole. Al centro del carro stava il grande baule di Leonardo, ai lati, sulle panche, erano seduti in parecchi.
Niccol?
Dite, Leonardo.
Com' che sei cos adombrato?
Mi d noia questo caldo, mi d noia l'essere qui che non ho ancora preso in collo il mio secondo figliolo, mi pesa il fatto che la decisione della citt sembra sia la mia decisione, ma io son solo un servitore dello stato e non lo stato che prende risoluzioni.
Temi il fallimento?
Confido in voi, senn non mi sarei esposto in questo disegno, ma ci che non giova,  che il gonfaloniere Soderini, ora che ha acquisito la carica a vita, ha s disposto di voltare l'Arno, ma contro il volere di tutti gli uomini savi della citt. Io confido nella riuscita dell'impresa, ma se le cose andranno diversamente, sapete cosa accadr?
No, non lo so, io non m'intendo di faccende politiche.
E allora ve lo dico io: se mai ci fosse fallimento, quello l in cima, il Giacobini, che non fa altro che guardarci male, torner a Firenze tronfio e si discolper, dicendo che lui si era schierato contro l'impresa. Soderini sar posto sotto accusa, ma lui  potente e scaricher la colpa sui pi deboli, ovvero voi e me! La citt potrebbe incriminarci e, se va bene, mandarci all'esilio.
Leonardo rise. Pensavo nutrissi pi fiducia in me, caro il mio Niccol; guarda che bel compare d'avventura mi son preso, uno che non crede nel successo.
Machiavelli sentiva di aver ragionato assennatamente, ma cap d'avere esagerato e mancato di rispetto al maestro di Vinci. Decise di cambiare discorso e abbandonare i funesti presagi.
Ma, maestro, non soffrite il caldo con quel cappotto di cimosa che avete addosso? Parlate degli stivali di pelle di cane di Michelangelo, ma anche voi...
Il bianco riflette il calore e il nero lo attira, invece il rosa, come questo cappotto, si armonizza con la natura;  come indossare petali di pesco o di certi susini, non trovi?
Sar come dite voi, sar che vi piace il rosa, ma a me fate caldo a vedervi. A proposito di caldo, mi pare che Jacomo soffra pi di tutti noi.
Il giovane amante di Leonardo era stato costretto, suo malgrado, a seguire il maestro anche in quella nuova follia.
Sai, Niccol,  talmente viziato, che certe volte mi domando perch ancora lo tenga con me.
Machiavelli spost lo sguardo verso la campagna per non dare a vedere quello che la sua espressione, tacitamente, diceva e il maestro continu: Jacomo mi ruba i soldi, tiene lontano chicchessia, ha messo zizzania nella mia bottega, finch i miei allievi non si sono accapigliati. Direi quasi che  una rovina per la mia vita, ma la mia vita  come un vaso vuoto, che in pochi accettano di colmare.
Il ventidue di settembre, di fronte alla chiesa di san Michele d'Oratojo presso Pisa, la compagine fiorentina poneva il suo campo. Il progetto prevedeva di scavare due canali, che dall'argine dell'Arno fossero diretti verso mezzogiorno, fino a giungere alla zona paludosa di Stagno. Un gruppo di lavoranti avrebbe scavato ed un altro avrebbe messo mano alle asce per erigere una chiusa nel letto del fiume. Alla fine dei lavori, quando tutto sarebbe stato pronto, la palizzata in legno e pietre avrebbe bloccato il corso dell'acqua, mentre i marraioli avrebbero fatto cedere il setto fra il fiume e il nuovo canale. L'Arno avrebbe cos preso una nuova via, deviando dal letto originario e Pisa avrebbe visto sparire le acque dai lungarni. Senza fiume non ci sarebbe stato approdo, senza approdo non sarebbero arrivati gli aiuti via mare e, a quel punto, l'accerchiamento sarebbe stato completo. Pisa sarebbe stata posta sotto assedio da ogni lato e presa per fame in breve tempo.
Sono matti, secondo voi, padre?
Sono matti, Beniamino e quello che li guida  il pi matto di tutti.
Ma chi  questo Leonardo?
Pare sia un ingegnere militare, ma anche un pittore, non lo so; so solo che  un fiorentino e per di pi va vestito come una donna e porta un cappotto rosa; secondo te  uno normale?
Risero, anche Setembrina, pur controllando l'espressione di sua madre, incresp la bella bocca e gli occhi le brillarono.
Ed  vero, che ha anche un amante biondo e tinto in faccia col belletto?
Clemente volse lo sguardo verso Aureliana, che seguiva in silenzio la discussione e, notato il suo sguardo torvo, cerc di troncare il discorso. Beniamino,
di queste cose, in casa mia, non se ne parla!
Ci fu un attimo di sospensione, ma il ragazzo era curioso e voleva sapere tutto della riunione del governo, alla quale il padre aveva partecipato quella mattina in qualit di responsabile del magazzino dei grani.
Ma, i sei del Consiglio della Repubblica, che dicono?
Ancora non sono state prese decisioni. Ho sentito dire che al tempo del dominio fiorentino si occupavano di queste faccende i consoli del Mare, ma da quando c' la repubblica, sono i pontonari dell'ufficio dei fossi, ponti, strade, poggi e danni che si occupano di regimentare le acque e quindi, domani, saranno interpellati.
Sapete cosa vi dico, babbo? Che si dovrebbe uscire come l'anno scorso, mettere in rotta i soldati e far scappare gli operai e cos, addio canale.
Era quasi un anno che la citt era in pace, dopo la battaglia delle porte ad Est e sembrava che Firenze avesse deposto l'idea di prendere Pisa. Da qualche giorno, invece, quella novit dello scavo aveva messo tutti in agitazione e lo spettro della guerra aleggiava di nuovo. Aureliana era stata silenziosa fino a quel momento, ma poi sbott. Fatela finita, te sei sempre a pensare che si risolva tutto con la guerra, dobbiamo pregare il Signore, basta sangue e basta con le battaglie.
Il tono della donna non ammetteva repliche, ma nessuno fiat soprattutto perch era da evitare l'ennesima discussione. Beniamino guard la sorella, che alz gli occhi al cielo come cenno d'intesa e poi le sorrise. Clemente not l'atteggiamento dei figli e spalanc gli occhi in un muto rimprovero. La cena fin senza altre parole.
Una pioggerella fine cadeva dal pomeriggio; era iniziata con un brusco e breve temporale, nubi scure
erano salite dal mare ed avevano scaricato con violenza. Poi era tornata una relativa quiete, l'aria era rinfrescata e per quella sera, ormai, si doveva rinunciare all'incontrarsi a veglia sullo spalto della chiesa. Setembrina non avrebbe visto Regolo e questo le pesava. Dopo aver aiutato sua madre a rassettare la cucina, si era sdraiata sul suo letto. La stanza che fungeva da camera era stata da qualche tempo divisa in modo diverso: stendendo semplicemente dei teli su corde disposte in un nuovo assetto, i Biccoli erano riusciti a delimitare una camera per loro ed uno spazio pi intimo per ciascuno dei due figli. Beniamino era in et di ammogliarsi, ma l'esercito e il magazzino erano le sue uniche due occupazioni. Setembrina era stata concessa a Regolo, dopo che questi, con sua madre e suo fratello, era venuto in casa a chiedere la sua mano. Regolo era un bravo ragazzo, ma da quando era stato elevato al rango di cavaliere, era da considerarsi un buono, quanto pessimo partito. Si poteva giurare sul suo onore e sul suo rispetto, ma, al contempo, era uno dei primi ogni volta a prender l'armi e ad uscire in battaglia. Sarebbe sempre andata bene? Sarebbe riuscito a sopravvivere e a fare felice Setembrina? Quelle erano le preoccupazioni di Aureliana; la ragazza dal canto suo pensava ad altro. Sdraiata sul suo letto si era girata sul fianco destro ed aveva abbracciato il cuscino, come se avesse avuto con s il suo amato. Regolo era sempre stato cauto e rispettoso, aveva chiesto e offerto baci e tenerezze, ma l'inizio dell'estate aveva portato un cambiamento: si era fatto pi ardito, aveva chiesto e dato di pi. Talvolta erano arrivati al punto di concedersi del tutto, ma ancora non era successo. Ancora due giorni e sarebbe stato il suo compleanno; era nuovamente attesa la nave da Genova ed aveva architettato di andare col fratello e con gli altri al mare, come l'anno
prima, ma con quei fiorentini fuori dalle mura, tutto si era complicato. In cuor suo sperava di festeggiare sfiorando nuovamente il mare, perdendo lo sguardo sull'orizzonte ricurvo, sentendo accanto a s e su di s, la pelle salata del suo amato. Pioveva: le gocce minute formavano un ponte ideale sul quale far fluire pensieri, sul quale far scorrere parole e desideri e, in quella sua intimit, non doveva rendere conto a nessuno. Ogni sua idea, ogni suo intendimento, sussurrava al cavaliere spettinato una sola parola: amami! Pioveva e Setembrina aveva una certezza, non era ancora completamente donna, ma non avrebbe atteso ancora a lungo.


Capitolo 21.
Pisa dal 30 agosto 1504 al 30 settembre 1504.

Le truppe fiorentine, accampate a Oratojo, si erano spinte con minuti drappelli anche a Ovest della citt, tentando di trovare altri modi per offendere Pisa. Duemila fanti a guardia di un cantiere erano troppi e gli assoldati alemanni presero a fare scorrerie per le campagne. L'arrivo della nave alla foce dell'Arno era saltato; un messaggero, inviato a Portovenere, aveva recato la notizia e comandato al corsaro Bardella e alla sua nave di attendere che la situazione si calmasse un poco. Il corsaro era al soldo di Genova e veicolava i vettovagliamenti per i pisani ormai da molto tempo. L'attesa fu messa a frutto: il carico di cibi spediti dalla citt ligure fu messo in conserva a Portovenere, in attesa di un buon momento per rifornire Pisa e la nave amica era salpata di nuovo per incrociare un convoglio proveniente da Palermo. Cos, come stabilito, si sarebbe trasferito parte del carico, proveniente dalla Sicilia e destinato alla Provenza, sulla nave del Bardella per poi portarlo a Pisa. In citt c'era fermento: la nave non era giunta, il nemico era in giro a compiere misfatti e i marraioli erano all'opera per voltare l'Arno verso Sud. I sei membri del consiglio della Repubblica, dopo una serie di adunanze coi commissari e coi capi dell'esercito, deliberarono
che si doveva passare all'azione. Attaccare il cantiere in forze sarebbe stata follia e, allora, l'unica strategia possibile era quella di compiere sabotaggi nottetempo. Pisa si propose di attendere ai suoi scopi con pazienza e coraggio. Come Penelope tesseva la sua trama di giorno per disfarla di notte, cos fu deliberato di lasciare in pace i fiorentini sotto il sole ed attaccarli nottetempo.
Era passato qualche giorno, si vociferava sommessamente che la nave del Bardella sarebbe arrivata in tempo breve e c'era da organizzare la squadra per il recupero del carico. Regolo e Setembrina si erano incontrati sul far della sera.
Andrai?
Andremo, viene anche tuo fratello.
Allora vengo anch'io.
Non se ne parla,  pericoloso.
Finiscila, Regolo, qui tutto  pericoloso, vivere  pericoloso. Questa citt ha dato alle donne l'uniforme di guerra, vestiamo tutte allo stesso modo e siamo in guerra come voi uomini. Non ci sono attimi o luoghi sicuri. Se andate alla foce, vengo anch'io a costo di venire a nuoto.
 pi sicuro se rimani qui ed io sono pi tranquillo.
Regolo, qui non c' niente di tranquillo, magari mentre voi siete alla foce i fiorentini ci attaccano e muoio schiacciata da una pietra nel mio letto. Oppure posso morire mentre ti bacio, come accadde alla povera Luisa: siamo cresciuti con la guerra, almeno noi, restiamo in pace.
Setembrina sapeva essere quieta e responsabile, sapeva sopportare ed attendere, ma quando in lei il convincimento di essere nel giusto diveniva inattaccabile, non c'era verso di muoverla dai suoi intendimenti. Aveva una forza d'animo straordinaria, che
solitamente mascherava dietro i suoi modi gentili e garbati; sapeva chinare il capo in molte situazioni, dando l'illusione agli altri che fosse debole e remissiva, ma Regolo sapeva bene con chi aveva a che fare. La osserv per un attimo interminabile. La conosceva da anni, ma ogni volta che la incontrava, scopriva qualcosa di nuovo, un lato sconosciuto o un riflesso celato e quasi sempre ne rimaneva abbagliato. Osserv i suoi occhi: quando la guardava da lontano anni prima, si era fatto l'idea che fossero color castagna, poi aveva preso a frequentarla ed aveva notato che quel colore aveva pi i toni del miele e di questo sicuramente la dolcezza. Era capitato tra loro, nell'ultimo anno, che ci fosse intimit, trasporto, passione e desiderio. In quei momenti Setembrina cessava di avere due occhi e al loro posto brillavano due crogioli, come quelli che aveva visto alla zecca; il fuoco dardeggiava e in quella luce potente Regolo si adagiava e si perdeva. Gli occhi della sua amata erano due oceani di oro fuso, oro liquefatto, gli unici oceani che sognava di traversare per giungere ad una misteriosa e desiderata meta.
Bardella arriva stanotte e salpa appena schiarisce, sfruttando la brezza di terra. Parla con Beniamino, si va alla foce con otto barche.
Le labbra di lei gli parvero di fuoco, tanta fu l'irruenza con cui lo baci, ma neanche il tempo di trarre un respiro, che Regolo era gi scappato verso il ponte di Mezzo. Setembrina rientr in casa; il suo compleanno non era andato come voleva ed erano due giorni che vagava rattristata, ma Beniamino, seduto a tavola in attesa della cena, not subito in lei lo sguardo fiero della sfida.
Leonardo stava seduto a terra sul sagrato della chiesa di san Michele d'Oratojo. Poggiava le spalle alla
facciata e le antiche pietre gli rimandavano il calore accumulato durante la giornata. Teneva il quaderno con la destra e, veloce, con la penna nella mano sinistra tracciava linee e segni, immergendo sovente il calamo nel vasetto dell'inchiostro. Non si separava mai dalla borsa con penne e affilatoio e tutto il necessario per redigere i suoi appunti. Il commissario Giacomini pass d'appresso per entrare nella canonica, che aveva occupata per farne quartiere generale e degn il maestro di uno sguardo sprezzante. Il commissario aveva mantenuto fede al suo patto, aveva inizialmente parteggiato per quel progetto, ma, nel mese precedente, aveva avuto modo di convivere con Leonardo alla Verruca e si era sempre pi allontanato da quell'uomo. Lo ributtava il vederlo carezzare quel giovane biondo e bizzoso e non era riuscito a dare fiducia a quello che gli sembrava uno strambo ingegnere militare.
Machiavelli aveva il compito di far avviare i lavori e fare rapporto al governo e per tutto il giorno girava e valutava, osservava ed annotava; anche lui a sera si ritrov sul sagrato, vide Leonardo, gli si avvicin e con fare stanco si sedette accanto al maestro.
Come vanno i calcoli dei fossi?
Sono canali, Niccol, c' una grande differenza. Gli operai per ora scavano senza regola, ma domani mattina tracceremo i limiti. Un canale sar largo trenta braccia e fondo sei e l'altro sar di diciassette braccia e fondo sette.
Ma perch due canali e non uno soltanto?
Perch sei cieco, come tutti i politici e non vedi i benefici che la scienza pu portare. Quando saranno a regime, in uno l'acqua fluir pi quieta e si potr usare per alcuni servizi, nell'altro avr pi impeto. Un canale si potr usare per navigare a favore della corrente e l'altro risalire, ma, con te,  tempo perso.
I due continuarono a parlare, un po' sul serio un po' prendendosi in giro. Machiavelli aveva premura di avviare le operazioni e poi rientrare a Firenze per attendere ai suoi uffici e alla sua famiglia; Leonardo sembrava estasiato da quell'esperienza e dava ad intendere che il tempo non avesse senso: erano pi importanti calcoli ed appunti, idee e progettazioni, che l'impresa di assediare Pisa. Intanto nella campagna si era levata una nuvola di polvere: gli operai, inviati nella pineta di Coltano, erano di ritorno e gli otto cavalli, legati a tiri di quattro, trainavano lunghi tronchi di pino che strisciavano a terra. In Firenze tutti erano in ansia per quell'idea bizzarra di scavare i due canali, ma la vera impresa ardita era quella di costruire una palizzata di pietre e legni per far da chiusa all'Arno al momento giusto.
Dallo scalo di san Martino alla Pietra presso il ponte di Mezzo, dopo i rintocchi della campana del coprifuoco, otto navicelli si staccarono uno ad uno dalla riva. A bordo, ragazzi pi o meno giovani, a bordo, soldati. Uno di loro, coi capelli legati ed il cappuccio del mantello tirato sul capo, remava con foga per non essere da meno degli altri; al suo fianco, a capo scoperto, Beniamino Biccoli manovrava il proprio remo con misurata perizia, la sua voce usc in un sussurro. Mamma si accorger che manchi e ci sar da sentirla.
Stai zitto, ormai sono qui, so remare, sparare e caricare casse, lasciami in pace!
La corrente, anche se lieve, agevolava il lavoro degli uomini ai remi. Al ritorno, con le barche cariche di casse e soprattutto col rischio maggiore, data la lentezza, di divenire bersaglio del nemico, ci sarebbe stato da sudare. La discesa verso la foce invece fu rapida e senza inconvenienti; le barche furono mandate in secca sull'ultimo lembo della riva destra e il drappello pisano si accamp tra i cespugli. Sulla riva sinistra, il fuoco della torre di Foce non era stato acceso, per permettere alla nave amica di avvicinarsi e scaricare senza destare sospetti. La fusta del corsaro Bardella avrebbe navigato lungo costa percorrendo l'ultimo tratto a remi: manovrare al buio non sarebbe stato un problema, ormai quelle acque non avevano pi segreti. Era stato convenuto un segnale luminoso lanciato da bordo per farsi riconoscere; furono cos stabiliti turni di guardia, per sorvegliare di continuo quel mare scuro come l'inchiostro. Regolo aveva comandato quel genere di operazioni decine di volte, ma quella sera era particolarmente agitato: la presenza di Setembrina lo turbava, era felice che fossero insieme, ma al tempo stesso la detestava per la sua caparbiet ed avrebbe preferito di gran lunga saperla a casa nel suo letto. Regolo organizz l'accampamento come si confaceva al suo ruolo. Dobbiamo riposare, i turni sono di un'ora, chi pu dorma, che pi tardi ci sar da faticare.
Riposare; facile a dirsi, impossibile a farsi. Nel cuore di quei giovani albergavano mille pensieri. Non temevano per quella sera: i fiorentini non si sarebbero spinti fuori dal campo in quella notte buia con appena un quarto di luna; era il futuro a preoccupare tutti. Futuro, quella parola dal senso incerto, raccoglieva speranze e progetti, ma in quei giorni il cerchio dell'orizzonte si era ristretto ed i confini del mondo apparivano meno ampi. Se l'impresa di deviare l'Arno fosse riuscita, il limite dei sogni sarebbe stata la cerchia delle mura e poi, nel tempo, forse le pareti di una cella o le assi di una bara.
Vieni?
Regolo e Setembrina si erano sdraiati a qualche passo di distanza dagli altri. Il ragazzo si alz in silenzio
e porse le mani a Setembrina, che, per un istante, parve titubante. Poi accett quel muto richiamo.
Il mare portava il lieve rumore delle acque che si spandevano sulla riva. Il moto, stanco e perpetuo, creava sulla sabbia una morbida schiuma che alla luce dell'esile luna riluceva e pareva d'argento. Quel bagliore sulla riva era intenso, si ripeteva lento e costante e, magicamente, spariva per ricrearsi di nuovo. Camminarono sulla spiaggia allontanandosi dagli altri, la sabbia era fredda e una lieve brezza faceva rabbrividire la pelle. Stettero per mano per un po', poi Regolo pieg verso l'acqua e appena i piedi furono carezzati dal mare, una piacevole sensazione di calore lo pervase. Anche Setembrina rest stupita: per quanto fosse nata e cresciuta di fronte al mare, non aveva mai sperimentato quell' esperienza. L'acqua era molto pi calda dell'aria e prometteva pace. La ragazza si ferm coi piedi a mollo, rimirando l'oscurit di fronte a s; Regolo da dietro la cinse, tenendola stretta al petto. Notte nuova, notte strana, tutto accadeva in fretta eppure lentamente e di certo in modo diverso da come ognuno aveva mai immaginato.
Faresti un bagno?
Ora? Ma sei matto?
Regolo si sfil i calzoni ed il farsetto rimanendo con calze, brache e una camiciola; sorrise beffardo alla ragazza e, camminando lentamente verso il mare, lasci che l'acqua salisse alla vita, alle spalle, alla testa. Setembrina era combattuta: l'acqua era calda, tutto il resto era bollente, ma anche sconosciuto e misterioso. Si sfil i panni rimanendo con la tunica a pelle, ampia e corta alle ginocchia. Incerta, fece i primi passi nell'oscuro universo che stava per accoglierla, poi il mare la circond e la rese leggera. Si cercarono nel buio, fu un bacio e poi un altro. Quell'insperato calore li avvolgeva e li incitava. Sal il desiderio, come altre volte, ma pi forte, pi folle. Regolo la trasse a s, la desiderava e con impeto la sollev dalle acque portandola in collo ed adagiandola sulla battigia. Furono altri attimi, ma Setembrina percep la carezza fredda della notte, i brividi le corsero lungo la schiena e la veste chiara, adesa al corpo, le pareva una prigione di ghiaccio. Si liber dall'abbraccio del suo cavaliere e si rituff in mare. Lui, senza comprendere, la segu. Nell'acqua la veste di lei si gonfi assumendo la foggia di una campana, il tessuto fluttuava morbido e la faceva somigliare a certe meduse eleganti che comparivano d'estate; l'acqua gioc con la stoffa lasciando scoperto, eppur celato sotto il pelo dell'acqua, il corpo armonioso della ragazza. Sussurri, carezze, le gambe intrecciate; sott'acqua, una permanente sensazione di contatto. I corpi sommersi e il capo fuori, ma appena il morso del freddo si faceva sentire sulla nuca e sul collo, rinunciavano ad un bacio e si immergevano per scaldare anche la testa e poi, con frenesia, di nuovo con le labbra saldate per recuperare il tempo perduto. Furono antiche fiabe a far loro compagnia, canti di sirene, la potenza dei mostri degli abissi, l'eleganza dei gabbiani, la morbidezza delle nubi sull'orizzonte, il fragore delle onde possenti, l'irruenza delle robuste chiglie delle navi pisane che solcavano l'immensit. Il mare li sostenne, l'uno contro l'altra, la veste di lei sollevata era come corolla di fiori. Fu amore, ma fu molto di pi, fu consacrazione, fu la fusione di desideri e attese, fu voltar pagina, fu abbandono e cura, fu gemito e sorriso, fu un anno o un secolo e poi, ancora.
Le vesti bagnate furono torte, strizzate e tese sui cespugli; quelle asciutte sfregavano tiepide sulla pelle fresca. Quel bagno mut tutto: Regolo a torso nudo sentiva di poter sfidare il mondo, Setembrina, calma
e soave, era ormai donna. Le sentinelle si avvicendarono per altri tre turni, poi dal mare un bagliore improvviso. Fu passata parola, le membra intorpidite si stirarono, la sveglia colse Regolo e Setembrina abbracciati sotto una coperta a pochi passi dagli altri. Anche sotto tortura, il fratello di lei, i compagni di ieri e i soldati di oggi avrebbero giurato che nessuno si era mosso e niente era successo.
Gli otto navicelli approdarono in citt a met mattinata. Carichi fino all'inverosimile, avevano costretto i rematori ad un lavoro preciso ed estenuante, per evitare di imbarcare acqua. Mentre le prime casse venivano fatte scendere, sulla riva destra dell'Arno, alla finestra del primo piano del palazzo dei dell'Agnello, sulla riva opposta, Aureliana osservava la scena e si mordeva il labbro inferiore. Felice per il buon esito della missione e che tutti i ragazzi fossero salvi, consider la situazione. Avrebbe punito i suoi figli, entrambi colpevoli per quella fuga, li avrebbe puniti severamente, ma poi, perch? Soppes la sua vita. Era stato sufficiente un alito, un soffio di vento per mutare le cose quel tempo reso infinitamente lungo e dilatato dalla guerra era passato in un attimo. Solo ieri lei bramava il suo Clemente e con lui aveva escogitato la fuga e progettato la vita. Ora era madre, anziana e chiusa entro i confini del piccolo mondo che si era faticosamente costruita, con un marito passato in fretta dall'esser troppo giovane all'esser troppo vecchio. Era madre, con Beniamino, il suo prediletto e una figlia non dissimile da ci che lei era stata in giovent e che ormai aveva preso la sua strada. Li avrebbe puniti, dovevano rispettare le regole, ma quali erano le regole giuste in una citt in guerra? Un attimo prima eri vivo ed un attimo dopo il tuo sangue bagnava la cupa terra. Come pensare di rimproverare un figlio quando faceva tardi per la cena
e che poi, se necessario, usciva nella notte fonda a combattere il nemico sulle mura? Quali regole aveva rispettato lei a suo tempo? La fuga con Clemente aveva causato danni e lutti, il senso di colpa per la morte del suocero ogni tanto riaffiorava ancora e si sentiva responsabile. Aveva pregato, invocato e fatto ammenda, giurato all'Onnipotente fedelt eterna e dedizione, purch le fossero rimesse le sue colpe. Avrebbe punito i suoi figli, ma cosa avrebbe dovuto fare con lei, la sua madre altera quando fu destinata al confino dal governo fiorentino? Forse avrebbe meritato il carcere, forse la morte; sentiva in cuor suo di aver tradito fiducia e speranza dei suoi genitori. Avrebbe punito i suoi figli, questo era certo, perch al di l delle regole giuste o sbagliate, i comandamenti erano stati dati per essere rispettati ed il Signore sapeva chi agiva nel bene e chi nel dolo. Avrebbe punito i ragazzi perch era suo dovere farlo e loro, di certo, se lo aspettavano; le regole della convivenza era meglio non mutarle. Per quanto severe e odiate, le regole erano il fondamento di ogni relazione, forse erano state create apposta per essere trasgredite, ma era necessario, sempre e comunque, ricordare cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Avrebbe punito Setembrina, uscita bambina e tornata ormai donna? Doveva essere felice? Piangere? Si sent sola, ma anche egoista, si sent messa da parte, ma anche fiera: quei ragazzi l, sulla riva, erano tutto ci che aveva desiderato ed erano suoi. Chin il capo e scese mesta, Clemente stava salendo le scale, era stato fuori a prendere informazioni ed il suo viso era radioso. Aureliana fece qualche passo, abbracci affettuosamente il marito ricacciando indietro una lacrima, ma anche increspando le labbra in un sorriso, finalmente sereno.
La citt, a dispetto di un fine settembre ancora caldo ed assolato, pareva congelata e sospesa. Spie, staffette, osservatori tenevano costantemente d'occhio i lavori dei canali e riferivano giornalmente al governo pisano, ma nessuna attivit bellica, nessuna sortita era stata messa in atto. Alcuni dei comandanti militari fremevano, ma l'idea che era passata al consiglio era stata quella di lasciare che i lavori s'avanzassero per poi uscire una notte e dare guasto. In questo modo si poteva cos compromettere quasi un mese di lavoro. La preoccupazione non era per i canali, quanto per la chiusa di pali che andava accrescendo nel letto dell'Arno. Un'altra notizia aveva creato malumori e dissensi in citt: Firenze aveva emanato un editto secondo il quale ai cittadini pisani era permesso di uscire in pace dalle mura. A chi avesse accettato, sarebbero stati riconsegnati averi e beni, avrebbe avuto un grosso compenso in denaro ed avrebbe trovato una sistemazione decente in una delle varie case sfitte del contado. Le lusinghe erano state lanciate, nella speranza di far uscire quanta pi gente possibile dalla citt. Firenze era convinta che anche vecchi, donne e bambini avessero parte nella difesa, ed ogni persona in meno fra le mura pisane avrebbe indebolito il sistema della resistenza. Le discussioni al governo e nelle vie erano animate, ma ancora nessuno si era esposto ed aveva accettato di fuoriuscire. Ogni cittadino di Pisa aveva fatto giuramento di morire o avere salva la libert, ma mai di consegnarsi all'odiato nemico.
Le giornate erano miti, ma il fresco della sera cominciava a tessere i suoi arabeschi di rugiada sugli alberi arrossati e sulle fitte palizzate di cannelle che crescevano ai bordi del fiume. Quella sera trentanove combattenti agli ordini di Alfonso del Mutolo erano riuniti nella grande sala del consiglio in piazza delle Sette Vie. I guastatori avevano il compito di mettere a sacco il campo nemico e danneggiare la palizzata e per questo si sarebbero divisi in tre squadre. Una, formata da una decina di soldati esperti con le polveri, ma soprattutto forti e resistenti nuotatori, avrebbe risalito via terra l'argine destro dell'Arno fino ad oltrepassare il cantiere fiorentino. Una volta a monte della chiusa in costruzione si sarebbero calati in acqua ed avrebbero piazzato bombe incendiare sulla palizzata che ormai occupava met dell'alveo. Al propagarsi dell'incendio, approfittando della confusione che si sarebbe venuta a creare, le altre due unit, pervenute sulla riva opposta, avrebbero scaricato palle di moschetto sull'accampamento nemico per poi fuggire in fretta verso la citt. Il piano era stato studiato nei minimi dettagli e gli uomini del comandante del Mutolo avevano nei riguardi del loro condottiero una sorta di venerazione. Era un uomo alto e possente e aveva consolidato la fama di essere spietato e violento. Nel mezzo della notte, le tre squadre che dovevano condurre l'assalto fuoriuscirono dalla citt: una dalla porta di Spina Alba, le altre due da porta a Mare. In Pisa si teneva il fiato: gli occhi e le orecchie erano volti verso Est. Oratojo distava circa tre miglia e sia il bagliore delle fiamme che i colpi di moschetto sarebbero stati percepiti. Pass un'ora abbondante durante la quale si sprecarono preghiere e bestemmie; ognuno a modo suo era aggrappato alla speranza. Sui bastioni, sulle mura, sul cammino di ronda della Fortezza Nuova stavano di guardia i pisani, tutti volti verso il cantiere, quando un bagliore, una vampata decisa rischiar la notte per poi cedere di nuovo campo all'oscurit. Un attimo dopo, il rombo di un'esplosione arriv ammorbidito dalla distanza. I colpi secchi degli archibugi e dei moschetti si ripetevano a sequenze ravvicinate e poi il silenzio tornava ad imperare, per essere rotto poco dopo. Chiunque in citt si immaginava i soldati che al buio si acquattavano al suolo e ricaricavano le armi, con difficolt, frenesia, temendo di venire assaliti e presi alla sprovvista. La manovra della ricarica era lunga e difficoltosa: maneggiare polvere, proiettili, stoppacci e calcatoio non era impresa da poco, ma quando il suono delle armi riprendeva, si aveva la certezza che ancora ci si batteva e si incuteva il terrore al nemico. Dopo la ripetizione di varie salve di spari, il silenzio torn a regnare. L'apprensione cresceva; dietro i monti, traguardando verso Calci, il tenue bagliore dell'alba si preannunciava, ma delle truppe pisane nessuna notizia. A qualcuno sulle mura parve di vedere l'acqua dell'Arno incresparsi un poco: forse un pesce era saltato, forse un ratto che nuotava. Il pelo dell'acqua, calmo e silenzioso che pareva d'olio, prese ad agitarsi. Uno, due, pi uomini, qualcuno si muoveva, qualcun altro pareva portato dal fluire del fiume. Dalle sponde, in prossimit del bastione del ponte di Spina, furono calate in acqua alcune barche, che, con pochi colpi di remo, raggiunsero il centro del fiume. Uno dopo l'altro i soldati furono issati, chi vivo, chi morto. Dei quaranta partiti, solo sette avevano fatto ritorno in vita; il comandante del Mutolo, sanguinante e chiuso in un silenzio ostinato, osservava, seduto a prua di una delle barche accorse, il pietoso recupero dei corpi dei compagni, segnati dai colpi nemici. La squadra con le polveri era riuscita a raggiungere la palizzata, ma al momento di incendiare le cariche, qualcosa non aveva funzionato a dovere e gli ordigni erano esplosi anzitempo. Il danno alla chiusa fiorentina era stato minimo e diversi guastatori erano periti. L'attacco a sorpresa dell'accampamento era riuscito, ma la disparit nel numero aveva fatto s che in breve tempo i pisani
venissero accerchiati e soverchiati. Prima di abbandonare il campo, qualcuno si era lanciato al combattimento corpo a corpo, uccidendo e seminando menomazioni, ma, alla fine, era inevitabilmente perito. I corpi dei soldati morti erano stati scaraventati in acqua ed ora Pisa raccoglieva gli scampoli di quella che era stata una gloriosa compagine di giovani combattenti. Le acque scure dell'Arno restituivano vivi e morti e qualcuno mancava all'appello comunque. La chiusa aveva retto, l'accampamento fiorentino aveva subito danni limitati. Cos come il bue impegnato a trascinare l'aratro, quando infastidito dalla puntura di un tafano, agita indolente la coda senza arrestare il suo lavoro, cos l'esercito fiorentino ripar i danni e riprese a rivoltare la terra. I canali di Leonardo non subirono rallentamenti e Pisa, ora, tremava.


Capitolo 22.
Pisa dal 6 ottobre al 26 ottobre 1504.

Quella domenica non fu come le altre e, forse, non ce ne furono di simili per molti anni a venire. Le diciannove bare erano allineate su tre file di fronte al presbiterio della cattedrale. Dei sette superstiti, il comandante del Mutolo ed altri due erano presenti, gli altri, feriti pi gravemente, non si erano potuti muovere dai loro giacigli. Le bare erano di quelli che l'Arno aveva spontaneamente restituito e di quelli che erano stati recuperati intrappolati tra le erbe delle ripe o nelle reti dei pescatori. Mancavano all'appello quattordici vite: i loro familiari speravano in qualche miracolo, ma la folla silenziosa era certa che nessuno di quei giovani avrebbe mai fatto ritorno. Pisa conosceva bene le acque ed i loro costumi. Il fiume, come il mare, poteva cedere un corpo dopo averlo ingoiato, oppure tenerlo per s per giorni o settimane, per poi renderlo alla luce a molte miglia di distanza e, magari, irriconoscibile. Talvolta, chi era finito in acqua, ferito o sano che fosse, non era mai pi stato ritrovato. Quel funerale era per tutti e di tutti: la citt non aveva subito cos tante perdite tutte in una volta, da tempo immemorabile. Non c'era astio negli occhi dei parenti dei caduti, non c'era furore contro chi aveva comandato e disposto: la guerra contro
Firenze era considerata Santa. La convinzione che Dio fosse schierato con Pisa faceva di quei morti dei martiri. Le campane di tutta la citt rimandavano i loro brevi tocchi, il vescovo entr e dette inizio al rito funebre. Anche il cielo pianse. All'ora decima di quel sei ottobre, mentre i corpi dei defunti uscivano dalla chiesa, portati a braccia dai loro amici, una sottile pioggia traversa cominci a cadere. Alcuni carri furono colmati da quel carico di morte e dolore; i cavalli, menati al passo, si mossero per la via di santa Maria e poi sul lungarno, per traversare infine il fiume e giungere al convento di san Domenico sulla carraia di san Gilio. Le monache di quel monastero, fatto costruire da messer Piero Gambacorta pi di centoventi anni addietro per la figlia Chiara, si erano offerte di accogliere i martiri nel cimitero claustrale. Le pale, disegnando ampie traiettorie in aria, cospargevano di terra i corpi dei giovani eroi, celandoli per sempre alla vista. La folla, muta e pietrificata sotto l'incessante pioggia, pareva non avesse alcuna forza per reagire: l'animo battuto dei pisani sembrava sepolto insieme ai suoi martiri. Mentre dentro e fuori dal convento la folla immensa sostava silenziosa, la badessa scriveva al consiglio della citt: pregava i notabili pisani di istituire la solenne festivit cittadina dei Mille Martiri, affinch, per tutti gli anni a venire, si potesse ricordare e pregare per il sacrificio di tante vite pisane, cos che il monito e l'insegnamento non venissero mai meno. Quella notizia trapel, fu mormorata sommessamente in un composto passaparola e pur muovendosi a fatica in quell'oceano di dolore, spost l'orizzonte dei pensieri oltre le mura del convento, oltre quel giorno di pioggia, oltre tutta quella disperazione.
Regolo teneva per mano Setembrina: camminavano rasentando le mura dei palazzi della carraia di
san Gilio, per ripararsi un poco dalla pioggia che si era fatta pi insistente. I loro volti, come quelli di tutti, erano cupi: quei ragazzi, ormai destinati al buio eterno, erano loro amici, compagni, parenti. Giunti dentro al portone del grande palazzo dove viveva la ragazza, si scambiarono un bacio, dolce, affettuoso, consolatorio. Cercarono di scaldarsi nell'abbraccio forte e silenzioso, ad occhi chiusi, quasi come a volersi estraniare, quasi a voler fuggire. Fu per, per la prima volta, un abbraccio senza passione, il primo tra loro che vivevano sempre i loro incontri con ardore: quello era un giorno di lutto ed il loro animo e le loro speranze erano andate in pezzi.
Ora cosa succeder, Regolo?
Il ragazzo non rispose subito, il suo sguardo vag nel vuoto ed oltrepass le spesse mura dell'androne. Come se guardasse il mondo con gli occhi di un veloce gabbiano, visit la foce dell'Arno e del Serchio e di quel ramo antico dell'Auser che chiamavano il fiume Morto. Veleggi sul cantiere dei fiorentini e sulle fortezze di Ripafratta e della Verruca occupate dal nemico, torn rapidamente in citt, osservando la magrezza dei bambini, la disperazione delle donne, lo sconforto dei combattenti.
Non lo so, dobbiamo capire quale danno porteranno questi canali, dobbiamo capire se Firenze ci dar l'assalto finale oppure no. Sono troppi e ben equipaggiati, noi siamo pochi e senza cibo e senza polveri.
La porta della cucina si apr e comparve Clemente che accenn un sorriso. Regolo si discost un poco da Setembrina e prese commiato, correndo verso casa sotto la pioggia sferzante.
I Biccoli erano riuniti per la cena; faceva freddo: l'aria umida e la tristezza del giorno avevano indotto Beniamino ad incurvare le spalle e ad incassare la testa nel farsetto accollato.
Si poteva almeno accendere il fuoco.
L'autunno  appena iniziato, quest'anno avremo un inverno lungo e di patimento. Cerchiamo di fare economia, anche della legna: appena mangiato ci scalderanno le coperte.  cos che  giusto fare.
Beniamino guard Clemente e cap che quelle parole erano soltanto uscite per dovere. Conoscendolo, pens che suo padre avrebbe voluto accendere il fuoco, scaldare della carne e bere del buon vino. Non c'era niente di giusto in quelle parole, non c'era niente di giusto in quella guerra e, forse, non c'era niente di santo. Beniamino aveva pianto, come gli altri, pi di altri. Molti di quei ragazzi erano suoi coetanei, con loro era cresciuto, aveva riso e cantato, aveva combattuto. Una domanda gli girava per il capo, sempre la stessa dal giorno del fallito assalto al campo. Cosa sarebbe successo? Nessuno conosceva la risposta. La speranza si era ritirata e il vuoto che aveva lasciato era stato colmato soltanto da presentimenti oscuri e spettrali. In tutte le case della citt aleggiava cupo il medesimo pensiero: la fine era vicina.
Nella sacrestia della chiesa di san Michele di Oratojo, il commissario per l'impresa di Pisa, Antonio Giacomini, approfittando di quella serata piovosa e tetra, redigeva la sua cronaca degli eventi, per poi fare rendiconto al governo fiorentino. Era rimasto l'unico responsabile del cantiere: dopo aver tracciato le direzioni ed indicato le profondit e le pendenze, Leonardo da Vinci era rientrato in Firenze insieme a Machiavelli, ognuno per perseguire i propri scopi. Sarebbero tornati al campo di Pisa per la fine del mese, ma il lavoro dei marraioli procedeva spedito e, forse, da l a dieci giorni, almeno una delle due vie d'acqua si poteva completare. Il terreno era morbido, sabbioso e facile da scavare e i mille operai, suddivisi
in turni, avevano mulinato i loro arnesi senza posa e non si erano fermati neanche il giorno del criminale attacco dei pisani. Giacomini si decise a mettere per iscritto tutto ci che aveva imparato dal Machiavelli. All'inizio gli era stato ostile per partito preso: Niccol era un sostenitore di quell'opera che lui non vedeva di buon occhio, poi, era amico intimo di Leonardo ed aveva pensato che tra loro ci fosse una relazione, come quella che il maestro aveva col biondo Jacomo. Sulle prime Giacomini aveva scansato Machiavelli, ma nei giorni successivi all'inizio dello scavo, aveva potuto conversare con lui ed era rimasto colpito dalla sua arguzia, dal suo senso estremamente razionale e dalla sua rettitudine morale. Aveva scoperto che ser Niccol aveva affrontato la questione pisana molti anni addietro, ed aveva cercato di convincere il governo che l'unico modo per prendere Pisa era quello di bloccare qualsiasi ingresso di viveri e vettovagliamenti. Machiavelli, salito con lui sul colle che sovrastava san Giovanni alla Vena Aurea, gli aveva spiegato che si dovevano bloccare le foci dei tre fiumi pisani, creare fortilizi a san Piero a Grado, Migliarino e Orzignano ed impedire cos che nessuno potesse, via mare o via terra, entrare in Pisa. Giacomini era persuaso che quella di deviare l'Arno fosse un'inutile follia e stava gi predisponendo il suo animo alla fase successiva di quello che lui considerava un fallimento annunciato.
Quanti saranno ad uscire?
Nessuno lo sa, ogni famiglia ha facolt di decidere per conto proprio.
Ma, dove andranno?
Pare verso Calci o Vicopisano, forse a Cascina, non lontano in ogni caso. Avranno assegnate terre e una rendita, pi alloggio in una casa.
I ragazzi, riuniti dopo la messa sullo spalto della chiesa di sant'Andrea, si interrogavano e si rispondevano senza per dare conclusione a quei discorsi. Molti cittadini si erano recati l, perch al ventesimo giorno di ottobre si ricordava sant'Andrea Callibita martire; in quei tempi di paura e presagi oscuri, la devozione e la superstizione si erano sposate, rendendo l'animo dei pisani pi disposto alla preghiera. Firenze aveva emesso il bando di fuoriuscita un mese avanti; sulle prime la cittadinanza lo aveva accolto con indifferenza, poi, a forza di parlare e di mediare, il governo cittadino aveva fatto intendere che ogni pisano fuoriuscito sarebbe stata una bocca in meno da sfamare, per la propria famiglia e per il governo. I fiorentini, consapevoli che l'esercito cittadino era composto da uomini, ma anche da donne ed anziani, avevano invece valutato che ogni pisano fuoriuscito sarebbe stato un nemico in meno a difesa della citt e la lusinga e la ricompensa per abbandonare Pisa erano lievitate. Nessuno sarebbe uscito dalla citt perch semplicemente attratto da averi o terreni, ma la convinzione che i tempi di magra e forse di carestia avrebbero mietuto pi vittime della guerra, spinse molti a prendere in considerazione l'editto del nemico. Fu l'esperienza e la saggezza degli anziani a trovare la risoluzione al problema. In ogni famiglia, i vecchi, i nonni si resero disponibili ad abbandonare la citt. Forse avrebbero potuto sopravvivere pi agevolmente fuori, ma ci che li spinse a prendere quella decisione fu la consapevolezza che, con la loro uscita, il cibo sarebbe bastato per i loro figli e per i loro nipoti ed il sacrificio di morire lontano dalle mura di casa non sarebbe stato vano.
Due giorni dopo la folla era nuovamente radunata. Aveva piovuto per tutta la settimana e anche quel marted mattina la solita pioggia fredda e continua,
martellava la citt e la campagna. Pisa aveva informato i fiorentini, che da porta sant'Antonio sarebbero usciti volontariamente i cittadini che aderivano all'editto. I nemici, allora, avevano predisposto, alla chiesa del borgo di san Marco, un ufficio per censire e remunerare i pisani. Setembrina era andata con Beniamino alla porta ad assistere all'uscita. Non avevano mai conosciuto i loro nonni, non avevano potuto ascoltare nessuna di quelle storie paurose o dolcissime, che gli anziani narravano davanti al camino. Non avevano mai avuto un rifugio sicuro dove nascondersi dalle ire di padre e madre, non avevano mai sentito di essere amati in modo gratuito senza essere giudicati, educati, rimproverati. Avevano conosciuto molti dei nonni dei loro amici: avevano talvolta osservato con invidia e tristezza quei piccoli gesti affettuosi compiuti da mani ossute, sorrisi scaturiti da volti segnati. Erano stati testimoni del fluire di un bene che chiedeva solo di essere recepito, senza desiderare niente in cambio. Setembrina piangeva: molti di quelli che erano raggruppati sotto le mura li conosceva, da qualcuno aveva ricevuto un complimento, una carezza, una mela d'inverno o una pesca in primavera. C'erano molti ragazzi sotto le mura: ognuno salutava i propri nonni o i bisnonni. Alcuni di questi anziani stavano dritti ed orgogliosi con sguardi sprezzanti ed alteri; altri, curvi e malandati, brancolavano con gli occhi intrisi di pianto e malinconia. Piangeva Setembrina e le lacrime salate si diluivano subito sotto la sferza della pioggia incessante. Qualcuno di quei vecchi aveva al fianco la moglie, con il capo fasciato da un fazzoletto scuro ed in collo un nipotino incosciente ed inconsapevole, festoso per quello strano gioco: tutti insieme sotto la pioggia. Altri, erano e si sentivano tremendamente soli, sia pure confusi in quella marea di persone. Abbracci, baci,
sorrisi e promesse, nuovi pionieri in terra nemica e non fuggiaschi pavidi e stanchi: quel partire era un modo alternativo di dare la vita, di compiere un sacrificio a favore ed in nome della citt. Porta sant'Antonio fu aperta: sotto l'arcata ad ogiva cominciarono ad uscire, mesti, i saggi e fieri anziani della citt.
Leonardo e Machiavelli erano rientrati al campo pisano: un canale era stato terminato e per l'altro mancava poco, ma ci che aveva fatto accelerare la loro venuta, era la piena dell'Arno, colmato dalle acque piovane di quelle ultime due settimane. La notizia che i pisani si erano fatti gioco di Firenze, facendo fuoriuscire vecchi e storpi, aveva messo in ridicolo il governo della citt gigliata, che ora guardava con apprensione all'impresa dell'Arno. Quella notte la pioggia cadde a tratti e, durante una tregua, il maestro usc a visitare il fiume. Era arrivato a Pisa in quel tardo pomeriggio e non aveva potuto visionare i lavori: la sua insonnia e la sua curiosit lo avevano spinto fuori. Le due enormi ferite si dipartivano dall'ansa dell'Arno, ma non si congiungevano a questo: un setto di terra di alcune braccia si opponeva ancora all'ingresso delle acque. Al momento opportuno, la terra in eccesso sarebbe stata divelta dagli operai e, poi, con alcuni colpi di bombarda, si sarebbe fatto saltare l'ultimo frammento che separava Firenze dalla definitiva vittoria. L'animo del maestro era in subbuglio: si sommava il desiderio di veder completata l'opera ad una sottile sensazione di sfida e rivalsa. Un suo fratellastro era morto a Pisa, colpito da una palla nemica dieci anni addietro e, anche se aveva rimosso quell'evento, ora gli tornava in mente il senso di rabbia e di malessere che aveva provato per quel lutto. Come mai erano cos ostinati quei pisani? Non potevano vivere sotto Firenze e giovarsi
delle scoperte della sua scienza, del fiorire delle arti e della pace duratura? Cosa aveva impastato quelle anime di uomini, mezzi contadini e mezzi marinai, tanto abili ai remi quanto alla vanga ed alla spada? Si riprese Leonardo dai quei foschi pensieri e si mise a traguardare la linea di scavo: scosse la testa mentre valutava l'inclinazione degli argini dei canali. Forse erano un po' troppo verticali, forse dovevano pendere pi dolcemente e non scendere cos dritti verso il basso, ma ormai era tardi per rimediare. Sal sull'argine dell'Arno: i possenti tronchi di pino erano allineati ed inclinati contro la corrente, come soldati di una compagine in marcia controvento. Ai piedi della palizzata, sott'acqua, erano state scaricate centinaia, migliaia di pietre per rinsaldare quella barriera e mancava poco per completare l'opera. Una porzione della chiusa era mobile ed avrebbe trovato il giusto posto soltanto al momento prestabilito, creando pi pressione verso i canali diretti a Stagno. Non c'era tempo per arrivare a vedere la fine del cantiere, la fine dei canali, era buio e potevano esserci imboscate, ma il suo sguardo vag lontano, penetrando l'oscurit e la sua mente illumin scenari ideali, dove le ruote dei molini macinavano ed azionavano i magli dei follatori, dove barche cariche di merci andavano e venivano dal mare, dove industrie, concerie, fucine lavoravano operose ai bordi delle vie d'acqua per fabbricare nuovi strumenti, per sognare nuove imprese, per disegnare nuovi mondi. Rientr infreddolito nella canonica e, toltosi i calzari da campo ed il cappotto rosa di lana pressata, sal le scale, per gettarsi nel caldo letto, dove Jacomo in dormiveglia lo attendeva bramoso.
Il mattino seguente un forte vento spirava dal mare e faceva correre veloci le nuvole, che andavano cos a scaricare pioggia altrove. Leonardo e Niccol, a
cassetta su di un carro militare stavano giungendo al limitare del cantiere. Davanti a loro l'ampio bacino della palude di Stagno si perdeva fra cannelle e bassa vegetazione. All'orizzonte le colline livornesi e, pi a destra, l'ampia luce riflessa dalla vastit del mare.
Come mai la profondit dei canali non  come da me progettata?
Il commissario Giacomini stava dappresso, eretto sul suo cavallo. Gli operai ci hanno provato, ma oltre una certa profondit non  possibile andare: ad ogni colpo di pala non si fa altro che pescare acqua, gli argini dei canali rischiano di franare e dallo stagno comincia a refluire un liquido melmoso.
Il maestro soppes quelle considerazioni e non valut negativamente la cosa. L'Arno in piena avrebbe preso la via dei nuovi canali e si sarebbe fatto strada da solo, soprattutto ora, che il fiume era ingrossato per le abbondanti piogge.
Maestro, quando tenteremo?
Leonardo rispose con tono irritato. Commissario, noi non tenteremo, noi riusciremo!
Leonardo si chiuse in un ostinato silenzio e al Giacomini non rest che scambiarsi occhiate e alzate di spalle con Machiavelli. Il caratteraccio volubile di quello strano uomo era mal sopportato da tutti e due, ma quello non era il momento per gli scontri personali. L'ispezione dei canali dur fino alla tarda mattinata, poi volsero carri e cavalli verso Oratojo.
Credo che il tentativo sia prossimo.
Setembrina guardava Regolo negli occhi, ma vi leggeva solo disperazione, era la prima volta che lo vedeva cos turbato. Non lo spaventavano l'azione e la battaglia; quello che per lui era difficile accettare, era l'impotenza. Pisa era alle strette e nessuno sapeva come cavarsi da quel problema. In tutti quegli anni
di assedio, ne erano capitate di situazioni difficili, ma ora, di fronte all'idea di veder scomparire l'Arno millenario dal suo letto, la citt soggiaceva cupa e disperata. Lottare era impossibile: fuori c'era un esercito ben appostato e riparato da argini e trincee. I pisani avevano ormai imparato l'arte della difesa e pure quella dell'azione improvvisa e gloriosa, ma un assalto fuori dalle mura, in tutti quegli anni, non c'era mai stato. I soldati pi anziani si erano resi conto di aver sempre combattuto una guerra di attesa e reazione; nessuno aveva mai pianificato l'offesa.
Setembrina, se questa pazzia di togliere l'acqua dovesse riuscire a quei vigliacchi l fuori, potrebbe veramente arrivare il giorno della resa. Io, noi...
Regolo scosse il capo e distolse lo sguardo; la fuga non era mai stata contemplata, ma ora che fra i suoi affetti quella ragazza aveva occupato tutto il posto disponibile, sentiva anche il dovere di proteggerla, di assicurarle un futuro decente, sentiva il dovere di sottrarla agli stupri, alle aggressioni, alle violenze di cui spesso era stato testimone diretto, ma di quello, certo, non poteva parlargliene.
Quello che sar, lo accetteremo, Regolo e, se Pisa cadr, cercheremo insieme di tenere alta la testa e di camminare con onore, come fecero mia madre e mio padre, anche a costo di fuggire.
Lui sorrise, quell'apertura verso il miraggio di una nuova vita lo alliet un poco; non voleva certo scappare, non avrebbe mai abbandonato la sua Pisa, ma sapere che all'estrema risoluzione Setembrina non si sarebbe opposta, gli accese di nuovo calore nel petto. Regolo alz gli occhi, il vento forte del mattino era gi calato. In citt tutti avevano sperato nella fine delle piogge. Si era diffusa l'idea che, se l'Arno avesse avuto ancora pi acqua nel suo letto, avrebbe preso la via dei canali fiorentini con maggior vigore e
sarebbe arrivato a Stagno in via definitiva. Se invece la portata si fosse ridotta, forse le acque, pi stanche, si sarebbero rifiutate di correre tanto e sarebbero rimaste nel loro antico seno. Il vento del mattino aveva fatto sperare nell'arrivo di una tempesta di Libeccio. Quando il potente soffio nasceva nelle lontane terre d'Africa, batteva poi il mare e la costa per tre giorni o per sei e qualche volta per nove e, regolarmente, non pioveva mai. Regolo osserv il cielo: le nuvole avevano rallentato la loro impetuosa corsa verso i monti, si affastellavano le une sulle altre e presto avrebbe piovuto di nuovo.
Le vedette pisane appostate nella campagna seguivano quotidianamente i lavori e riportavano con agili staffette le notizie in citt. I soldati fiorentini erano ben consapevoli di essere spiati, ma non se ne curavano: in loro albergava la giustificata convinzione che nessuno li avrebbe attaccati. L'unico assalto che Pisa aveva portato era fallito e, quella volta, non erano stati fatti prigionieri. Uccisi in combattimento o giustiziati, i pisani erano stati fatti a pezzi, smembrati e gettati nel fiume a monito perenne. La ferocia dei mercenari nemici aveva devastato l'animo dei pisani e, in effetti, non c'era pi stata una sortita. Quel venerd pomeriggio si diffuse l'allarme: incuranti della pioggia battente, i nemici avevano movimentato grosse bombarde caricate sui carri ed avevano costruito sopra di esse dei ripari, per poter gestire le polveri all'asciutto. Le bocche da fuoco puntavano verso quel sottile lembo di terra, che separava le acque dell'Arno da quelle due enormi fosse parallele. Parimenti, anche sull'argine c'era movimento: il lembo mobile della palizzata era stato calato nel fiume ed era assicurato in posizione di apertura da cavi e canapi. Con pochi colpi di scure, menati al contempo, la possente paratia si sarebbe collocata nella sede progettata da Leonardo e, come una pesante porta, avrebbe chiuso per sempre la via d'acqua verso Pisa. L'ordine di procedere era stato dato la notte prima: la piena aveva iniziato a trascinare tronchi di grosse dimensioni e alcuni si erano incastrati nella paratia. Leonardo temeva che quelle imponenti masse, portate dalle acque, potessero sfondare la palizzata e compromettere il faticoso lavoro.
Al mattino del sabato ventisei di ottobre oltre cento cavalieri pisani, seguiti da soldati appiedati e moltissimi del popolo, uscirono dalle porte rivolte ad Est e si incamminarono, risalendo tanto l'argine destro che il sinistro. Se doveva essere disfatta, tanto valeva essere presenti, se doveva essere l'ultimo atto della guerra, tanto valeva combatterla fino all'ultima goccia di sangue. Anche i fiorentini mossero, ma si tennero a monte della chiusa. Il cielo color piombo scaricava il suo pianto; ormai pioveva da troppi giorni e nessuno pareva farci caso. Gli zoccoli dei cavalli e i calzari pisani scivolavano sugli argini melmosi; il freddo avrebbe dovuto farsi sentire, ma era l'ardore ed il calore generato dalla rabbia che prevaleva. Picche, spade, roncole, tagliafieno, asce, ogni oggetto utile ad offendere era stato preso, ogni lama attendeva di bere il sangue nemico. Dall'altro lato, quasi beffardi ed eretti gli uni accanto agli altri, i mercenari e gli operai nemici formavano una palizzata umana, ma non apparivano come un esercito pronto a battersi, quanto piuttosto inermi ed infreddoliti spettatori di un evento che stava per essere messo in scena. In breve, la grande ansa che l'Arno disegnava prima di entrare in citt, divenne teatro. A monte della chiusa i fiorentini, a valle i pisani ed, in mezzo, i diabolici congegni di Leonardo. Spettinato, senza fiato, curvo, comparve arrancando su per l'argine scivoloso seguito da un giovane dai biondi capelli. Anche in quel giorno scuro, il suo cappotto rosa era visibile e stonava in quel contesto di odio e guerra. Eppure, quell'uomo tanto strano e tanto schernito, stava l davanti a tutti, esposto ad un fatale colpo di moschetto senza curarsene, sicuro, fiero. Si fece arrogante, forse per la prima volta e punt con astio il braccio verso Pisa: l'ora della prova era arrivata. Leonardo parve ergersi ed ingigantirsi, parve assumere il comando, parve destinato a gloria eterna, come un novello Mos pronto a dividere le acque del suo mar Rosso. Il suo braccio si abbass, d'istinto la moltitudine trattenne il respiro: era giunta l'ora in cui il destino prendeva forma.


Capitolo 23.
Pisa dal 26 ottobre 1504 al 15 marzo 1505.

La pioggia batteva sulla schiena dei pisani; la brezza da Nord Ovest accompagnava il cattivo tempo, spirava traversa. I mantelli e le vesti, ormai intrise, non offrivano pi alcun riparo; rivoli d'acqua fredda scorrevano lungo la schiena, sulle groppe dei cavalli, lungo le braccia allungate a sostenere lance verticali. Il calore di corpi di uomini e animali faceva svolgere sbuffi di vapore; la compagine pisana, avvolta da quella greve nebbia, sembrava appena emersa dagli inferi. I fiorentini, per contro, avevano il vento in faccia e piegavano traversa la vista, per non rimanere accecati dalle gocce battenti. Ci fu un primo boato, inaspettato e cupo. La palla di pietra si era conficcata nel terrapieno che divideva le acque antiche dal loro nuovo destino. Un'altra fiammata, un altro colpo, un altro sbuffo di fumo mantenuto basso dalla gelida pioggia. Non successe nulla fino alla quarta scarica. L'aria, ormai impregnata di zolfo e salnitro, odorava di sconfitta; da uno degli squarci, procurati dai proiettili, cominci lenta a trasudare l'acqua. Dapprima fu uno sgorgare stanco, poi, la forza stessa della pressione inizi a dilavare e spostare la terra divenuta molle. Quella sorgente innaturale prese forza, divenne zampillo orizzontale e ad ogni attimo,
cresceva sempre pi. Il tramezzo di terra cominci a cedere, ampie fette scure si staccavano da quello che era stato l'argine e finivano ribollendo in un vischioso pantano. Si alz una scure e poi un'altra: due canapi furono tagliati e la paratia mobile ondeggi paurosamente. Corde di sicurezza erano state fatte passare su bitte improvvisate, le cime furono allentate poco alla volta. Finch la palizzata mobile si mantenne parallela al flusso dell'acqua fu possibile governarla con le funi, poi, come un timone di nave, la pressione dell'Arno la caric di impeto e forza e sfugg al controllo degli uomini preposti. L'ampio cancello di legno oscill, ruot incardinato con le catene alla porzione fissa della diga e, con uno schianto tremendo, and a chiudere alle acque la via di Pisa. L'Arno rugg, si incresp e risal la paratia, qualche schizzo riusc in un ultimo anelito di libert a passare oltre, ma l'ondata, salita fino all'apice dei tronchi di pino, reflu all'indietro e con vigore si inclin verso i nuovi canali. Altri due colpi di bombarda e il collasso del setto fu definitivo e violento. Fu un lamento pi che uno schianto: la terra cedette ed il fiume di melma deflagr nella nuova via scavata dall'uomo. Al vento, che spirava gelido, si assomm una corrente d'aria generata dal vortice delle acque impetuose e cupe; la marea si fece strada nel nuovo letto.
In Pisa, il calare del livello fu dapprima impercettibile, poi, agli occhi di tutti, fu chiaro che le acque vitali stavano abbandonando la citt. Chi in Pisa aveva osservato mesto l'abbassarsi delle acque, aveva gi posto l'animo a ci che l'amaro futuro avrebbe riservato: niente fiume, niente barche, niente rifornimenti e, alla fine, l'accerchiamento e la capitolazione. Lo spettacolo che offriva il greto, in citt, era inconsueto. Sul lungarno Guatolongo le acque avevano lasciato scoperto un lembo di spiaggia melmosa e, qua e
l, alcuni muggini, rimasti invischiati, si dibattevano furiosi. Velati da un manto marrone e trapuntati di alghe verdastre, emergevano scafi rovesciati anni prima, fasciame di imbarcazioni simili a scheletri tetri, resti di magazzini franati e sbriciolati dalle piene nei tempi addietro. A suo modo, quello spettacolo inusuale attraeva i pisani, quel nuovo letto del fiume, spettrale e macabro, riservava sorprese e suggeriva il finale di antiche storie. All'ora sesta, quando di solito il pensiero era rivolto al pranzo caldo e ad un'ora di pausa dai lavori, chi in citt, chi fuori, assisteva invece a quel lento spirare del fiume che per millenni aveva solcato, irrigato e dato vita. Ora l'acqua mancava e neanche un'oceano d'angoscia poteva colmare quell'alveo vuoto. Ma dur poco.
All'ansa dell'Arno le acque continuavano a fluire nei nuovi canali. Il sentimento d'angoscia prese a pervadere l'animo di tutti. Sugli argini, in prossimit della diga, i fuoriusciti pisani stavano immoti e martoriati dalla pioggia. Rientrare? A che scopo? Attendere oltre? E con quali speranze? Morire l di freddo e sconforto o morire in citt d'inedia e di fame, non faceva differenza. Nessuno si mosse, nessuno se la sentiva di abbandonare quella veglia al defunto amico. Leonardo, su quella che ormai era la nuova sponda opposta del fiume, se la rideva; aveva preso per mano il suo Jacomo e, senza badare al giudizio degli altri, l'aveva stretto al petto in un abbraccio liberatorio. Poi era disceso, volendo farsi accompagnare verso Stagno per osservare il fluire delle acque, ma, proprio mentre stava per abbandonare il cantiere, due enormi tronchi di platano, sradicati chiss dove dalla piena, presero a mulinare nel gorgo della chiusa e si misero di traverso al cammino dei nuovi canali. Non costituivano un serio ostacolo, ma la preoccupazione fiorentina era palese e l'ingegnere dal cappotto rosa
fu richiamato al suo posto.
Forse fu l'arroganza, forse il destino, forse l'errore di un capo cantiere o l'errore dello stesso maestro. Le acque correvano veloci verso Sud per gettarsi nell'invaso di Stagno, ma, nella loro folle fuga verso un destino ignoto, iniziarono a levigare e poi a frantumare quegli argini perfetti e verticali tracciati dalle pale e dal lavoro dei mille marraioli. L'acqua cominci ad erodere le sponde e pi si addentrava nella pianura, pi prendeva forza. La terra pareva sbriciolarsi e scompariva tingendo di scuro il gi torbido fluire. Quando il corso di quella devastante piena era ormai a met della sua via, sia nel canale pi largo che nel suo gemello parallelo, cominciarono a verificarsi i primi crolli. I letti delle due vie d'acqua cominciarono a ridursi: grosse quantit di terra asportata rendevano le acque pi viscose e pi lente. L'ultimo insormontabile ostacolo lo cre il bacino stesso di Stagno. Formatosi nel corso dei secoli dallo scontro fra la furia delle piene invernali di fossi e torrenti e dalla forza contrastante delle onde, quell'enorme pantano di acqua ferma non aveva sbocco al mare. La natura aveva issato, tra lo stagno e il mare aperto, dune di sabbia modellate dal vento, dalle maree e dalle tempeste. L'Arno, anche se fosse riuscito ad arrivare al grande invaso, forse non avrebbe mai potuto scavalcare quelle dune, ma nessuno ne ebbe mai la prova. Per quanto l'animo di tutti i pisani fosse cupo, gli spettatori di quello scempio cominciarono a percepire che qualcosa stava cambiando. Le acque avevano rallentato il loro impeto nell'uscire dal vecchio letto per dirigersi verso la pianura e, pian piano, in quella vorticosa ansa creata dall'uomo, il livello prese a salire. I cavalli iniziarono a nitrire, alcuni cani al seguito dei pisani si fecero nervosi, qualcuno affermava di aver sentito la terra tremare; al sentimento di sconforto subentr l'apprensione e subito dopo la figliastra di lei, la speranza. Se poco prima in tutti albergava il senso ineludibile della sconfitta, ora qualcosa di nuovo palpitava nelle anime. L'acqua continu a salire e prese lentamente a tracimare dagli argini artificiali. Nessuno poteva immaginare che pi avanti, nella pianura verso Livorno, le sponde avevano ceduto e l'Arno nascente si era trovato la via sbarrata. Ci fu veramente un tremore, poi un rombo, quasi un ruggito. Respinte dall'ostacolo, le acque melmose si rifiutarono di andare oltre e, come reagendo ad un'offesa, crearono spontaneamente un moto avverso a quello previsto dai fiorentini. L'onda della piena del fiume si scontr con la forza di ritorno dello stesso e l'acqua crebbe di livello a vista d'occhio. Da ambo le parti fu dato ordine di salvarsi: i pisani arretrarono verso la citt, i fiorentini si dispersero nella campagna e sull'argine a monte della diga. I cavalieri pisani, forti della velocit dei loro destrieri, rimasero fermi a controllare gli eventi, pronti a fuggire al galoppo all'ultimo momento. Il muro d'acqua sal impetuoso ed inizi a valicare quello che era stato l'antico argine e l'orlo della palizzata. Ci fu uno schianto, poi un altro: i secolari pini, sapientemente allineati, non avevano retto e la furia delle acque aveva frantumato la diga nemica. Un attimo prima la scienza dell'uomo aveva pensato di dare ordine al fiume, un attimo dopo la forza del creato aveva annientato l'arroganza e la presunzione fiorentina. I legni della diga cessarono di essere elemento d'ordine e il loro mulinare impazzito divenne, a sua volta, forza devastante. Le acque ribelli si gettarono con impeto nell'antico letto, il loro boato si fece sentire; qualcuno al galoppo cercava di precedere la nuova ondata della piena e la corsa era esaltante. Giovani a cavallo, altri a piedi: si tornava in citt
di gran carriera gareggiando con le acque vorticose che, sorpassata l'ansa di Oratojo, corsero verso la citt pi veloci delle grida, pi veloci della gioia. La Pisa che era uscita al mattino pronta a dar battaglia, rientrava tumultuosa accompagnando le acque, che, sagge, riprendevano il loro secolare fluire. All'ansa di Oratojo la ferita dell'argine inferta dai fiorentini lasciava andare nella pianura una discreta quantit di melma limacciosa, ma era ormai una lenta emorragia, che sarebbe stata facilmente sanata dai pontonari pisani. A monte di quel pantano marrone, stavano i fiorentini incurvati e sconfitti, da quest'altra parte gli orgogliosi pisani fissavano il nemico con occhi sprezzanti. Forse quella guerra era davvero Santa, forse il Dio degli eserciti aveva arriso ai giusti? Chi rimase fino all'ultimo, raccont di aver visto l'uomo dal cappotto rosa cadere dall'argine per poi rialzarsi sporco e bagnato. Lo aveva sostenuto un tipo magro e ruvido nei modi, livido in volto dal freddo e dalla bile. Il maestro era caduto di nuovo, avevano tentato di aiutarlo i soldati intorno a lui e pure un tipo biondo e rosso in volto. Leonardo, infangato e schiumante di rabbia, aveva lottato e aveva allontanato stizzito le mani che cercavano di aiutarlo. Si era sentito minacciato da quelle braccia tese e se ne era liberato. Aveva ancora barcollato, curvo e incerto, oppresso alla gola da una potente morsa. Poi si era fermato ansimante, senza aria che lo sostenesse, con la bocca impastata di sporcizia e fiele amaro. Era quello il sapore della sconfitta! Leonardo aveva di nuovo alzato il pugno, aveva di nuovo inveito contro Pisa, ma tutta la sua scienza e la sua sicurezza erano naufragate insieme al suo progetto e il fiume si rise di chi gli volea dar legge.
Dopo il piovoso autunno, l'inverno era arrivato regalando un Natale mesto e freddissimo. L'anno
nuovo era stato accolto male, i presentimenti erano negativi ed un contagioso senso di tensione aveva penetrato la cittadinanza. A parte le solenni cerimonie religiose ed una processione in mezzo alla neve, nessuno aveva reputato giusto disporre l'animo al sorriso ed alla festa. Dopo la disfatta della mancata deviazione dell'Arno, Firenze, indispettita dalla sconfitta, inasprita dalla pessima figura rimediata, aveva intensificato i pattugliamenti nelle campagne. Dopo ripetuti scontri, il commissario della guerra, Antonio Giacobini, era riuscito a porre il campo alla foce dell'Arno, a quella del Serchio e a quella del fiume Morto, cos come Machiavelli aveva profetizzato. Piccoli, ma efficaci presidi fortificati erano stati innalzati in Barbaricina e a san Piero a Grado e cos la citt, che da tempo era circondata dal lato di terra, si vedeva ora chiuse anche le vie del mare. I rifornimenti, che fino a quel periodo erano giunti con le navi, armate a Genova e Palermo, vennero a mancare. Lucca provava ogni tanto a dar man forte a Pisa e concedeva che qualche carico fosse sbarcato al porticciolo sotto la torre Matilda sulla Via Regia. Il piccolo approdo a Nord della torre del Lago era in territorio lucchese; una volta sbarcate le merci, era per problematico veicolarle a Pisa. Le operazioni si svolgevano di notte, sotto la minaccia dei continui attacchi nemici e, pi di una volta, quelle manovre di rifornimento avevano soltanto contribuito a far crescere il numero dei morti di quella guerra. Pisa pativa la fame, le scorte dei magazzini erano ridotte al niente: uno staio di grano costava tre lire e quindici soldi, uno di farina era arrivato a costare quattro lire e in pochi potevano permetterselo. Nei campi intorno a Pisa, ormai presidiati dal nemico, il grano non era stato seminato e, anche quel poco che si poteva raccogliere dalle altre colture, veniva giornalmente
devastato dalle scorrerie della cavalleria fiorentina. Non solo la citt era assediata, ma intorno alle mura, per varie miglia di distanza, era stata creata una terra bruciata, dove n Dio, n il diavolo avrebbero voluto e potuto vivere. Il governo della citt non aveva ancora perso le speranze di risolvere l'assedio, magari con l'aiuto di qualche governante straniero e, anche se le casse della repubblica non erano ricolme, si erano trovati i denari per inviare ambasciatori presso la corte francese, spagnola e austriaca. Pisa non interessava a nessuno, ormai era cosa acclarata, ma nei vari scontri politici fra i reami e i principati, l'idea di ridimensionare Firenze o di ottenere vantaggi da quella situazione, faceva s che la questione rimanesse ancora sospesa. Tanto l'imperatore austriaco Massimiliano, che il re spagnolo Ferdinando, ed il francese Luigi dodicesimo, avevano preso in considerazione l'ipotesi di estendere un protettorato sulla citt, semplicemente perch in qualche scambio o trattato ne avrebbero potuto trarre vantaggio. Dopo le guerre fra Francia e Spagna per il dominio del Sud, l'Italia era di fatto governata a Nord dai francesi e nel meridione dagli spagnoli. Venezia e Milano erano ancora in lotta ed i turchi continuavano a insidiare tanto le terre italiane che austriache, navigando per il mare Adriatico. In un altro momento, i pisani non si sarebbero assoggettati a chiedere, come fosse elemosina, la garanzia della libert, ma non era pi il tempo dei sogni e dei progetti ambiziosi: si doveva sopravvivere.
Aveva nevicato di nuovo, gli orti della parte di Kinzica erano sepolti sotto una coltre bianca, i rami rinsecchiti dei peri e dei meli ergevano i loro artigli congelati verso il cielo. Era stato seminato il grano in tutti gli scampoli di terra nuda, lungo le mura, in tutti i giardini, nelle piazze, negli orti dei conventi, nei roseti dei chiostri, intorno alla cattedrale e su tutta
la piazza del Duomo. Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame, si ripetevano i pisani cantilenando l'antico proverbio, nella speranza che il grano si rafforzasse e rendesse in giugno un mare di spighe. Ma, intanto, anche i camini, le fucine, i forni, cominciavano a patire la penuria di legna da ardere. Le scorte erano state fatte in estate, ma quella legna, ora, era vista come bene prezioso e si tendeva a preservarla. Dopo quell'inverno, se l'assedio fosse durato, ce ne sarebbe stato un altro e un altro ancora e, senza poter uscire nelle pinete di san Lussorio o sui monti di Rigoli e san Giuliano, non sarebbe stato possibile accatastarne di nuova. Il lavoro alla concia era ridotto, poco entrava e poco usciva dalla citt; quanto ai commercianti lucchesi, approfittavano della situazione e mercanteggiavano i pellami, comprando a basso prezzo. I traffici di Luca del Lante languivano, ma si poteva ancora dire che l'attivit era in funzione, mentre molte altre avevano dovuto serrare i battenti. Aureliana rimediava sempre qualcosa per la famiglia e, anche se il vitto era monotono e triste, in casa Biccoli non si moriva di fame. Da qualche tempo a quella tavola si aggiungeva sovente una bocca.
Febbraio stava per finire, quella sera Regolo era rimasto a cena e nel camino sfavillava un ceppo di castagno: il giovane cavaliere era pur sempre un ospite di riguardo e Clemente non aveva lesinato la legna. Aureliana e Setembrina riordinavano la cucina tenendo le orecchie dritte, gli uomini, seduti in semicerchio di fronte al fuoco, ripresero la discussione appena interrotta dalla fine della cena. Beniamino parl per primo rivolgendosi all'amico. Dunque questa  la decisione?
S,  l'unica possibile.
E chi andr?
La mente di Regolo corse al funerale degli amici
che erano periti nel fallito attacco alla diga fiorentina. Non lo sappiamo. Di certo non in tanti, non vale la pena di rischiare molte vite: l'arma vincente sar la sorpresa. Il nome dei combattenti non  ancora stato reso noto, il del Mutolo vorrebbe andare da solo coi suoi assoldati, ma il consiglio non lo permetter. Non esistono privilegi o guadagni in questa guerra.
Non vai d'accordo con quello di Pontasserchio, vero?
Lo ammiro e lo rispetto,  feroce e sicuro nella battaglia. Averlo al fianco  il desiderio di tutti noi, ma la sua ambizione lo divora, vive per far crescere il suo predominio. Il tempo di guerra  pena per molti e ricchezza per alcuni, ma del Mutolo non pu permettersi di fare il padrone, lo sa lui e lo sanno i sei del consiglio.
Setembrina si avvicin al camino e si strofin le mani ad una pezza di lino, poi distese le braccia verso il fuoco per scaldarsi. Regolo le fece spazio, si sorrisero, ma la tensione fra loro era evidente. Pisa era in guerra, ma finch si stava dentro le mura, c'era la possibilit di vivere, male di certo, ma non era come andare incontro alla morte. Ora, invece, la carestia e la penuria di vivande aveva fatto ideare quel piano folle quanto audace, segreto, ma noto a tutti.
La ragazza trov il coraggio di parlare. Inutile chiedere se te andrai, vero?
Regolo ciondol il suo capo biondo: gi era difficile accettare l'idea di compiere quella pazzia; se poi, chi avrebbe dovuto sostenerlo, gli metteva i bastoni tra le ruote, allora tutto diventava difficile, troppo difficile. Sua madre aveva pianto per tutto il pomeriggio, suo fratello lo aveva preso per pazzo, ora iniziava anche la sua donna. Fiss lo sguardo verso il fuoco e non riusc ad essere dolce. Vado e non lo faccio per gloria o scempiaggine, vado perch non abbiamo
pi da mangiare, vado per tutti noi, anche per me e anche per te. Vado perch mi  stato comandato di andare.
Il tono era stato risoluto e non ammetteva repliche. Regolo con quell'intervento deciso poteva anche porre fine alla discussione, ma sapeva benissimo che non avrebbe convinto Setembrina. Anche senza guardarla, sentiva il pesante sguardo di lei: era pur vero che lo avevano comandato, ma niente avrebbe dissuaso la ragazza dal pensare che lui si era offerto volontario, che aveva fatto il primo passo, che si era fatto avanti e si era dato, come era nella sua natura, senza risparmiarsi mai. Regolo, in quei momenti di incomprensione, temeva gli occhi della sua amata. Ovvio che Setembrina era orgogliosa di lui, ma quanti timori nei suoi sguardi, quante incertezze nelle sue parole, quante apprensioni nei suoi infiniti sospiri, quanto desiderio di normalit nei suoi pensieri. Con Setembrina al fianco si sentiva invincibile, ma, al contempo, lei stessa era un'impresa che talvolta gli pareva fosse impossibile da portare a fine. La sua bellissima amata si sbagliava, quella volta Regolo aveva sperato di essere lasciato in disparte, ma dovere e volere erano gli estremi di un pendolo che la vita gli faceva sfiorare ogni giorno. C'erano cose che si desideravano e che non si potevano fare, altre che erano odiate e faticose, ma andavano portate a compimento. Regolo non accettava tutto in modo passivo, aveva i suoi scrupoli e le sue contrariet, ma poi provava un sottile piacere quando riusciva a fare qualcosa che non amava. Erano le sue piccole vittorie, il suo modo di obbedire ad una disciplina, forse cavalleresca, forse intima, sicuramente paterna. Quando aiutava suo padre Astore a murare, gli venivano impartiti ordini che lui non gradiva, talvolta neanche comprendeva. Astore gli faceva scalpellare
le pietre con la sinistra, ed erano pi le volte che si faceva male, che quelle in cui riusciva a fare un lavoro decente. Suo padre lo obbligava ad impugnare la pala come se fosse un mancino e lui durava il doppio della fatica. Se si spostavano nel contado, pur avendo un carro, lui doveva farlo a piedi a fianco del mulo, tanto al mattino quanto alla sera e a fatica si assommava fatica. Se un lavoro era fatto quasi bene, suo padre glielo faceva disfare ed iniziare da capo, se poi era fatto male, allora veniva anche punito. Astore pretendeva che stesse sempre all'erta, che prevedesse le sue mosse, che intuisse quale attrezzo porgergli per compiere un lavoro, ancor prima che gli fosse comandato. Con lui Regolo si sentiva al sicuro, ma anche costretto ad obbedire, a mantener fede a patti apparentemente assurdi, a sopportare privazioni che non comprendeva. Erano punizioni o almeno lui le viveva cos; solo dopo molto tempo, maneggiando la spada in battaglia, aveva scoperto come fosse facile combattere con due lame, come gli risultasse leggero lo scudo anche sul braccio mancino, come rimanessero disorientati gli avversari quando invertiva la presa di scudo e spada e colpiva mortalmente. Si era meravigliato della sua agilit, della destrezza con la fionda, della forza che riusciva ad imprimere alla lancia. Si era meravigliato, alla fine della battaglia, di essere tra i pochi rimasti in vita. Si era meravigliato del come il combattere e il sopravvivere fossero concatenati alla sua natura e di come la sua istintiva abilit gli facesse compiere il gesto giusto al momento giusto. Allora aveva capito a cosa era servito quel duro esercizio, quelle ore di penitenza, ed aveva accettato la fatica ed il sacrificio come parte integrante della sua vita, ed aveva amato ancor di pi il suo defunto padre. Andare. Doveva andare. Gli era stato chiesto, pi che ordinato e di certo non lo avrebbe mai deciso
da solo, ma il suo senso del dovere, la speranza di riuscire, la consapevolezza del valore della prova, il miraggio di momenti migliori, infondevano in lui un coraggio senza uguali e una forza sovraumana. Chi era Setembrina per frenare il suo slancio? Come mai non riusciva a capire le sue ragioni e il suo modo di intendere la vita? Una delle cose che Regolo sapeva fare meglio era ubbidire. Pisa chiedeva e lui rispondeva, Pisa era in guerra e lui combatteva. Ma era anche vero che Setembrina batteva le ciglia e a lui si apriva un altro mondo. Setembrina sorrideva, scoprendo i suoi denti candidi e non c'era pi guerra, n nemici. Come era possibile conciliare quei sentimenti e quelle pulsioni cos contrastanti? Quanto normale poteva essere la vita di un cavaliere? Osservato da tutti, saliva sul suo cavallo ed usciva al galoppo, seminava morte e terrore, inchiodava per sempre gli sguardi di agonizzanti nemici. Poi tornava, se il cielo era stato benigno e di colpo doveva essere uomo, cittadino, muratore, amico, amante? Come poteva far capire a quella fanciulla dai lunghi capelli, che nelle sue notti insonni cercava di tenere insieme ci che il dovere gli imponeva ed il cuore invece gli suggeriva? Non c'era niente di normale in quella vita e, quando con la sua amata si lasciava andare ai sogni, ai progetti futuri, alla pace stabile e duratura, bastava un alito di vento, un tremore, un grido, il martellante suono della campana e Regolo tornava ad essere il cavaliere Boromati, il comandante delle truppe di porta santa Marta, il garante della sopravvivenza. Chi era quella bellissima fanciulla coi morbidi capelli fermati con uno spillo di legno, che lo guardava di sottecchi? Chi era, se non il suo mondo, la sua speranza e la sua fede, il suo futuro e quello dei suoi figli? Setembrina era il vero motivo per cui combatteva cercando di restare vivo, ed era, al contempo, l'ostacolo pi difficile da superare, il cimento pi arduo, la prova pi faticosa. Non era il solo in citt ad avere quei pensieri: quella a Pisa non era vita, era sopravvivenza e le regole del mondo, quelle sentite dire, quelle dimenticate, quelle mai vissute dai giovani come lui cresciuti con la guerra, non gli appartenevano. A Pisa potevi non essere niente e nessuno, ma veniva il giorno, in cui l'orgoglio ed il sentimento d'amore per la citt ti animava, ti esaltava e per primo scavalcavi il fossato per gettarti sul nemico. Urli, schianti, scintille di armi e poco dopo, o eri morto o eri un eroe. A Pisa si viveva per lottare desiderando di vivere e finendo inesorabilmente per morire. Sarebbe stato un buon marito? Un buon padre? La prova pi dura era far convivere tutto questo dentro di s e riuscire a non deludere Setembrina. Regolo sent una mano posarsi sulla spalla: fu risucchiato dal vortice dei suoi pensieri, lo sfavillio delle fiamme torn ad essere nitido, il mondo riassunse i contorni di casa Biccoli e la campana del coprifuoco suon i suoi rintocchi.
Io devo andare,  tardi.
Ci furono i saluti ed i ringraziamenti; Beniamino era rimasto tutta la sera in silenzio, forse avrebbe dovuto condividere il destino di Regolo, forse no, non aveva avuto ordini; sarebbe andato se doveva, ma era l'incognita a renderlo cos cupo. Regolo usc dalla cucina e si avvi nell'androne, a Setembrina era concesso di accompagnarlo fino al grande portone. Era agitato, oltre alla messe di sentimenti confusi ed affastellati nella sua mente, percepiva il suo cuore essere pesante come una pietra delle mura, si sentiva in colpa pur non avendo fatto niente di male; abbass lo sguardo e lei si alz in punta di piedi per sfiorare la sua bocca con un bacio.
So che devi andare, so che lo fai per noi e non sai quanto io sia fiera di te. Per, Regolo...
Dimmi.
Fai ammodo!
Il figlio di Astore usc. Il suo cuore di colpo era stato liberato dalle catene, con tre parole la sua amata gli aveva ridato libert di azione, fiducia e coraggio. Sent in petto un calore immenso; ai suoi occhi la neve ammucchiata ai bordi delle strade e le lastre di ghiaccio che ricoprivano le pozzanghere, non esistevano pi. Tutti i suoi grigi pensieri erano scomparsi come la nebbia portata via da un colpo di vento. Si sent felice e corse verso il ponte, corse verso l'appuntamento davanti all'armeria in Cortevecchia: prima che l'alba avesse rischiarato il profilo dei monti, sarebbe stato molto lontano.


Capitolo 24.
Pisa dal 2 aprile 1505 al 7 settembre 1505.

Le campane di Pisa erano state sciolte: di solito erano azionate dalle funi tratte dal basso, oppure, pi raramente, suonate a martello. Quel giorno le campane erano state liberate dalle funi e venivano fatte ondeggiare dalla spinta delle mani dei campanari, saliti fino alla sommit dei campanili; il loro suono si spandeva lontano. La messa della resurrezione di nostro Signore era terminata sincrona in tutta la citt; i pisani festeggiavano, non solo la Pasqua. Dal Duomo usc la moltitudine che aveva assistito alla celebrazione; per ultimi si affacciarono sul sagrato i trentasei uomini che avevano condotto l'azione di Cecina. Un applauso riconoscente si lev dalla folla accalcata: se c'era cibo per tutti, si doveva a quei combattenti ardimentosi e temerari. L'adunanza si sciolse; ognuno avrebbe festeggiato la Pasqua in famiglia con abbondanza di minestre e carni. Aureliana bisbigli qualcosa all'orecchio di Clemente e, dopo aver sorriso, si affrett a rientrare a casa. Il Biccoli andava con Setembrina a braccetto, fiero ed orgoglioso di quella figliola. Da piccola era stata parecchio selvaggia, ispida e pungente come un riccio, ma poi, crescendo e forse mutata nel profondo dalla prematura scomparsa della bella Luisa, si era fatta
donna, forte, sicura e amorevole. Clemente era orgoglioso dei suoi figli. Camminava verso casa scherzando con la sua bimba e dietro di lui Beniamino e Regolo procedevano parlando di censimenti e spese della repubblica. Un sole chiaro, in un cielo ancora odoroso della neve lontana, infondeva speranza e calore e Regolo, ogni tanto, alzava lo sguardo verso l'ondeggiante capigliatura che riluceva e danzava davanti a lui. C'era quiete nell'aria, c'era pace, la Pasqua aveva suggellato quel momento di ritrovata serenit; di tutte le paure e le ansie della vigilia dell'impresa non si serbava nemmeno il ricordo. La quaresima era stata dura: il rispetto del digiuno penitenziale era stato imposto dalla carenza di cibo e in ogni casa c'erano state privazioni e sofferenze. Pisa allora aveva deciso di cambiare modo di agire. I trentasei combattenti, tutti a cavallo, erano partiti all'alba di parecchi giorni addietro e, cavalcando senza posa, erano arrivati nei pressi di Cecina, accampandosi nella vasta pineta prospiciente il mare. Nella zona, come d'abitudine, svernavano le mandrie di mucche scese dagli Appennini bolognesi all'inizio dell'inverno. I vaccari non costituivano un problema e le vedette pisane avevano assicurato che non c'erano pattuglie fiorentine nella zona. I nemici, arroganti e ottusi come sempre, ritenevano che a Pisa fosse impossibile entrare e quindi anche uscire, ed avevano concentrato la loro presenza solo ai presidi, caldi e sicuri, evitando di vagare pattugliando le campagne. Cos la compagine pisana, senza sparare un colpo, senza passare nessuno al fil di spada e col solo atto di dimostrarsi forte e temeraria, aveva sequestrato quasi quattrocento capi di bestiame e li aveva condotti a Pisa, senza incappare mai in nessuna guarnigione nemica. Alcune mucche si erano azzoppate, qualcuna si era persa, ma nelle mura cittadine erano entrati
trecentosessanta animali, fra vacche e manzi. Carne, carne per tutti e pelle da conciare e crine e zoccoli e corna per far manici ai coltelli, alle falci e alle spade. Le bestie erano state ammassate in un grande recinto entro le mura, dalla parte del bastione di san Giorgio, ed avrebbero costituito fonte di cibo, latte e futuri vitelli. Il pranzo della festa era stato finalmente abbondante. Nel pomeriggio, Beniamino discuteva con Regolo; stavano seduti sull'argine di santa Cristina, di fronte al palazzo del dell'Agnello. Il sole di primavera scaldava benigno la pelle, in quella giornata che dolcemente volgeva a sera.
D'ora in poi sar cos, Beniamino, devi tenerti pronto e se ricevi il comando, non devi farne parola.
Nemmeno a Setembrina?
No, neanche a lei. Saremo chiamati ad uscire di notte, all'improvviso; non sappiamo dell'esistenza di spie, ma  meglio stare accorti, altrimenti la sorpresa si tramuta in agguato ai nostri danni.
Ma come puoi pensare che Sete faccia la spia?
Ma no, per lei  diverso, non deve sapere perch non voglio che si preoccupi.
Beniamino scosse il capo fissando l'amico e questi si sent colto in fallo. Perch mi guardi male, dico sciocchezze?
Che ti preoccupi per Setembrina lo trovo giusto, ma commetteresti errore pi grande a tacerle, che a condividere le cose con lei. Vuol sapere, vuol conoscere, sembra che sia d'impaccio, ma  apparenza, non ti fermerebbe mai, non ti metterebbe mai in difficolt. Non tenerle nascoste le cose, senn con lei non funziona.
Regolo chin il capo fissando il terreno; teneva le braccia posate sulle ginocchia e tra le dita aveva una penna remigante persa da un gabbiano. Alz lo
sguardo sull'amico, trasse un respiro e si fece coraggio. E se la sposo?
Beniamino, dopo un attimo di incredulit, scoppi a ridere e piegandosi di lato fin per cadere sulla riva sabbiosa. Regolo con finta rabbia gli salt addosso e, cavalcandolo, lo percuoteva senza mettere forza nei colpi. Setembrina dopo aver aiutato la madre a rassettare casa, era uscita in strada: i suoi occhi non videro due soldati della repubblica pisana, ma due bimbetti scanzonati, finalmente allegri, che facevano la lotta e scacciavano per un attimo la tristezza della guerra.
La vita sembrava scorrere tranquilla: in citt c'era tutto il necessario, uscire non urgeva a nessuno e chi doveva trovava il modo di farlo nascosto o nottetempo. Lo spettro dell'assedio sembrava lontano e per qualche giorno Pisa parve dimenticarsi di essere in guerra. Sul finire del mese iniziarono a circolare strane voci: truppe fiorentine muovevano e l'esercito pareva essere numeroso. Non se ne parlava apertamente, ognuno desiderava tenere lontano qualunque pensiero di morte e sofferenza.
Beniamino quella sera chiuse come al solito il portone del magazzino dei grani. Suo padre, da tempo, rincasava un po' prima, o al pomeriggio si recava al palazzo degli Anziani per contribuire alla gestione della politica cittadina. Nel magazzino non c'erano grandi scorte: le batatas erano finite, il poco grano era accatastato in una stanza sicura e al riparo dai saccheggi. Quasi tutto lo spazio faceva rimbalzare una eco triste e stanca. Beniamino si incammin e svolt in via delle Tavolerie. Entr all'officina del conio e consegn la chiave dei magazzini alla guardia cittadina. La zecca era vigilata per tutto il giorno, poi a sera venivano chiusi i battenti e le chiavi, come quelle di tutti gli edifici pubblici, venivano conservate al palazzo del governo. In quella via, in epoche passate, si aprivano moltissime botteghe di falegnami e tappezzieri, magazzini di stoffe e pelli. Ora, soltanto un paio di anziani ricurvi si affaccendavano per serrare le loro botteghe. Mentre camminava, fu affiancato da uno dei soldati di del Mutolo. Non andare a casa, aspetta ordini davanti alla chiesa di san Pierino.
Sulle prime ebbe quasi paura: i compari del comandante di Pontasserchio erano tutti un po' torvi e spacconi, anche se in battaglia sapevano il fatto loro. Il soldato che lo aveva affiancato rallent il passo, si attard e spar nel primo vicolo traverso. Beniamino, col cuore in subbuglio, acceler. In fondo alla strada volt a destra in via dei Notari; correndo, raggiunse lo spalto del ponte di Mezzo e, piegando a sinistra, si infil nella strada dei Rigattieri. In fondo alla via, gli bast una rapida occhiata e il suo cuore si plac. Alla chiesa di san Pierino in vincoli, seduto sulla soglia della porta che menava alla cripta, stava Regolo, che con fare distratto teneva d'occhio il viavai delle persone.
Beniamino finse di passare l per caso. Dimmi, che c'?
Torna a casa, parla coi tuoi se lo reputi giusto. Prima della campana del coprifuoco, fatti trovare all'armeria col cavallo sellato e bardato. Vai.
Beniamino, quasi stordito, torn sui suoi passi e prese a salire l'erta del ponte. Mentre lo attraversava, il suo sguardo fu rapito dal sole fiammeggiante che dardeggiava verso il mare. Basso, quasi prossimo all'orizzonte, tingeva tutto di un tono rossastro. I palazzi sembravano specchiarsi in quel bagliore di fuoco riflesso dall'acqua placida dell'Arno I monconi dei pilastri del ponte nuovo, scuri nel controluce, sembravano dita giganti che uscendo dall'acqua volevano carpire il disco solare. Si ferm a contemplare la sua citt; fra poche ore si sarebbe unito ad altri, forse sarebbero usciti per difendere o per offendere, ma sicuramente per preservare quelle case, quelle genti, quel sangue, il suo sangue. Poteva essere l'ultima volta, poteva perire: ne valeva la pena? Si volse intorno e indietro, verso i monti. Il fiume era come una vena che faceva fluire vita, spartiva in due quelle genti generose ed orgogliose, ma non divideva, univa semmai quel popolo mai domo, che anelava soltanto a mantenere e gestire la propria libert, il proprio diritto a progettare una vita di pace e pane. Sarebbe uscito a dar battaglia, al buio, nell'umida notte di aprile. Ne valeva la pena ed era fiero di se stesso.
Non ci fu bisogno di molte parole appena giunto a casa; gli sguardi dei suoi parlarono muti. Regolo aveva informato Setembrina e in casa la notizia era stata accolta come gli infusi dei monaci, rimedi necessari quanto dolorosi.
Dopo aver ritirato il necessario all'armeria, si radunarono alla porta di santo Stefano, quindici uomini d'arme pi altri venticinque soldati a cavallo. In tutto quaranta cavalieri a cui si unirono altri sessanta fanti appiedati. Comandavano le quattro squadre per l'assalto Alfonso del Mutolo, Corrado Tarlantini, Ranieri della Sassetta e il capitano Cispa da Pisa. La notte inghiott la compagine pisana in marcia senza che alcuno proferisse parola e, tranne che ai quattro comandanti, la meta era sconosciuta. Una volta, il terreno che stavano calpestando era suolo cittadino, ora, appena fuori dalle mura, erano in territorio nemico. Era una pessima sensazione sentirsi stranieri sulla propria terra, sentirsi agitati perch si stava infrangendo la legge dei confini, una sensazione che colse tutti, ma non ne parl nessuno.
Sai dove andiamo?
Beniamino aveva affiancato Regolo mentre i cavalli procedevano al passo. Non proprio, ma di certo verso Orzignano.
Come mai tanta segretezza?
Non ci possiamo permettere perdite, non possiamo sapere se tra noi sono nascoste spie o traditori, le missioni restano segrete fino al momento di compierle.
A Orzignano c' un presidio fiorentino.
S, ma non ci aspettano.
L'idea che uno di quegli uomini l fuori con lui potesse essere un traditore, mise a disagio Beniamino, che cominci a squadrare i compagni di avventura con occhio preoccupato, anche se il suo cuore gli suggeriva di stare tranquillo. Osservando la compagine pisana, gli sorse un'altra domanda, l'ultima. Cosa ci fa a capo della spedizione il Tarlantini? Non  l'architetto che ha fatto costruire il bastione di san Giorgio?
Lui ha avuto le informazioni utili alla nostra uscita, lui ha voluto essere presente e ora stai zitto, o ti taglio la lingua.
Regolo era un buon amico, ma anche uno dei dieci cavalieri pisani e comandante indiscusso: il suo tono non ammise repliche. I cento percorsero la via delle Prata, poi, per evitare di essere intercettati dal nemico, si inoltrarono per i campi incolti passando lontani dalle torri di Tabbiano e di Cornazzano e si accamparono per il resto della notte in un casolare abbandonato in riva al fosso di Canova. L'antico canale raccoglieva ancora parte delle acque termali che sgorgavano a Caldaccoli e, l'acqua tiepida evaporando, generava una nebbia densa ed odorosa di terra, che tutto celava. Furono stabiliti turni di guardia e poi, prima di concedersi e concedere un po' di riposo, Ranieri della Sassetta prese a parlare: Firenze prepara una grande offensiva contro di noi, ma prima di muovere le truppe, si  preoccupata di muovere scorte, animali da soma e da macello e domani mattina un convoglio passer per queste terre. Si recheranno a Orzignano, passeranno il ponte e condurranno tutto il carico e gli animali alla rocca di Ripafratta, in attesa di altri ordini. Quel carico sar nostro, per forza o per amore!
Fu difficile prendere sonno col cuore in subbuglio; una squadra di trenta fra cavalieri e fanti era partita subito e si era recata in Orzignano. Doveva guadare il fiume nella notte e nascondersi dal lato del monte. Quei trenta avrebbero sbarrato la strada ai fiorentini e, al segnale convenuto, il resto dei pisani avrebbe attaccato il nemico alle spalle.
Non solo nella campagna il cuore era disposto alla veglia: Pisa tutta partecipava coi pensieri e con le preghiere.
Mamma?
Dimmi, Sete.
I tendaggi usati come tramezzi isolavano l'intimit dei Biccoli, ma all'atto pratico, dormivano vicinissimi; un piccolo lume ad olio ancora acceso impediva che il buio si cibasse di quel giorno, impediva che la notte rapisse per sempre Beniamino che, a quell'ora, era fuori con gli altri.
La casa della Dervina...  vuota da tanto tempo.
Lasci la frase in sospeso, serr i denti e strinse gli occhi, come se avesse lanciato un sasso contro una finestra e si attendesse da un momento all'altro il fragore di vetri infranti. Invece quello che sent, fu un frusciare di coperte: Clemente si era voltato verso la moglie e l'aveva fissata negli occhi con aria di rassegnazione. Lei, pur da sdraiata, si era rifugiata
in un'alzata di spalle e il suo sguardo supplicava il marito di suggerirle la risposta adeguata. L'uomo chin il capo in segno di assenso e sprofond sotto le coltri.
La voce suadente di Aureliana si fece udire. S,  vuota da tanto tempo e allora?
Setembrina sorrise fra s e s; era gi un passo avanti se non le avevano risposto male. Prese coraggio e decise di continuare. Mi chiedevo, chiedevo... se al signor Gianbernardino non facesse comodo che fosse abitata e curata.
Con quella domanda pens davvero di averla combinata grossa e si port le mani alle orecchie, tappandole per attutire le urla di suo padre. Seguirono invece altri fruscii di coperte e sospiri. Clemente aveva fatto riemergere la testa. Nella penombra della camera aveva sorriso, facendo una smorfia che invitava la moglie ad assecondare la figlia. Aureliana prosegu: Certo, se fosse curata e magari d'inverno riscaldata da quel bel camino, anche in questa casa si starebbe meglio, ma chi mai vorrebbe andare a vivere in quelle due stanze?
Lasci la frase a met, ottenendo il plauso del marito che comunicava con le espressioni del viso. I Biccoli si aspettavano quel momento ormai da tempo e non erano del tutto impreparati alle richieste della figlia. Quella strana vita, nella stessa notte, faceva scomparire un figlio nelle tenebre e suggellava anche il patto di una nuova unione, un nuovo progetto di vita. Aureliana ebbe un brivido di paura e l'idea che sua figlia presto si sarebbe maritata, la port sull'orlo del pianto, ma non poteva e non voleva impedire quella unione. Setembrina si fece coraggio e si alz dal letto, scalza scost i panneggi e si trov davanti al giaciglio dei suoi genitori. Posso?
Come colpiti dalla folgore, moglie e marito si scostarono e fecero spazio alla loro dolcissima creatura; erano anni che non chiedeva di essere coccolata, erano anni che la sentivano grande ed indipendente, ed ora, sulla soglia di diventar donna, la percepivano fragile e piccola.
Comandavano la schiera fiorentina Luca Savelli e Manno dal Borgo. Il loro compito era di far giungere a Ripafratta i centoventi fra cavalli e muli carichi di grani e farine e gli oltre duecento capi di bestiame fra vacche e vitelli. In testa alla truppa gigliata stavano in pochi. Quell'esigua avanguardia oltrepass
lo stretto ponte di Orzignano e si arrest ai margini della strada. Per il paese e poi sul ponte cominciarono a sfilare le bestie da soma e da macello, mentre
il grosso della truppa di scorta, a piedi e a cavallo, attendeva in retroguardia il lento fluire. Non ci fu preavviso n rumore: i pisani nottetempo si erano portati a poche centinaia di passi dal ponte e si erano nascosti nella campagna. Il rumore degli zoccoli al galoppo colse i nemici di sorpresa, tanto di qua, che di l dal ponte. I colpi di moschetto esplosero sincroni su bersagli immobili e ravvicinati. Ci furono diverse scariche: fu subito morte e terrore. Senza badare al prezioso carico, i mercenari al soldo di Firenze tentarono dapprima la fuga e poi, vistisi circondati, deposero le armi. Caddero oltre cinquanta nemici, fra cui i loro capitani Marino del Borgo e Francesco Buondelmonti; in trecentocinquanta furono fatti prigionieri, disarmati e menati in citt, assieme al prezioso carico di alimenti e animali. Fra i pisani ci furono solo lievi feriti, perch non ci fu battaglia. Chi combatteva per la sopravvivenza ebbe la meglio su chi combatteva per denaro e aveva preferito la resa ad una ingloriosa morte. Il platano centenario che cresceva sulla riva del fiume, vide questa volta meno sangue nelle acque, sulle rive, sulla sua corteccia tiepida.
I prigionieri furono spogliati e valutati: alcuni furono lasciati andare, tranne quelli da cui si poteva ottenere riscatto, o comunque profitto, vendendoli come rematori di galera a qualche corsaro genovese.
Pisa festeggi con canti e balli nelle calde serate di maggio. La piccola e indomita citt nutriva una nuova e grande speranza di reggere ancora per molto all'assedio; il verde grano faceva intravedere le spighe in tutta Pisa e per giugno si attendeva un buon raccolto. La carne e il latte non mancavano, il coraggio e l'orgoglio neppure, anzi si erano accresciuti. Firenze sembr aver accusato il colpo, non una schiera nemica si fece viva sotto le mura e questo autorizz i pisani ad osare ancor di pi. Agli inizi di agosto a Ponte a Cappiano, l'azione fulminea di sessanta cavalieri rossocrociati, frutt quattrocento cinquanta vacche e cinquanta buoi.
Nella sera calda, verso la fine d'agosto, donna Lara rimirava Setembrina. Indossava uno dei vestiti pi preziosi della povera Luisa, le andava perfetto, o forse andava scorciato un poco, perch sua figlia era pi alta di un palmo. La ragazza si specchi in quel magico vetro di Venezia, col quale aveva tanto giocato da bambina insieme alla sua bellissima amica. L'anziana donna, segnata pi dal dolore che dal tempo, pianse, osservando quella creatura, che tanto le ricordava il suo amore perduto. Per la prima volta piansero insieme, abbracciandosi e scavalcando quella differenza di censo e rispetto, che aveva ordinato, negli anni, i loro rapporti. Il matrimonio era fissato per la domenica sette settembre nella chiesa di santa Cristina: la casa che era stata della Dervina avrebbe ospitato i nuovi sposi. Regolo, come cavaliere della repubblica, disponeva di una piccola rendita
e comunque era pur sempre un bravo muratore. Inizi il nuovo mese e Setembrina non era mai stata pi felice: quel compleanno gli aveva portato in dono il suo biondo e spettinato amore e i suoi occhi sognavano in continuazione. Come sarai vestito?
Simon Francesco Orlandi mi ha spiegato tutto: un cavaliere deve sposarsi con la sua armatura migliore ed i suoi compagni gli devono far ala e cielo con le armi alzate.
Bello, s, mi piace.
Sicura?
Ah, non sai quanto!
Rideva Setembrina, l'estate le aveva lasciato la pelle scura in volto e sulle braccia. I suoi occhi d'oro fuso brillavano di luce propria, il suo sorriso era contagioso, i suoi capelli morbidi erano il suo scudo e la sua cornice, le sue forme di donna irresistibili.
Furono sussurri, poi voci, poi grida. Tutti seppero: Firenze muoveva. Al mattino del venerd, quinto giorno di settembre, un esercito alle dipendenze del commissario Antonio Giacomini e comandato da Ercole Bentivoglio, poneva campo ad Est di Pisa. Seicento cavalieri, seimila fanti, oltre trenta cannoni fra quelli capaci di sparare palle di pietra da cento e centocinquanta libbre, dodici archibugi per sparare ed abbattere i merli delle mura, mitraglie e passavolanti, il tutto puntato contro Pisa, dallo spiazzo antistante a santa Croce in Fossabanda e da san Michele degli Scalzi. Mentre Setembrina, con un oceano di lacrime negli occhi, artigliava al petto il suo vestito da sposa e guardava sgomenta la madre, mentre Regolo indossava anzitempo la sua armatura lucidata per la cerimonia, mentre Beniamino si lavava le mani dalla calce che stava usando per tinteggiare la futura casa di sua sorella, part il primo colpo d'artiglieria.
Il bombardamento dur un giorno e mezzo e cess a met mattino della domenica sette settembre. La furia fiorentina aveva demolito le mura in pi punti, le brecce erano larghe e le pietre frantumate: questa volta il nemico poteva agilmente entrare in citt. Da parte fiorentina fu dato l'ordine di marciare su Pisa. Nello stesso tempo, dentro le mura, tutti gli uomini che disponevano di un cavallo, anticipando le mosse nemiche, mossero le loro cavalcature uscendo lentamente allo scoperto. Dalle tre ferite della cinta muraria, muti e pronti a tutto, apparvero agli occhi dei fiorentini i temibili figli di Pisa. I cavalieri creati dall'Orlandi, i capitani gloriosi, gli anziani capi dell'esercito pisano guidavano quei temerari; non uno rest indietro. Le loro armature rilucevano e, una su tutte, pareva emanasse luce propria. Sulle aste delle lance sventolavano morbidi i paliotti bianchi con la croce rossa che, secondo la leggenda, aveva consegnato loro san Giorgio in persona. Un attimo prima, Pisa appariva ai fiorentini come un assieme di tetti dietro mura franate, un attimo dopo, una muraglia umana e divina bloccava la strada. La cavalleria fiorentina ondeggi. Dalle prime file qualcuno mosse al trotto ed i comandanti parvero confabulare. Poi, ognuno riprese il proprio posto, un vessillo fu sventolato al centro di quella formazione e l'intero schieramento si lanci al galoppo divorando il poco spazio fra i due eserciti. I pisani stettero immobili, risoluti e pronti alla battaglia. La folle corsa dei seicento cavalieri gigliati alz polvere e fragore. Da parte pisana, le mani saggiarono nuovamente la presa delle armi, strinsero else, manici, picche, balestre. Ogni muscolo era teso come corda d'arco: bastava un sussurro e la furia pisana sarebbe esplosa. Pisa osservava il nemico: come corpo unico, come bestia che carica s'ingigantiva ad ogni passo. Ormai lo scontro era prossimo, ma quel
fronte compatto non s'infranse, non si spense, non si plac: devi. Quando ormai agli occhi dei pisani solo il tempo di trattenere un fiato, li separava dallo scontro finale, giunti a poche pertiche di distanza dal nemico, i mercenari al servizio di Firenze scartarono di lato. Come la scura terra incisa dal vomere e separata dal versoio si apre e si rovescia, cos la cavalleria fiorentina si spacc in due ali. Non uno dei nemici os attraversare il fossato, non uno di quelli mise mai piede sul suolo pisano. Il commissario Giacomini inve e bestemmi, maledicendo i mercenari per quell'ennesimo tradimento. Un sussurro nel suo cuore gli suggeriva da tempo l'unica verit: Pisa era imprendibile! Ancora una volta, sconfitti e a capo chino, i fiorentini si ritirarono masticando vergogna. Gli uomini pisani rientrarono e deposero le armi ed i vessilli; la citt era rimasta immobile per tre giorni, molte faccende erano rimaste in sospeso. Si doveva infornare il pane, macellare le bestie, ricostruire le mura e celebrare un matrimonio. Si doveva tornare a vivere.


EPILOGO.

Le vicende che videro coinvolti gli stati e i potentati europei negli anni che seguirono posero la questione pisana in secondo ordine. Firenze cerc di appellarsi ai sovrani spagnoli e francesi, ma ogni promessa ed ogni patto venne regolarmente disatteso. Quando papa Giulio secondo, con Francia, Spagna e l'impero austriaco pose in essere il dieci dicembre del 1508 la lega di Cambrai contro la repubblica di Venezia, la citt gigliata volle dare il proprio appoggio e si un alla lega. Fu solo per interesse e astio nei confronti dei veneziani, che negli anni addietro avevano sostenuto Pisa fornendo armati e condottieri. I fiorentini speravano di ingraziarsi ancor di pi Francia e Spagna, ma non trovarono mai soddisfazione presso quei potenti e presero atto del proprio fallimento. La repubblica fiorentina, che si era sempre avvalsa di eserciti di mercenari e del servizio dei capitani di ventura, spesso codardi ed inaffidabili, mise in atto il progetto che Niccol Machiavelli aveva postulato anni prima, osservando come i cittadini pisani sopravanzavano sempre i nemici in slancio, abnegazione, eroismo. L'esempio dell'esercito cittadino pisano fu copiato e nel 1506, Machiavelli vide approvate le sue Ordinanze dei battaglioni di Milizia. Dal 1507 si andarono formando le prime compagnie di coscritti, cittadini di Firenze che non presero comunque parte a nessuno scontro prima del 1512. Tutto ci che Firenze seppe fare per danneggiare Pisa dopo l'ennesimo fallimentare attacco del sette settembre 1505, fu quello di affamare il contado, distruggere le colture anche in territorio lucchese, distruggere il porto di Viareggio. Pisa non si dette mai per vinta e gli ambasciatori, recatisi nuovamente alle corti di Francia e Spagna, ottennero da Luigi dodicesimo e di Ferdinando il Cattolico garanzie che, mai,  sarebbe venuto da parte loro, l'assenso per l'annessione di Pisa all'odiata nemica. Ma l'acredine fiorentina era giunta alla sua vetta massima. Pisa libera palesava quel complesso di inferiorit che sempre aveva avvelenato quella gente dell'entroterra, nemica del mare e dagli orizzonti limitati; l'indipendenza della citt dal vessillo rossocrociato era la prova della loro incapacit politica e militare. Pisa andava presa ad ogni costo, non che servisse, ma per il solo scopo di dimostrare al mondo chi fosse il pi forte. Cos, fu l'astio e non la politica, furono le banche e non l'onore delle armi, fu il tradimento e non la strategia a risolvere la questione. Firenze vers ai monarchi spagnoli e francesi ingenti somme affinch togliessero la loro ombra dalla scena ed una volta ottenuto campo libero, distrussero definitivamente tutto ci che cresceva intorno a Pisa, fossero piante, animali o esseri umani. Non mancarono gli scontri e gli atti di eroismo: Alfonso del Mutolo riusc con uno stratagemma nella primavera del 1509 a decimare i soldati fiorentini accampati in san Jacopo, ma il tempo dei miracoli era concluso. La citt, portata allo stremo, senza pi cibo n armi, decise alla fine di maggio di quello stesso anno di patteggiare la resa. Furono chiesti ai commissari fiorentini i passaporti per dodici ambasciatori che, con altrettanti nemici pari grado, stipularono le condizioni del patto. Furono redatti quarantotto articoli raccolti nelle CAPITOLAZIONI TRA LA REPUBBLICA FIORENTINA E LA COMUNIT PISANA. Il terrore per parte fiorentina che l'imperatore Massimiliano d'Austria, potesse intervenire nuovamente nella questione, e dar man forte a Pisa, spinse gli uomini di Niccol Machiavelli a concedere elargizioni importanti: la resa di ogni bene e una discreta autonomia giuridica e legislativa. Nonostante questo, prima di piegarsi a vivere sotto il marzocco, i pisani in centinaia emigrarono a Genova, a Palermo, in Sardegna ed in Francia, in cerca di pi libera esistenza. La prima repubblica aveva avuto una storia plurisecolare, la seconda non arriv al compimento del quindicesimo anno di vita, ma n l'una n l'altra furono mai vinte lealmente dal nemico. Cos, il giorno del Signore otto giugno 1509, i fiorentini entrarono timorosi in una Pisa quasi disabitata.
...
.
...
FINE.
...
.
...
RINGRAZIAMENTI.
...
.
...
Desidero esprimere gratitudine agli amici, che a vario titolo e secondo le loro competenze e disponibilit, mi hanno permesso di realizzare quest'opera. Un grazie particolare alla mia famiglia, a Mirella, Gloria, Andrea, Simone, Federica, Mimi, Marco, Marco Tito, Valtere, Associazione Amici di Pisa, Associazione Ordo Civitas Pisarum, Salotto PinkHouse, Mariangela, Ferruccio e Corrado.
...
.
...
FINE.